La notizia-choc è arrivata pochi giorni fa dall’Inghilterra: uno scolaro di appena dieci anni ha spedito ben due insegnanti all’ospedale: una ha una gamba rotta in due punti ed un ginocchio lussato, l’altra è sfigurata in volto. La vicenda ripropone in termini drammatici la delicata tematica delle condotte illecite dei minori, ambito in cui la libertà (massima) del minore e la sua capacità (minima) di autodeterminazione si scontrano con lo jus corrigendi e la potestà educativa di genitori ed insegnanti.

Questione dove non è facile trovare il giusto equilibrio, soprattutto oggi, dove l’evoluzione pedagogica è arrivata quasi all’esasperazione di considerare ogni bambino un fenomeno clinico a se stante. E se assistiamo quotidianamente a vicende paradossali ed a ragazzi sottoposti fin dalla più tenera età a terapie psicologiche (se non farmacologiche) per “sedare” i virulenti germi della crescita ed a genitori incapaci di “imporsi” ai propri figli, sino a fare diventare la propria impotenza un fenomeno da talk-show e da sit-com televisiva, è arrivata – quasi provvidenziale – una pronuncia della nostra Corte di Cassazione.

In realtà, la Corte non dice nulla di assolutamente nuovo o importante, ma ribadisce, in termini chiari e forti, ad onta di certa pedagogia modernista e libertaria, che “i criteri in base ai quali va imputata ai genitori la responsabilità per gli atti illeciti compiuti dai figli minori consistono, sia nel potere-dovere di esercitare la vigilanza sul comportamento dei figli stessi, sia anche, e soprattutto nell’obbligo di svolgere adeguata attività formativa, impartendo ai figli l’educazione al rispetto delle regole della civile convivenza, nei rapporti con il prossimo e nello svolgimento delle attività extrafamiliari ”.


La Terza Sezione (sentenza 06.12.2011 n.26200) nel confermare un orientamento consolidato ha “tirato” così le orecchie a genitori troppo permissivi o non in grado di formare adeguatamente il minore, ed è esplicito il richiamo alle “modalità stesse del fatto illecito, che ben possono rivelare il grado di maturità e di educazione del minore, conseguenti al mancato adempimento dei doveri incombenti sui genitori, ai sensi dell’art.147 c.c.”.

Ritengo che in questi tempi, in cui si è veramente smarrito il “senso della famiglia”, la pronuncia della Cassazione è destinata a far riflettere genitori ed operatori nel mondo dell’infanzia.

Poveri genitori! Da improvvisati “psicologi” dei propri figli, compressi da freudiani sensi di colpa per ogni “capriccio” del bambino, ora devono invertire la rotta e devono sapersi reinventare quell’autorità che decenni di libertarismo psicopedagogico avevano mandato alle ortiche!

Ma siamo sicuri che in fondo quel “no” al momento giusto e quel sacrosanto scapaccione mollato con affetto (sì, con affetto!) non siano in fondo il rimedio più sano e genuino per insegnare ai nostri figli il “rispetto delle regole” ( che ci sono nella vita di tutti) della civile coesistenza?

Tanto più che la Cassazione, per “assolvere” i genitori, richiede la “prova positiva di aver impartito al figlio una buona educazione e di aver esercitato su di lui una vigilanza adeguata”!

Una provocazione: stampiamo copia della sentenza e mandiamola nelle scuole, negli asili, ma – soprattutto – nelle famiglie. Leggiamola ai nostri figli. Discutiamone. Da genitori a figli. Vuoi vedere che magari funziona più della “tata” televisiva?


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