Liberalizzazioni” è la parola del momento, l’argomento di tendenza di cui parlano tutti i giornalisti e i politici.

Tutti le vogliono e – all’improvviso – sono diventate la priorità assoluta; a leggere i giornali, sembra che la grave situazione dell’Italia sia colpa di notai, farmacisti e tassisti… e non di decenni di stallo, di una spesa pubblica (in gran parte) inutile e fuori controllo o dell’incapacità di prendere decisioni, di fare programmi in materia economica o di realizzare infrastrutture.

A mio parere, l’attuale dibattito rappresenta una vera e propria “arma di distrazione di massa”: il tema di cui far parlare tutti, fomentando ulteriormente il clima di scontro sociale, al fine di distogliere l’attenzione dei veri problemi del Paese.


Devo doverosamente premettere – al fine di evitare eccezioni pretestuose – che è da quando ho iniziato la professione forense che mi batto per una riforma dell’avvocatura in senso moderno, in grado di fornire i bisogni alla mutata realtà sociale, svecchiando riti e schemi.

Credo che la classe forense, e gli Ordini, abbiano una grande responsabilità in questa situazione e che gli interessi del sistema debbano essere anteposti a quelli della categoria: se il sistema Giustizia funzionasse, gli avvocati non potrebbero che avvantaggiarsene.

Appena è stata pubblicata su LeggiOggi, ho letto la bozza del provvedimento allo studio del Governo e non ho potuto fare a meno di esprimere il mio disappunto via Twitter legato sia ai contenuti sia alla forma sciatta in cui è scritta.

Un mio follower, in privato, mi ha risposto “Parli così perchè sei della casta!”.

Quale casta?” ho risposto.

Quella degli avvocati” ha replicato lui.

A questo punto gli ho risposto con un’emoticon sorridente, invitandolo a continuare il dibattito in chat per esporgli le mie idee.

Non credo che la crisi del Paese possa essere risolta liberalizzando i farmaci di “fascia C”, abolendo l’ordine dei notai o aumentando il numero delle licenze dei tassisti, anche se mi rendo conto che si tratta di scelte che possono concorrere a modernizzare l’Italia.

Il mio ragionamento non vuole essere nemmeno quello di chi vuole evitare provvedimenti per la propria categoria ed invita il Governo ad iniziare da altri; è il contrario: io vorrei che il Governo iniziasse ad occuparsi dell’avvocatura, ma in modo serio e partendo da un preciso presupposto. La professione forense è già liberalizzata perché:

A. BARRIERE D’INGRESSO La facoltà di Giurisprudenza non è a numero chiuso e ad essa è possibile accedere con qualsiasi diploma di scuola superiore.

Nemmeno per l’esercizio della professione forense vi è un numero chiuso e così – a parità di domanda – il numero degli avvocati è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni.

L’accesso all’albo è subordinato ad un breve periodo di praticantato (anche il garzone del barbiere non inizia a tagliare i capelli nel primo giorno di bottega) e al superamento di un esame che certifica il possesso delle competenze di base.

Infatti, le facoltà di Giurisprudenza formano esperti di diritto, non avvocati (nel corso del mio percorso di studi, nessuno mi ha insegnato a discutere una causa o a scrivere un atto giudiziario; queste cose le ho apprese dai miei Maestri, durante la pratica).

B. MINIMI TARIFFARI Già a partire dalla “riforma Bersani”, le tariffe non sono più vincolanti e non mi sembra che né la categoria né i consumatori ne abbiano beneficiato.

Di conseguenza, l’eliminazione totale è solo fumo negli occhi, che avrebbe l’unico effetto pratico di rendere più difficile la liquidazione delle spese legali in caso di soccombenza in giudizio.

C. LARGO AI GIOVANI Gli avvocati italiani iscritti agli albi forensi sono passati da un numero di 48.327 professionisti presenti nel 1985 a ben 208.000 nel 2009 con un incremento del 330%.

Se nel 1985 era presente circa un avvocato ogni mille abitanti (0,9), nel 2009 sono presenti ben 3,4 avvocati ogni mille abitanti. La rilevante crescita del numero degli avvocati italiani è un fenomeno abbastanza recente e ha di fatto determinato un ringiovanimento della popolazione forense.

Ho spiegato al mio amico che non sono contrario alle liberalizzazioni per la difesa di interessi corporativi, ma perché non risolve nessuno dei problemi della categoria e lascia aperti tanti interrogativi a cui mi piacerebbe qualcuno rispondesse:

  • la liberalizzazione che, di fatto, ha riguardato la professione forense ha avuto effetti sul livello qualitativo della categoria?
  • il costante aumento del numero di legali ha un qualche legame con l’elevatissimo livello di contenzioso?
  • mentre tutti si preoccupano (giustamente) della sorte dei lavoratori delle imprese manifatturiere che chiudono, qualcuno ha valutato l’impatto di queste riforme sui lavoratori del mondo forense?
  • non sarebbe il caso di partire da provvedimenti che – davvero – aiutino i giovani (come incentivi fiscali o la riforma delle associazioni professionali)?

Alla fine, forse per stanchezza, il mio follower mi ha dato ragione e mi ha detto “dovresti scriverlo un articolo per spiegare queste cose”.

Ora che l’ho fatto, chiedo a voi (che avete avuto la pazienza di leggermi) cosa ne pensate.


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23 COMMENTI

  1. MI sono rotto della laurea in Giurisprudenza e di questa pratica illegale e schiavizzata. Perchè la professione del medico è super tutelata mentre quella dell’avvocato no? Perchè uno specializzando medico percepisce uno stipendio ed io praticante avvocato neanche cento lire? La professione di avvocato non è tutelata per niente, tutti pensano che guadagnino soldi a palate perchè fanno imbrogli a morire. MA dove? molto spesso i veri imbroglioni sono i cittadini stessi, i periti assicurativi e quant’altri. Se non date tutele ad una professione come quella dell’avvocato , ma anzi la liberalizzate sempre di più, allora toglietela di mezzo , tanto così facendo finiremo che anche il fruttivendolo di casa mia potrà fare le cause in tribunale……RIDICOLI!! E la Fornero piange, ma per favore….i loro figli sono tutti bene piazzati con stipendi dirigenziali, e si permettono il lusso di fare riforme su tematiche che non sanno. MA chi è questa Fornero e MONTI? MA lovolete capire che i cittadini vanno tutelati , aiutati, affinchè uno si posa sentire fiero di essere italiano. Voi governo invece non tutelate nessuno anzi siamo alla mercè di chiunque, un albanese sbarcato a lampedusa o un cinese in italia a quasi più diritti e tutele di me. MA forse è inutile applicarsi più di tanto , perchè il problema è la mentalità, in Italia siamo abituati a crescere con il pensiero che bisogna essere mariuoli, furbi, che metterlo a quel posto al prossimo significa essere furbi, capaci. BRAVI …..bell’esempio di società!!! Spero che l’ITALIA cadi a picco, perchè l’italiano medio con la mentalità che si ritrova non è in grado di svillupparsi più di tanto. STRONZI!!!

  2. Il collasso del settore
    La professione legale è in crisi, va liberalizzata
    di Valentina Napoleoni10 Gennaio 2012

    Da tempo si parla di liberalizzazione delle professioni, in una prospettiva di riforma del sistema economico, volta a contrastare, superandola, la crisi in atto nei diversi settori. Al centro del dibattito politico si pone la necessità di liberalizzare la professione legale, che incontra le resistenze degli Avvocati iscritti all’ordine, intenti a mantenere integro il loro predominio sul mercato, inibendo l’accesso anche ai praticanti aspiranti Avvocati.

    Le condizioni di espletamento dell’esame di Avvocato, in Italia, stanno assumendo connotazioni intollerabili per i praticanti, in aperto contrasto con l’obiettivo di velocizzare i tempi di passaggio dal mondo universitario a quello lavorativo. Conseguita la laurea in giurisprudenza, infatti, il neo laureato è tenuto ad eseguire due anni di praticantato presso uno studio legale. Al termine del tirocinio, si impone il superamento di tre prove scritte, che si tengono ogni anno nel mese di dicembre. I risultati delle stesse, tuttavia, vengono pubblicati circa sei o sette mesi dopo, durante i quali l’aspirante Avvocato non risulta né un tirocinante, né un lavoratore subordinato, restando così privo della minima tutela giuridica, ancorché collabori presso uno studio legale. Nella maggior parte dei casi, le prestazioni lavorative vengono rese senza la sottoscrizione di un contratto ed il collaboratore percepisce forme di retribuzioni mensili pari a circa trecento euro, persino nella capitale.

    A Milano si arriva a cifre superiori, che non superano comunque le ottocento euro mensili. Solo in alcuni studi di grandi dimensioni è possibile, per i più fortunati, percepire somme superiori. La “plebe” versa in condizioni di grave precariato, destinate a protrarsi per anni, poiché, qualora si superi l’esame scritto, il candidato è tenuto ad affrontare una prova orale. Se non supera quest’ultima, deve ripetere lo scritto e così via, di anno in anno. Peraltro, l’utilità delle prove nelle quali si articola l’esame di stato, ai fini dell’accertamento della capacità tecnico-giuridica dell’esaminando, è davvero discutibile. Quanto alle tre prove scritte, i giudizi risultano del tutto arbitrari e discrezionali, senza essere accompagnati da alcuna griglia di valutazione e motivazione. Le prove, inoltre, prevedono la redazione di due pareri legali e di un atto giudiziario, in un arco di tempo davvero ristretto, nel corso del quale nessun Avvocato potrebbe ritenere di aver esaustivamente trovato la soluzione vincente o tutte le possibili soluzioni prospettabili al cliente- sic!- Quanto alle prove orali, le stesse prevedono lo studio di sette materie, oggetto di esami universitari, già studiate in precedenza.

    L’abilità e capacità di un Avvocato andrebbe testata su altri fronti. Il mercato è già un ottimo banco di prova per misurare la propensione allo svolgimento dell’attività forense dei praticanti, aspiranti Avvocati, in un’ottica di equo bilanciamento tra la necessità di inibirne l’esercizio a soggetti del tutto impreparati e la meritocrazia. Inoltre, la liberalizzazione della professione legale, se intesa come misura di agevolazione dell’accesso all’ordine degli Avvocati, da parte dei laureati in legge, consentirebbe il risparmio di numerosi costi. Tra questi, vanno denunciati aspramente quelli per l’acquisto dei quattro codici aggiornati, degli alberghi dove pernottare durante le prove scritte dell’esame e dei corsi di preparazione allo stesso, tenuti in tutta Italia. Facciamo due conti. La spesa media per l’acquisto dei codici si aggira attorno ai 500 euro, quella per i corsi oscilla tra 1.000 e 3.000 euro e quella per il soggiorno a minimo 300 euro. Un salasso di circa 2.800 euro l’anno per ogni praticante. Se a ciò si aggiungono le scarse retribuzioni percepite dagli esaminandi, è evidente come l’accesso alla professione sia, allo stato attuale, di fatto impedito ai meno abbienti, a discapito della tanto proclamata meritocrazia american style e dell’economia nazionale.

    In Italia, infatti, ci sono migliaia di laureati in giurisprudenza che risultano precari a tempo indeterminato e che rappresentano un costo per il paese, pur contribuendo a rimpinguare le tasche di albergatori e docenti di corsi post-universitari. In un momento storico caratterizzato dalla crisi dei mercati finanziari sembra difficile concentrare l’attenzione sulla condizione economico-sociale dei praticanti presso studi legali.

    Tuttavia, se si guarda ai numeri, le prospettive cambiano. Nella sola città di Roma, ogni anno, circa 5.000 laureati si accingono ad affrontare il fatidico esame. La concentrazione di Avvocati nella capitale supera quella dei legali presenti in tutta la Francia. Delle due l’una: o si limita l’ingresso alla facoltà di giurisprudenza o si sposa una politica di liberalizzazione della professione legale. Quest’ultima andrebbe intesa in senso relativo e non assoluto. In altri termini, non si tratta di consentire di svolgere la professione di Avvocato a soggetti sprovvisti della laurea in giurisprudenza e che non abbiano eseguito il periodo di praticantato, previsto dalla legge. Si tratta di semplificare i canali di accesso all’ordine degli Avvocati per quanti hanno conseguito una laurea in legge ed eseguito il successivo tirocinio. In tale direzione, sarebbe auspicabile l’abolizione dell’esame di Stato, o comunque una modifica dello stesso, in senso tecnico-pratico e tale da eliminare i costi che gravano sugli esaminandi, riducendo i tempi necessari alla pubblicazione dei risultati.

  3. Sono spiacente che l’ottimo articolo sia stato buttato in casciara inconferente.
    A me spiace solo di dover paragonare il mio ingegno al bancone della mortadella, €/kg.
    La professione non è impresa, anche se alcune logiche possano essere mutuate. Ma questo è un ragionamento troppo evoluto.

    Mi spiega Lei Sig. Ernesto perché è così livoroso?
    L’esame quelli seriamente preparati lo passano sempre, al massimo al secondo tentativo: è matematico.
    perché tutti oggi sono divenuti esperti economisti?

    Apriamo pure le gabbie, via l’ordine e la deontologia (roba vecchia, il giovane Monti è il progresso) e facciamo abilitare tutti subito, così, per campare tutti si dovranno creare i contenziosi, perché cercare nuove opportunità di mercato sulle consulenze specializzate è troppo duro, perché prima bisogna mettersi a studiare sul serio !
    Ci avete pensato che con “no win no fee” magari anche il vostro vicino o la vostra colf sarà invogliata a farvi causa perché un avvocato in cerca del magro stipendiuccio le ha fatto credere che si può ottenere un risarcimento milionario e comunque non costa nulla?
    e ci avete pensato che, visti i giudici che mancano, lavorano troppo, affidano a got, magari pure vincono?
    La parte passiva del ragionamento non l’avete valutata vero (cioè quando la questione vi entra in casa senza che possiate fare nulla per evitarlo?
    Così vi piace di più?
    Bene. Contenti voi contenti tutti.
    P.S.
    E, gentile Sig. Renzo, difendetevi pure da soli, a noi piace vincere facile. mi pare difficile credere che ci sia molta gente così preparata fuori dai tribunali. Mi pare più facile pensare al delirio di onnipotenza dell’italiano medio. In fondo un avvocato ha solo studiato 10 anni prima di fare pratica. E che ci vuole, basta forum e qualche parere di mi manda rai tre.

    Chiedo scusa all’autore dell’articolo.

  4. trovo giustissimo che vi sia l’obbligo di un preventivo scritto da far accettare al cliente, con sanzioni disciplinari adeguate in caso di mancanza od insufficienza; ovviamente questo fa molto dispiacere soprattutto a chi pensa a pagamenti solo “in nero” ed in contanti.
    In verità il problema delle liberarizzazioni è stato affrontato solo in parte dal governo: perchè la difesa in proprio (senza avvocato) è limitata solo fino a 1.000 euro ? Forse non si pensa che vi sono molti, come ad esempio il sottoscritto, che pur non esercitando attualmente l’attività forense hanno una preparazione sufficiente per sostenere da soli tutte le cause di competenza del Giudice di pace (nel mio caso poi ho anche esercitato in passato l’attività forense), mentre molti avvocati sono oggi a pretendere che anche per la mediazione/conciliazione vi sia l’obbligo di assistenza dell’avvocato, quasi che ciascuno non sia libero di decidere da solo per i propri interessi : se si sente impreparato sta al singolo ricorrere ad una consulenza od ad una assitenza, perchè imporgliela ? Ricordiamo che vi sono uffici legali di società ove operano molti esperti del diritto, che però si vedono per legge impossibilitati a sostenere in giudizio le questioni che ben conoscono, ma devono invece rivolgersi per legge ad un professionista iscritto all’albo, che di regola nella propria indipendenza di giudizio, le sostiene peggio di quanto chi conosce meglio fatti e norme specifiche potrebbe fare, avendone magari anche la competenza professionale.
    Stesso discorso ad esempio per le cause tributarie in cui, in alternativa all’avvocato è possibile rivolgersi anche ad un commercialista, purchè iscritto all’albo.
    Non parliamo poi dei notai, che spesso rifiutano clausole specifiche negli atti, perchè, per praticità loro vogliono solo riferirsi ad un loro schema di atto consolidato e non pensare a valutare altre clausole diverse.

  5. Ci troviamo di fronte alla più stucchevole ipocrisia messa in campo da coloro che celano dietro la difesa dei diritti dei cittadini costituzionalmente garantiti (vedasi autonomia, indipendenza, professionalità, diritto di difesa, ecc.) la vera finalità di conservare le rendite di posizione guadagnate nel corso degli anni. La circostanza chepiù del 60% del contenzioso esistente si concentri nelle mani degli avvocati ultrasessantenni con redditi medi superiori ai 100.000,00 €uro pro-capite, mentre la fascia dei giovani avvocati fino a 35 anni raggiunga dei livelli di redditto ai limiti del sostentamento personale, la dice tutta!!!
    Avrei ragione di ritenere plausibile la discussione dell’avvocato, che rispetto ma non condivido, nel momento in cui il sistema di reclutamento dei nuovi avvocati fosse ispirato a criteri di oggettiva e non di discrezionale selezione (vedasi ad es. quiz su tutte le materie di esame ovvero una pratica forense anche di cinque anni ma effettiva e rigorosamente documentata). Chi fa parte della cd. “casta” degli avvocati si affanna a sostenere che nella professione forense non vi sia familismo o che l’attuale esame di Stato sia necessario in quanto unico strumento idoneo a garantire la professionaità di coloro che si affacciano alla professione forense. Peccato, però, che ogni anno tantissimi praticanti avvocati abilitati al patrocinio, e che come me a breve rischiano di perderlo per decorrenza dei termini, vedano sistematicamente frustrate le loro aspettattive a tutto vantaggio di “figli di” o, ancora più grave, a vantaggio di candidati che non hanno mai messo piede in un Tribunale e che con la compiacenza di alcuni studi addirittura hanno svolto solo una pratica fittizia. Forse che i soggetti appena citati siano dotati di un pragmatismo nella professione forense di derivazione divina e sconosciuta a coloro che, a torto evidentemente, dopo aver svolto brillantemente il percorso di studi, aver preso specializzazioni, aver vissuto quotidianamente per anni gli Uffici Giudiziari, subiscono la beffa di una valutazione numerica immotivata rimessa alla mera discezionalità di “distratti” esaminatori? Non è forse più coerente valorizzare la considerazione che le barricate alzate dalla “casta”, sia in merito all’esame di Stato, sia in merito all’abolizione delle tariffe non siano altro che la reazione scomposta di un animale ferito che vede minati i baluardi dietro cui si celano le cennate rendite di posizione? Veramente si ha il coraggio di far intendere che l’attuale Esame di Stato premia i migliori sotto il profilo della preparazione teorica e pratica ma anche sotto quello della effettiva dedizione alla professione forense? Veramente si vuole far credere che l’abolizione delle tariffe minime vada a danneggiare i giovani avvocati? Solo per esemplificare si pone il seguente quesito: a parità di tariffe, il cliente è indotto a recarsi dall’avvocato anziano il quale ha un’organizzazione alle spalle già strutturata da anni e che può vantare anche una maggiore esperienza ma non per forza un maggiore affidamento professionale, o va dal giovane avvocato? Non è forse vero che i giovani avvocati, meno esperti ma sicuramente più aggiornati, nel momento in cui offrono la propria prestazione professionale a fronte di un compenso minore, con tale comportamento potrebbero rosicchiare fette di mercato acquisite nel tempo dagli avvocati senior?
    Purtroppo ci troviamo di fronte alla logica di “chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori” ovvero “del meno siamo è meglio stiamo” propria di tutte le corporazioni che difendono solo ed esclusivamente coloro che, volendo utilizzare le parole del prof. Monti, “sono dentro la roccaforte a scapito di coloro che sono fuori”. Logica oscurantista e di limitata prospettiva che, dietro il falso mito della tutela di diritti costituzionalmente garantiti, nell’attuale assetto ordinistico, finisce per minare alle sue basi proprio il principio di uguaglianza tra gli individui, con evidenti ripercussioni proprio a danno di quei “giovani” che gli stessi esponenti della “casta”, paradossalmente, vorrebbero tutelare!!! Bla, bla, bla, …………..

  6. Oddio, ma non si riesce a commentare con un minimo di sintesi!?
    Cmq è veramente divertente la posizione di chi parla di “funzione sociale” della professione!
    (Salva l’ipocrisia) Si vede che queste persone non hanno mai esercitato un giorno, anzi mezz’oretta!
    Forse solo i giovani hanno un pò di etica e funzione sociale!
    E poi qualcun altro si lamenta perchè siamo tanti: prego, nelle serre c’è tanto spazio!
    Che se ne vada!
    Perchè mai non dovrebbero fare lo stesso discorso – ad es. – i coltivatori diretti?
    Basta con questa buffonata degradante e ipocrita del tirocinio e dell’esame (“esame”…)!

  7. Cari Colleghi,
    venti anni fa ho iniziato questa bellissima professione con grande entusiasmo, sostenuta da quel minimo di regole che mi facevano sperare che “il pane e acqua” dei primi anni era un sacrificio naturale per ogni libero professionista.
    I Colleghi più anziani mi incitavano a non demordere: chi semina raccoglie.
    Praticantato, esame di abilitazione, Tarriffe minime garantite, Consiglio dell’Ordine, Codice Deontologico, Cassa Forense ecc. Se solo ci sentissimo davvero una categoria unita , dei veri Colleghi…………., ma siamo avversari….dentro e fuori dai tribunali, ed è questa la nostra vera debolezza. A parte i nomi eccellenti, che possono vantare una certa stabilità economica , grazie ai soliti agganci, siamo diventati un esercito di precari , in affanno per onorare le spese legate all’esercizo della professione, con notti insonni per non soccombere. L’abolizione delle tariffe minime è solo l’ennesima arma per mortificarci ogni volta che i signori magistrati ci liquideranno diritti e onorari , e non solo nel caso di gratuito patrocinio. L’elevazione dell’età pensionabile a settanta anni, un’altra perla prevideniale di categoria , già in vifgore da due anni; così come la mancata tutela da parte della Cassa di quei colleghi perseguiti dall’Inps, e che avevano fatto affidamento sulla regolamentazione previdenziale di categoria. La difficlotà economica, la persistente precarietà, la stanchezza fisica e psicologica, la delusione, sono questi i commenti della maggior parte dei colleghi. A tutti i giovani Colleghi dico : non illudetevi……..lasciate ogni speranza o voi che entrate.

  8. Gentile Paolo,
    mi spiego meglio: io ho detto che la previsione di “un esame di stato” mi sembra ragionevole, non “questo esame di stato” che – per le modalità con cui viene condotto – non seleziona i migliori.

  9. Egregio avvocato quello che più irrita è sentire e leggere esattemente quanto detto da lei magari ripetuto anche da Alpa che l’esame di abilitazione rappresenta lo strumento attraverso il quale garantire la competenza e la professionalità dell’aspirante avvocato. Lei sa benissimo le modalità di svolgimento di queste prove, che spesso vengono superate da persone che non hanno mai messo piede in un tribunale, che non consento al candidato di conoscere i motivi che lo rendono inidoneo a svolgere la professione grazie al principio del voto numerico insindacabile che esclude quel diritto di difesa costituzionalmente garantito che per voi è valido solo per gli altri cittadini e non per gli aspiranti avvocati. Ma se ci sono tanti inetti, considerate le percentuali di candidati affetti da ignoranza asinina, di cosa avete paura? Perchè gli over 65 che hanno in mano il 60 del contenzioso non li mandate in pensione? credo che l’attuale sistema di reclutamento di avvocati attraverso l’esame farsa invece favorisca l’incompetenza e allora perchè non prevedere 5 anni di tirocinio effettivo e certificato, dopo il primo anno patrocinio limitato, e poi iscrizione automatica. Cinque anni sono tanti e consentirebbero l’acquisizione di quell’esperienza necessaria per poter garantire il diritto di difesa e del giusto processo.

  10. Condivido pienamente l’analisi …siamo già liberalizzati…
    Siamo un esercito…
    il nostro problema è l’individualismo imperante all’interno della categoria.
    Rappresentanti distanti anni luce da noi….
    Ho lottato tanto per questa professione….
    E’ terribile il senso di amarezza

  11. -ABOLIZIONE DELL’ESAME DI STATO DI AVVOCATO: in tal modo tanti giovani bravi e motivati potranno accedere alla professione senza dover sostenere l’esame FALSO di abilitazione. Se sono bravo i clienti vengono, altrimenti NO
    – DIFFUSIONE DEL PATTO DI QUOTA LITE + PREVISIONE DEI PUNITIVE DEMAGES + GRAVI CONSEGUENZE PER LE LITI TEMERARIE: in questo modo l’Avv. svolge e sopporta il rischio di impresa (libero professionista=imprenditore). Inoltre connesso al rischio di impresa assume anche il rischio di non vedersi riconosciuto nulla nel caso in cui (molto facile in moltissimi casi) ravvisi la pretestuosità del diritto vantato e, con i punitive demages, potrà vedersi riconosciuta una grossa fetta del quantum riconosciuto al cliente. Non mi si parli di funzione sociale dell’Avv.: tutte stronzate (scusate il termine ma la misura è colma). Infatti se l’Avv. vede che il cliente non ha soldi non lo accetta neppure, altrimenti lo fa accomodare. In questo modo, invece, si tutela davvero la società da cause pretestuose che non fanno altro che ingolfare i tribunali. E’ necessario, inoltre, punire davvero la lite temeraria disponendo, in tal caso, una cifra calcolata tramite un moltiplicatore sul valore della causa (es. credito pretestuoso di 10 moltiplicato x 5 = 50) che andranno nelle tasche della controparte (e dell’avv. con il contingent free) ingiustamente chiamata in causa.
    Così, cari colleghi Avv., noi beneficeremmo di una % sulla somma riconosciuta al cliente ed eventualmente anche sui danni punitivi per lite temeraria.
    Se perdiamo amen, se l’imprenditore non porta a buon termine un’operazione mica viene pagato!!
    Ma chi è davvero bravo, invece, chiedendo % elevate aumenta i ricavi.

  12. Rispondo in modo un po’ sparso ai vari interventi che hanno chiamato in causa la mia opinione.

    Per prima cosa, io non santifico a prescindere modelli diversi da quello italiano, mi limito però a dire che ci sono modelli parecchio più efficienti del nostro.
    In italia a mio avviso c’è un po’ troppo la mentalità del “diritto quesito” (questo in generale), nel senso che sembra sia tutto dovuto, tutto da dover concedere e garantire, anche a costo di rendere la macchina della giustizia ingolfata e di rendere la nostro mercato meno attraente per gli investimenti.
    Mi rendo conto che la giustiza è qualcosa che tocca nel profondo delle corde di ogni essere umano, che è un qualcosa di delicato e che necessita di alcune precise e dovute tutele, ma non sempre una legislazione sul punto “protettiva” (per non dire protezionistica) riesce a realizzare i pur meritevoli scopi di tutelare le persone: che cosa dovremmo dire ai clienti e dirci a noi, allora, sulla durata esorbitante dei procedimenti?
    Basta un confronto neppure troppo accorto rispetto ad altri sistemi a noi vicini per renderci conto di come qui ci sia una tendenza a burocratizzare in modo drammatico ogni passaggio della giustizia, e di come questo comporti costi notevoli (e risultati non garantiti).

    La realtà è che la giustizia è prima di tutto un gigantesco intervento di amministrazione dello stato sulla realtà sociale di tutti i giorni, che ha risvolti pesanti nei rapporti privati come anche nell’economia. Tanto con riguardo ai primi quanto rispetto alla seconda, l’attuale situazione non si può affatto dire che sia “lo stato dell’arte”, in termini di efficienza.
    Senza osannare nessuno, porto la mia esperienza e quello che mi è stato raccontato e giudico in modo neutro il tutto. Un altro esempio apparentemente inutile secondo me dà l’indice di come qui si ragioni in base a schemi fin troppo datati: in italia i giorni di prima udienza e di p.c., come noto, in tribunale c’è una calca inimmaginabile, perdite di tempo e disorganizzazione soprattutto per le parti e gli avvocati; in inghilterra le udienze civili giornaliere si contano quasi a mano, perché il giudice ha la facoltà di tenere udienze via internet con gli avvocati, se ritiene che queste durino meno di un tot. (circa 20 minuti).

    Quanto alla quota lite: i sistemi concepibili sono naturalmente vari. Da quello secco (sul modello USA) a quello inglese, che è un misto di tariffe usualmente applicate e quota lite, per cui l’avvocato che perde ha comunque diritto a un certo compenso. Si può applicare benissimo un meccanismo come quello misto, che salvaguardi comunque il lavoro svolto dall’avvocato che perde, o rifarsi, come detto, al modello francese, che tra l’altro incentiverebbe molto gli avvocati a chiudere in breve le cause (non mi convince fino in fondo, francamente, il principio secondo cui andrebbe assicurata più indipendenza possibile all’avvocato rispetto ad un suo interesse nella causa, posto che attualmente, come detto, questo principio tende semmai a deformarsi in una totale mancanza di incentivi a chiudere le cause o, peggio, in una tendenza ad aumentare le parcelle facendo pendere il più possibile le controversie).
    In ogni caso, come detto, nessuno obbliga nessuno a stipulare patti di quota lite: può essere stipulato anche un semplice patto che rinvii alle tariffe.
    Ma una situazione del genere, se non altro, stabilisce un certo equilibrio nella contrattazione tra cliente ed avvocato, li mette tendenzialmente sullo stesso piano, mentre oggi il cliente è tenuto a pagare almeno il quantum previsto e stop. Incentiva inoltre l’avvocato a curare la causa in senso maggiormente favorevole al cliente.
    Se poi l’avvocato non vuol far causa per conto del cliente, perché ritiene che questo perderà la lite, ciò è solo positivo, perché evita che si istituiscano procedimenti palesemente infondati i quali sottraggano tempo e risorse ad altre istanze sì meritevoli di tutela.

    Sulla deontologia, francamente non mi stupisco che in alcuni studi all’estero si pubblicizzi il fatto di preparare bene i testi in vista delle udienze. Non mi stupisce, perché è esattamente ciò che avviene anche in italia, ma che nessuno dice (non sarebbe male essere meno ipocriti, sul punto?).

    Sulla difesa personale nelle cause di primo grado: secondo me si fa davvero troppo clamore sulla necessità di prevenire operazioni maldestre, in ambito giudiziario, da parte dei cittadini. A mio avviso, se un cittadino vuole davvero tutelare il suo diritto, ma non conosce le procedure, non si farà certo abbagliare gli occhi dalla possibilità di difendersi da solo (specie se in ballo ci sono diritti importanti o quantificabili con alte somme): si rivolgerà senz’altro ad un avvocato. Il cittadino che opererà da solo risponderà a sé stesso del suo agire, posto che, come detto, non ci sarebbe in proposito alcun suo obbligo a fare ciò, specie se con problemi economici (per cui soccorrerà il gratuito patrocinio). Ma sarebbe una misura che potrebbe contribuire anche a rilanciare l’economia, evitando alle aziende di rivolgersi sempre e comunque agli avvocati, ma istituendo uffici legali interni parimenti competenti, e favorirebbe più possibilità di inserimento nel mondo del lavoro da parte dei laureati in legge che, attualmente, si fiondano massicciamente sulla pratica e sull’esame di questa professione fin troppo inflazionata.

  13. DA ADNKRONOS-Milano, 14 gen. (Adnkronos) – Italia culla del diritto, ma non della giustizia. La lentezza dei processi frena la crescita per cittadini, imprese e investimenti esteri con costi enormi per il Paese. I fascicoli accumulati superano i 6 milioni a cui si devono aggiungere i 3,5 milioni circa di procedimenti penali. Le sole pratiche relative ai procedimenti civili pendenti occuperebbero una superficie pari a 74 campi da calcio grandi come San Siro. Una montagna di carta che, in termini economici, si traduce in quasi 96 miliardi di euro di mancata ricchezza. L’abbattimento del 10% dei tempi della giustizia civile potrebbe determinare un incremento dello 0,8% del Pil, secondo l’ultima stima di Confindustria. “Abbiamo calcolato -spiega all’Adnkronos Edoardo Merlino, segretario generale del Centro per la prevenzione e risoluzione dei conflitti (Cprc)- che questa percentuale corrisponde in termini economici a un milione di cause civili pendenti.
    Azzerare l’arretrato civile dunque farebbe guadagnare il 4,8% del Prodotto interno lordo pari a poco meno di 96 miliardi. Una missione ritenuta non impossibile se si guarda al ‘modello Torino’. Da Viale dell’Astronomia a Confartigianato sono diverse le associazioni di imprenditori che chiedono un intervento del governo per recuperare competitività. Ma non solo: il presidente della commissione Giustizia del Senato, Filippo Berselli, chiede al ministro della Giustizia, Paola Severino, di affidarsi a magistrati manager contro i ritardi. Nel rapporto ‘Doing Business 2012′ della Banca Mondiale, l’Italia continua a perdere posizioni. E’ fanalino di coda in Ue e non va meglio il confronto con il resto del pianeta: 158esima su 183 paesi. Meglio di noi Gambia, Mongolia e Vietnam, impari il confronto con il Vecchio Continente. In Italia servono 1.210 giorni per tutelare un contratto, contro 394 in Germania, 389 in Gran Bretagna e 331 in Francia. Ben 692 giorni in più – equivalente ad 1 anno 10 mesi e 27 giorni – rispetto alla media di 518 dei paesi Ocse.
    In Italia, inoltre, i costi legali sono spropositati. La quota in termini di assistenza legale e spese processuali, rispetto al valore complessivo della causa, è tra le più alte: circa il 30%, contro il 14,4% della Germania e il 9,9% della Norvegia. La Commissione europea sull’efficienza della giustizia calcola che lo Stato italiano spende per la giustizia 70 euro per abitante, a fronte dei 58 della Francia dove, peraltro, la durata media di un processo civile è la metà. Non solo: le aziende straniere incassano i danni nel giro di 12 mesi, mentre quelle del Belpaese devono aspettare in media oltre 3 anni oppure accettare accordi al ribasso, mentre nel frattempo chiedono prestiti per sopravvivere. Abnorme la durata dei fallimenti, più di 10 anni in media, non è da meno la giustizia tributaria. L’incertezza frena così l’economia, oltre che accrescere il senso di ingiustizia. Stime della Banca d’Italia indicano che “la perdita annua di prodotto attribuibile ai difetti della nostra giustizia civile potrebbe giungere a un punto percentuale”. Un deficit pubblico giudiziario tutto da sanare. Sul Sud Italia pesa la maggior parte dell’arretrato, più di metà del totale nazionale. Qui la giustizia viaggia con il freno a mano tirato. La durata media di un processo civile ordinario di primo grado si triplica da Torino a Messina, da 500 a 1.500 giorni. A Roma i processi civili durano un terzo in più che al Nord dove, comunque, non mancano città ‘fuori media’. E l’inaugurazione dell’anno giudiziario, prevista a breve, fornirà nuove cifre sulla lenta giustizia. Secondo alcune stime elaborate dal Centro studi Confindustria basate sull’eterogeneità geografica nella lunghezza dei processi di primo grado, le ripercussioni sullo sviluppo economico sono “rilevanti”: se nella provincia di Bari la giustizia civile avesse “la stessa efficienza che si riscontra nella provincia di Torino (-60% circa di durata dei procedimenti), la sua crescita economica nel periodo 2000-2007 sarebbe stata più elevata di 2,4 punti percentuali”.
    La spesa pubblica complessiva per tribunali e procure, invece, supera i 7,5 miliardi di euro, la seconda più alta in termini pro-capite in Europa dopo la Germania. L’Ufficio studi di Confartigianato stima che la giustizia-lumaca sottrae agli imprenditori risorse per 2,2 miliardi di euro. Impossibile da quantificare i mancati introiti per la fuga degli investitori esteri, spaventati dai nostri ritmi giudiziari. E ad aumentare il deficit è anche la legge Pinto, applicata se non si rispettano i tempi ragionevoli di un processo. Un trend in pauroso aumento. Nel 2008 il danno per le casse dello Stato è stato di 81,3 milioni di euro, l’anno successivo è lievitato a 267 e nel 2010, assicurano gli esperti, ha superato i 300 milioni. Un rischio oneroso se si considera che le cause in corso, tra penale e civile, superano i 9,5 milioni. E la nostra litigiosità non ha eguali: più del doppio rispetto alla media Ue, da 10 a 20 volte in più degli scandinavi. Se la lentezza del processo sembra non frenare la voglia di giustizia, tra ricorsi, impugnazioni e cavilli cresce il popolo degli avvocati, circa 260mila. In provincia di Milano ci sono tanti legali quanti nell’intera Francia. E le tariffe premiano chi firma più atti, non chi accorcia i tempi o evita i processi optando per la conciliazione. Così tra eterni rinvii che si rincorrono per i tre gradi di giudizio l’onorario cresce insieme all’arretrato. Tutto Grazie anche a Noi Tutti Bravissimi AVVOCATI. Ma quale liberalizzazione gia c’è stata! Assurdo!

  14. Leggo l’articolo e leggo i commenti. Credo che l’argomento sia veramente difficile da affrontare. Ognuno, giustamente, parla per sua esperienza e solleva le proprie perplessità.
    Ma credo anche che solo chi esercita la professione tutti i giorni possa veramente capire quali sono le problematiche.
    Mi metto nei panni di un cittadino che ha bisogno di un avvocato e capisco perfettamente quanto possa sembrare strano o ingiusto non sapere a priori quanto durerà una causa, come andrà a finire o quanto verrà a costare. Ma io, perdonatemi, non sono in grado di dire ad un cliente quanto dovrò lavorare per il suo procedimento. Faccio dei pronostici, posso elencare tutte le possibilità, i probabili sviluppi, essere il più precisa possibile…ma come faccio a prevedere i tempi, il numero di udienze, le eccezioni di controparte o gli adempimenti in caso di interruzione del procedimento per morte di una delle parti? Sono esempi limite, lo so, ma noi non abbiamo la palla di vetro.
    Dal canto mio, sinceramente, preferirei di gran lunga sapere sin da subito quanto costerà il mio lavoro perché, non dimenticatelo, questo mi potrebbe permettere di prevedere quanto guadagnerò e, magari, programmare spese e investimenti…cosa che, ora come ora, è impossibile, soprattutto per un avvocato giovane.
    Patto di quota lite? Se vinco incasso se perdo no? Ok… Quindi tutte le volte che il cliente non ha totalmente ragione io lo invito a rivolgersi ad un collega perché già so che non incasserò? E se tutti facessero così? Dove va a finire la funzione sociale della nostra professione?
    Ripeto: l’argomento è veramente delicato e noi avvocati, per primi, vorremmo un sistema più chiaro e semplice perché è nel nostro stesso interesse.

  15. Caro Marco, mi inserisco nella discussione e premetto che condivido al 100% quanto detto dal collega Belisario.
    Fermo quanto sopra, e in merito alle sue affermazioni sulla riforma della “casta” (alla quale non mi sento di appartenere) espongo il mio pensiero:
    1. Sui compensi: giusto il patto di quota lite (peraltro già esistente di fatto) ma è evidente che può valere solo per cause dove c’è una questione di risarcimento danni o pagamento somma. In tutti gli altri casi in cui si discute di puro diritto è difficilmente applicabile (per i clienti soprattutto). L’altro tipo di compenso è senz’altro fattibile ma a) riformiamo la giustizia dal momento che le lungaggini del processo non dipendono dagli avvocati (vedi rinvii di anni da parte del Giudice senza che succeda niente….) e b) si eviterebbe di pensare ad un accordo tra avvocati che non fanno l’interesse del cliente per chiudere prima la causa e “guadagnare.
    2. Assolutamente d’acordo su una riforma seria anche del percorso universitario (magari aggiungendo un periodo di pratica sin dal secondo anno di università (come peraltro alcuni ordini stanno già praticando in accordo con l’università e alcuni studi professionali. Questo è il vero nodo: una riforma vera.
    3. Sul decoro: a mio parere occorre riformare anche questo aspetto (vedi pubblicità, etc). Occorre anche però una salvaguardia dell’utente/cliente. Occorre tenere presente che se alcuni clienti possono scegliersi il proprio avvocato e sanno giudicare la competenza del proprio professionista, molte altre persone corrono il rischio di non avere questa possibilità (e credo che sia opportuno garantire una tutela anche queste persone) con tutto ciò che ne consegue in un settore come questo che rappresenta uno dei piu importanti “baluardi” in un sistema fondato sullo stato di diritto, appunto. Non scordiamocelo mai. D’accordissimo però sull’innovazione di tutto ciò che riguarda il settore dell’avvocatura, anche per stare al passo con i tempi. E glielo dico io che sono un fautore delle nuove tecnologie applicate alla professione e al miglioramento del rapporto con la clientela.
    4. Sull’ultimo punto non sono d’accordo. È come dire che tutti se vogliono possono curarsi da soli invece che andare dal medico e prescriversi le medicine che ritengono più utili per curarsi la malattia. Ci sono dei settori che in uno stato di diritto presuppongono delle competenze proprio al fine di tutelare nel migliore dei modi i diritti che i assumono violati e garantire un processo giusto. Le assicuro che in un processo non basta avere ragione nei fatti (e anche questo molto spesso non è vero) per assicurarsi un esito positivo della causa: Procedure, riti diversi, prescrizioni, decadenze, etc…
    Cerchiamo invece di garantire nuovamente un po’ di serietà alla professione e al mondo in cui viviamo ….
    Un saluto al collega Belisario e un grazie per il pensiero espresso nell’articolo che condivido pienamente.
    Alessandro

  16. Caro Marco N,
    se si mettesse da parte l’ idea che tutto quel che accade nel mondo anglosassone va bene per natura, forse si farebbe un passo avanti.
    Con l’ avvocatura abbiamo iniziato più di un millennio prima che nella perfida Albione e se qui le regole di fondo delle professioni – compresa quella di cui all’ art. 2233 c.c. – si sono evolute, finora, diversamente, vi sarà qualche più profondo motivo.
    Non mi stupisce che sui cartelloni inglesi possa leggersi “No win no fee”, per lo stesso motivo per il quale sulla pagine gialle londinesi puoi imbatterti in pubblicità di studi legali che impunemente reclamizzano i loro servizi proclamando: “I migliori nel preparare i testi!”.
    Siccome a nessuno piace di lavorare con la prospettiva di mandare l’ attività ai corvi, hai pensato che l’ altra faccia di “no win no fee” è “tutto è consenito per raggiungere l’ obiettivo”?
    Hai pensato che “no win no fee” è praticamente un’ invito alla roulette con la giustizia?
    Hai pensato che le tariffe si giustificavano anche perché contenevano un principio solidaristico, quello per cui sono obbligato a consigliarti, contro il mio interesse economico, di non fare la causa se non la reputo fondata?
    E che dire dell’ art. 36 della Costituzione: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro”?

  17. Credo che il discorso di Ernesto sia giusto e sillogistico, non ci sono posizione di parte e discriminatorie, le liberazione di cui si parla che già c’è è assurda, poichè sono solo scelte dovute dalla politica soprattutto forense, che ha sempre avvantaggiato i consiglieri degli ordini degli avvocati e mai gli avvocati, incuranti della tutela della professione e di coloro che la svolgono cosi come loro, ma dediti solo ai loro interessi! Una liberalizzazione non c’è mai stata, ma solo tante leggi a sfavore e discriminatorie del singolo Avvocato e tutto a vantaggio di una nicchia, la nicchia dei rappresentanti politici degli ordini ed è giusto che ora divengano NICCHIA nel vero e proprio senso della parola,cioè FUORI!!!

  18. Io stabilirei due modalità di compenso per gli avvocati, ovviamente sulla base di un accordo con il cliente: o quota lite (quindi, se vinci prendi una percentuale, anche cospicua, del valore della causa, ma se perdi non prendi nulla o meno di quanto si prende oggi) oppure tariffe fisse sul modello francese (ovverosia, l’avvocato viene pagato con una somma ben definita e rapportata al valore della causa, il che significa che se la causa viene chiusa in poco tempo – ad esempio perché transata – l’avvocato ci guadagna, mentre se va per le lunghe l’avvocato finisce per perderci).

    In questo modo viene meno il principio “causa che pende, causa che rende”.

    Non è sbagliato che ci sia un esame, poi, ma secondo me va riformato: a mio avviso va fatta molta più “pratica” all’università, mentre oggi tutto parte dallo studio teorico-mnemonico che spesso lascia concetti di cui lo studente non sa il reale significato-portata; al termine dell’università, chi vuol fare l’avvocato si iscrive all’ordine, fa i due anni di pratica ma dentro i due anni deve poter già sostenere l’esame (altrimenti gli anni diventano surrettiziamente tre, come sono oggi). Esame che invece imposterei in modo più teorico, sul modello di quello per magistratura: in questo modo la selezione è più trasparente ed è sullo “studio” del diritto.

    Altra cosa: devono essere tolte dai codici deontogici tutte le norme che vietano di farsi pubblicità e/o vietano di esercitare la professione in modo “non decoroso” (come ad esempio proprio la norma del 2233 cc.. Ci sono casi di avvocati che hanno aperto studi sul modello-agenzie, sono stati premiati all’estero per le idee imprenditoriali e sanzionati in italia dal proprio ordine!
    In inghilterra lungo le strade ci sono tabelloni enormi che pubblicizzano studi a suon di “No win, No fee”
    Che c’è di male in ciò?

    Infine: io metterei la possibilità di difendersi personalmente in tutte le cause civili di primo grado. Non mi convince a tal proposito chi sostiene che in questo modo vengono meno tutele essenzialissime per l’individuo: è quest’ultimo infatti che sceglie se stare in giudizio da solo o farsi difendere da un avvocato (e se non ha i soldi e vuol farsi difendere da un avvocato c’è sempre il gratuito patrocinio).
    In questo modo, al pari di una cosa come quella delle “tariffe fisse”, molte imprese costituirebbero al proprio interno degli uffici legali autosufficienti, con possibili consistenti risparmi di spese. Inoltre darebbe una prospettiva di lavoro in più ai laureati in legge (nonché ai praticanti degli studi), e finirebbe per smagrire il numero degli avvocati (davvero TROPPO alto).

  19. Gentile Ernesto, le rispondo con piacere anche perché il suo commento mi dà l’occasione di chiarire come la penso.
    Credo che l’accesso alla professione forense vada completamente riformato: sia in relazione al tirocinio sia in relazione all’esame (che oggi non premia sempre i più meritevoli).
    Sulla citazione del numero degli avvocati, si tratta di un riferimento fatto al fine di dimostrare unicamente che la professione forense è già liberalizzata. Non voglio il numero chiuso e, forse la stupirà, sono addirittura favorevole all’abolizione degli Ordini… che sono diventati ormai Enti inutili.

    Infine, mi consenta un appunto: non capisco il perché del tono del suo commento. Andare allo scontro, senza prima essere disposti al confronto, è il miglior favore che si può fare a chi vuole gettare “fumo negli occhi” e non risolvere i problemi dell’avvocatura (e della giustizia) italiana.

  20. La pazienza non sta tanto nella lettura quanto nell’aspettare prima di rispondere!
    Iniziamo ad inquadrare le problematiche. Anzitutto, se non ho capito male, la bozza del provvedimento allo studio del Governo non interviene tanto sull’accesso alla professione quanto sulle tariffe applicabili dagli avvocati. Sarebbe stato logico aspettarsi un articolo sulle tariffe..Tuttavia, a quanto pare ciò per Lei è inutile, quindi tanto vale schierarsi tra chi vuole impedire a tutti costi l’accesso alla professione.
    Se è così ho delle domande per Lei:
    – mi spiega Lei caro Avvocato con quali competenze pratiche affronta il parere in diritto penale chi ha fatto solo pratica di diritto civile? Dopo tutto come Lei dice la Laurea in Giurisprudenza è insufficiente per l’esame di Stato. Quindi, chi supera l’esame senza aver fatto un giorno di pratica, allora, è un assoluto genio pratico.
    – Mi spiega Lei caro Avvocato perché la pratica forense deve essere di due anni quando per le altre professioni vi sono termini di gran lunga più brevi? Certo, di sicuro l’attività forense è molto più delicata dell’attività del medico o dell’ingegnere civile e quindi richiede una pratica maggiore e un esame più difficile.
    – Mi spiega Lei caro Avvocato cosa c’entra il riferimento al numero degli avvocati? Se non erro l’abilitazione si ottiene dopo un esame, quindi in teoria chiunque possegga un minimo di competenza dovrebbe accedere alla professione. Vuole forse bloccare l’accesso alla professione? Vuole forse dire che stante l’elevato numero degli avvocati già iscritti è meglio evitare di aggiungerne di nuovi ?Se è così lo dica chiaramente non è necessario nascondersi dietro il numero degli inscritti.
    – Mi spiega Lei caro Avvocato la differenza tra un esame e un concorso?
    – Mi spiega Lei caro Avvocato come mai le varie Corti ripetono quasi sempre le stesse percentuali degli ammessi all’orale? Per me è strano, per Lei penso normale.
    – Mi spiega Lei caro Avvocato perché non viene fornita una motivazione sulla bocciatura? E pensare che c’è chi pensa che la bocciatura vada motivata, per Lei forse è una perdita di tempo.
    Questi caro Avvocato sono solo alcune delle domande … non si degni di rispondere dopo tutto sono solo un praticante.

  21. E’ fuorviante vedere le liberalizzazioni come la panacea di tutti i mali; sono anch’io dell’opinione che sia necessario ben altro…aprire i mercati e le professioni è solo un tassello di più ampi provvedimenti che ritengo necessari. non conosco nel dettaglio il provvedimento nella parte che interessa la professione forense, ho solo letto di abolizione delle tariffe min. e max. Ma, su questo punto, mi chiedo (e ti chiedo) perchè non farlo? credo si voglia perseguire il modello di professione aperta, senza vincoli o influenze degli ordini…una tariffa imposta, fornisce potere all’ordine di avere un ruolo nella sua determinazione…ribadisco, le risposte alle tue domande dovrebbero essere date da chi conosce molto bene la professione e le dimensioni dei problemi (e non è il sottoscritto) da affrontare; allo stesso tempo mi sembra che si voglia fare un’operazione a tappeto per non lasciare alle differenti categorie la possibilità di dire: “perchè i farmacisti, i tassisti, ecc. si e gli avvocati no?
    d’accordissimo sugli incentivi fiscali e su provvedimenti che agevolino l’aggregazione professionale (studi associati) per raggiungere dimensioni tali da sfruttare le economie di scala derivanti, a tutto vantaggio dell’ingresso e sopravvivenza di giovani avvocati.
    In soldoni, nessuno meglio di voi avvocati (quelli in buona fede) credo sappiano rispondere alle tue domande…certo, gradirei che professionista di fronte alla mia domanda sulla parcella, lui non debba rispondermi “..guarda, la minima e la massima sono imposte dall’ordine..”; forse allora bisognerebbe ragionare in termini di abolizione tout court degli Ordini, con tutto ciò che ne consegue
    Ma ripeto ne so poco delle difficoltà del vostro comparto, a te/voi indicazioni più attente e precise ;)

  22. Praticamente d’accordissimo… può bastare come commento…. ah no….più o meno ironicamente questa mattina sul mio profilo FB buttavo giù due battute continuate con ulteriore discussione più seriosa che, in linea di massima, finivano per coincidere con il riepilogo che precede.

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