Nel 2011 Einaudi, all’interno della nota collana “Stile Libero”, ha proposto un libro, dal titolo “Giudici”, che ha attirato l’attenzione non solo degli addetti ai lavori ma anche del lettore non solitamente attento al genere legal o ai romanzi a sfondo giuridico. Il motivo è semplice: i tre autori di altrettanti racconti che hanno al centro della trama la figura di un giudice sono Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo e Carlo Lucarelli, ossia tre degli autori preferiti dal pubblico italiano.

Il volume, che si legge agilmente (sono meno di 150 pagine, che scorrono in maniera molto fluida), è diviso essenzialmente in tre parti. La prima, con un racconto di Andrea Camilleri, è dedicata a un giudice torinese inviato in Sicilia subito dopo i fatti politici conseguenti l’unità d’Italia. La seconda parte è costituita invece da un racconto di Carlo Lucarelli, ambientato a Bologna nel 1980. La terza storia, a firma di Giancarlo De Cataldo, si volge nei giorni nostri in una piccola città di provincia.

Tutti e tre gli autori giocano, con grandissima sapienza (ed esperienza), sui tre caratteri dei giudici attorno ai quali incardinano la loro breve storia. E ognuno dei tre autori usa, al meglio, la dote caratteristica del suo modo di scrivere che ha già riscontrato successo in tante altre opere: Camilleri punta sulla sicilianità, sul senso dell’umorismo e su quella sua capacità fuori dal comune di descrivere con pochi tratti bellissimi contesti paesani, Lucarelli mette sul tavolo l’approccio poliziesco e d’azione, con tempi serrati e tanto sangue, mentre De Cataldo offre al lettore una commistione sopraffina di passato e presente, politica e questioni giuridiche, sogni e realtà.


Nel primo racconto Camilleri descrive l’arrivo di un giudice torinese in una città della Sicilia, subito dopo l’unità d’Italia, con l’intento di “ricostruire” il Tribunale che versa in condizioni disastrate. I temi di sfondo spaziano dalla disorganizzazione degli uffici al rapporto con la criminalità organizzata locale e con i potenti del luogo. Le atmosfere descritte sono molto simili quelle viste e apprezzate nei grandi film del secondo dopoguerra (mi sovviene, ad esempio, “In nome della legge” di Pietro Germi, girato peraltro a Sciacca) e il personaggio del giudice, come caratterizzato da Camilleri, è davvero originale: disincantato, puro, con qualche piccola nevrosi ma rigido nel suo codice etico e nella sua professione e pronto a passare sopra a ogni cosa pur di far trionfare la giustizia.

Lucarelli cambia completamente ambientazione (e registro) e disegna invece una Bologna molto scura dilaniata dai traumi di Ustica e della strage del 2 agosto e caratterizzata da inseguimenti delle volanti, sparatorie, un vivace sottobosco criminale, episodi di corruzione, servizi deviati e strani rapporti tra centri di potere e istituzioni. Il giudice in questo racconto è una “bambina”, un giovane giudice istruttore che si trova coinvolto in questioni molto delicate in un periodo storico ben preciso (e problematico).

De Cataldo, infine, gioca con i piani paralleli dell’infanzia, dell’adolescenza e della vita da adulti di due acerrimi nemici che diventeranno, “da grandi”, uno pubblico ministero e uno sindaco dello stesso paese, sino a scontrarsi più volte in processo. Il tono è divertente (la parte sui sogni dilanianti del giudice pensati come scatole cinesi è geniale) ma il racconto non disdegna riflessioni serie (come quella sul tema delle intercettazioni e della loro importanza investigativa) e offre anche qualche raffinatezza processuale e qualche tocco di classe, da giurista e scrittore d’esperienza.

La lettura, come anticipavo, è in un certo senso “leggera” e rapida, ma è allo stesso tempo coinvolgente. Una nota finale: la passione cinematografica dei tre autori sembra evidente: Camilleri descrive, come dicevo, alcune scene che sembrano prese dal filone giudiziario italiano e francese del secondo dopoguerra, Lucarelli è immerso in una atmosfera alla “Romanzo criminale”, seppur localizzata nella “sua” Bologna, De Cataldo fa tornare alla mente, con l’acerrima lotta tra il sindaco e il giudice, il magistrato Bonifazi e l’imprenditore Santenocito, già interpretati da Gassman e Tognazzi in “In nome della legge”.


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