Gli Stati membri dell’Unione europea devono prendere in considerazione le domande dei richiedenti asilo i cui diritti potrebbero essere seriamente violati se fossero rimandati nel primo paese europeo in cui sono giunti.

Lo ha stabilito la Corte di Giustizia europea, affermando un principio secondo il quale qualora esista il rischio che un richiedente asilo possa ricevere un trattamento inumano o degradante nel primo stato membro in cui è arrivato, il caso deve essere affrontato nel paese dove è stata presentata la richiesta.

Le regole Ue prevedono infatti che le richieste di asilo vengano vagliate nel primo stato membro in cui il migrante arriva. Ma molti richiedenti asilo entrano nella Ue da paesi come la Grecia, prima di recarsi in Francia e Italia e chiedere protezione.


I giudici europei hanno così stabilito che i richiedenti non devono essere rinviati nei paesi in cui le procedure d’asilo e le condizioni di accoglienza facciano ritenere che essi “corrano il reale rischio di essere soggetti a trattamenti inumani o degradanti“.

La vicenda trae origine dal caso di un afghano giunto nel 2008 in Grecia e immediatamente arrestato. Dopo diversi giorni di carcere l’uomo è stato rilasciato ed espulso in Turchia, dove è stato detenuto per due mesi in condizioni che la Corte ha definito spaventose. L’afghano è riuscito tuttavia a fuggire ed è arrivato nel gennaio 2009 in Gran Bretagna, dove ha presentato domanda di asilo.

Adesso dunque gli immigrati che hanno inoltrato richiesta d’asilo non potranno essere trasferiti in uno stato dell’Ue dove “rischiano di essere sottoposti a trattamenti disumani e degradanti“. La Corte di giustizia europea ha infatti dato ragione a 6 rifugiati afgani, iracheni e algerini, che dopo essere entrati nell’Unione passando per la Grecia hanno successivamente inoltrato una richiesta d’asilo nel Regno Unito e in Irlanda. Conformemente al regolamento “Dublin II“, che stabilisce che le domande d’asilo devono essere esaminate dal primo stato europeo che ha accolto i rifugiati, i 6 erano stati trasferiti nuovamente in Grecia, dove però le condizioni di accoglienza sono pessime.

Facendo riferimento alla Carta europea dei diritti fondamentali, la Corte ha deciso di rimettere in causa il regolamento. Considerando che nel 2010 il 90% degli immigrati clandestini arrivati nell’Ue hanno varcato la frontiera greca, la Corte ha preso atto che “le autorità greche non sono in grado di gestire il flusso di rifugiati“, provocando inaccettabili ritardi nell’esame delle domande d’asilo e condizioni di vita insostenibili per i migranti.

Secondo la Corte di Giustizia, Londra e Dublino, espellendo i rifugiati e rimandandoli in Grecia, non potevano ignorare i rischi a cui li esponevano.

In seguito al verdetto della Corte, in futuro sarà lo stato dove i rifugiati risiedono al momento della richiesta d’asilo a dover gestire la procedura.  Ma gli Stati membri sono davvero pronti ad accettare questa rivoluzione del regolamento “Dublin II” sul diritto d’asilo?

Qui, il testo integrale della sentenza


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  1. Le ultime sentenze pronunciate dalla Corte di Giustizia dell’UE e la risoluzione ultima del Parlamento europeo in tema di diritti dei detenuti non fanno che rimarcare le gravi carenze del nostro sistema giudiziario che non riesce a liberarsi dal peso delle corporazioni edi una classe politica travolta da ripetuti casi di corruzione e legata ai propri interessi di casta.Non è più dilazionabile una riforma strutturale del sistema giustizia che vada incontro alle reali esigenze dei cittadini che hanno diritto ad esigere una giustizia rapida ed efficiente che possa ridare a questo paese il prestigio di cui l’Italia ha goduto in altre e lontane epoche della storia e riconquistare il rispetto degli altri Stati.

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