La toppa, in questo caso, non è né peggiore, né migliore del buco.

L’emendamento all’articolo 23 del d.l. 201/2011 sull’abolizione delle province altro non è se non la conferma della sua inutilità, ma soprattutto della superficialità al limite del dilettantismo col quale è stato scritto.

Una prima correzione, riguarda il comma 14, ove si corregge il tiro delle funzioni che residueranno alle province, una volta deprivate delle funzioni amministrative. Il testo oggi prevede che esse possano svolgere nei confronti dei comuni funzioni di indirizzo “politico”. Non ci voleva una grandissima competenza in diritto costituzionale per capire che, per effetto dell’articolo 114 della Costituzione, i comuni costituiscono la Repubblica con pari dignità istituzionale a qualsiasi altro ente territoriale. Certamente, un organo autonomo, elettivo, legittimato dal corpo elettorale, non poteva e non doveva osservare alcun indirizzo “politico” da parte delle province.


Una seconda e più importante correzione riguarda il termine entro il quale le leggi regionali dovrebbero attribuire le funzioni provinciali ai comuni o a se stesse: passa dal 30 aprile al 31 dicembre 2012.

Anche in questo caso, l’atto di resipiscenza del Governo rivela la frettolosità con la quale si è scritto l’articolo 23, quasi al solo scopo di fare contenta la pancia dei cittadini ed ammiccare alle campagne di stampa che richiedono senza sosta l’abolizione delle province. Come si poteva pensare di realizzare uno sconvolgente procedimento di redistrubuzione non solo di competenze e funzioni, ma anche di personale, risorse, tributi, entrate, patrimonio, inventari, contratti attivi e passivi, in quattro mesi? Soprattutto, azioni di questo tipo non possono essere realizzate ad anno finanziario avviato; non si consente di approvare bilanci credibili, né di attivare nessun tipo di gestione concreta utile. I passaggi di competenze dovuti ad estinzioni ed assorbimento di enti si fanno ad anno finanziario completo, dunque necessariamente al primo di gennaio di un certo anno, non ad aprile.

La scadenza del 31 dicembre 2012 è certamente più credibile di quella da boutade del 30 aprile 2012. Tuttavia, data la portata dell’opera da realizzare (già si immaginano commissari regionali, incaricati di trasferire l’incommensurabile patrimonio provinciale o a revisionare la contabilità per armonizzarla con quella regionale o comunale, ed i soldi per i compensi connessi…), sarebbe risultata maggiormente credibile la data del 31 dicembre 2050.

Lo slittamento della soppressione delle funzioni provinciali al 31.12.2012 lascia, in ogni caso, aperti ed irrisolti i problemi operativi posti dalla norma, dovuti a due elementi:

a) il termine per le regioni non è perentorio, perché non è accompagnato da alcuna sanzione (se non l’intervento sostitutivo dello Stato, di cui si parla nel successivo paragrafo); non si sa se sia acceleratorio, ordinatorio o che altro, ma comunque certamente violabile;

b) l’intervento sostitutivo dello Stato, in caso di inerzia delle regioni non è soggetto ad alcun termine: potrebbe anche non essere mai attivato.

Comunque, proprio l’intervento sostitutivo dello Stato è l’anello maggiormente debole dell’articolo 23, tanto da risultare da subito di impossibile attuazione, senza doversi attendere alcuna pronuncia della Consulta.

Infatti, esso considera il potere sostitutivo dello Stato come attuativo dell’articolo 8 della legge 131/2003. Il comma 1 di tale ultima norma prevede l’intervento sostitutivo statale solo “nei casi e per le finalità previsti dall’articolo 120, secondo comma, della Costituzione”. Il che già ammanta di incostituzionalità la disposizione della manovra-Monti, visto che tra i casi previsti non rientra di certo la mancata approvazione di una legge in tema di rideterminazione delle funzioni provinciali. Ma, la restante parte del comma 1 dell’articolo 8 della legge 131/2003 evidenzia l’assoluta e irrimediabile contrarietà all’ordinamento dell’articolo 23, comma 18. Infatti, l’intervento sostitutivo dello Stato viene esercitato dal Governo, mediante un atto del Presidente del consiglio, “su proposta del Ministro competente per materia”; in questo caso il premier “assegna all’ente interessato un congruo termine per adottare i provvedimenti dovuti o necessari”, decorso il quale “il Consiglio dei ministri, sentito l’organo interessato, su proposta del Ministro competente o del Presidente del Consiglio dei ministri, adotta i provvedimenti necessari, anche normativi, ovvero nomina un apposito commissario”.

Risulta evidente che il potere sostitutivo dello Stato si esercita sulla funzione esecutiva ed amministrativa di regioni ed enti locali, non certo sulla funzione legislativa, che rimane potestà esclusiva ed intangibile dei consigli regionali.

E’ assolutamente inimmaginabile che il Governo della Repubblica adotti provvedimenti di diffida ad adempiere o di commissariamento di organi politici elettivi dotati di potestà legislativa, anche perché essa, ai sensi dell’articolo 117, comma 1, della Costituzione è esercitata con pari dignità ed equiordinazione congiuntamente dallo Stato e dalle regioni. Lo Stato può intervenire con proprie leggi solo nelle materie di propria competenza esclusiva e, nelle materie assegnate alla potestà legislativa concorrente delle regioni, solo con leggi quadro di principio.

L’articolo 23, comma 18, stravolge completamente l’assetto delle attribuzioni delle regioni e per questa via risulta del tutto inattuabile. Ogni provvedimento dei singoli ministri che attivasse l’iniziativa sostitutiva del Governo nei confronti delle regioni risulterebbe illegittimo se non addirittura nullo, per manifesta contrarietà alla Costituzione.

Lo Stato per intervenire sulla materia delle province senza determinare insanabili vulnerazioni all’ordinamento dovrebbe cancellare completamente le disposizioni dell’articolo 23 concernenti le province e, riappropriandosi della competenza, agire direttamente su organi e funzioni con propria legge, come in qualche modo consente l’articolo 117, comma 2, lettera p), della Costituzione. Ma, potrebbe farlo solo in riferimento alle funzioni che lo Stato stesso avesse a suo tempo demandato alle province. Tuttavia, la gran parte del decentramento di competenze in favore delle province attivato in applicazione delle leggi Bassanini tra il 1998 e il 2001 è avvenuto in base a norme regionali che hanno devoluto proprie funzioni. Dunque, il ridisegno delle funzioni provinciali, se non si intervenga cancellando le province della Costituzione, richiede necessariamente una nuova normazione regionale.

Una terza correzione riguarda la ormai famosa dead line per gli organi di governo, inizialmente prevista al 30 novembre 2012, poi cancellata dal testo pubblicato in Gazzetta e adesso reintrodotta, con l’emendamento, in modo automatico al conseguimento della data del 31 marzo 2013. Ad incrementare la confusione, l’emendamento prevede che agli organi provinciali da rinnovare nel 2012 “si applica l’articolo 141 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267”.

Ma, tale disposizione disciplina lo scioglimento o la sospensione dei consigli comunali e provinciali nel caso di compimento di atti contrari alla Costituzione, o per gravi e persistenti violazioni di legge, nonché per gravi motivi di ordine pubblico, oppure quando non possa essere assicurato il normale funzionamento degli organi e dei servizi per impedimento permanente, rimozione, decadenza, decesso del sindaco o del presidente della provincia o per dimissioni del sindaco o del presidente della provincia, o ancora per cessazione dalla carica per dimissioni contestuali, ovvero rese anche con atti separati purché contemporaneamente presentati al protocollo dell’ente, della metà più uno dei membri assegnati, non computando a tal fine il sindaco o il presidente della provincia o, infine, per riduzione dell’organo assembleare per impossibilità di surroga alla metà dei componenti del consiglio. Nessuna di queste ipotesi ha a che vedere con l’articolo 23 della manovra-Monti.

Insomma, si introduce un’ipotesi di commissariamento delle province in scadenza nel 2012 richiamando la norma che lo disciplina, ma prevedendo una causa di commissariamento ivi non considerata, creando una disparità con le altre province: queste, infatti, non potranno vedere la chiusura della consiliatura frutto delle elezioni tenutesi a loro tempo, perché il 31 marzo 2013, comunque, gli organi decadranno.

Correzione degna di rilievo è quella apportata al comma 22, al quale l’emendamento aggiunge un ulteriore periodo, che va assolutamente trascritto per intero: “fermo restando quanto previsto dall’articolo 5, comma 7, ultimo periodo, del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, tale disposizione si applica a decorrere dal rinnovo degli enti ivi previsti”. In altre parole, si conferma che agli amministratori di comunità montane e di unioni di comuni e comunque di forme associative di enti locali aventi per oggetto la gestione di servizi e funzioni pubbliche non possono essere attribuite retribuzioni, gettoni, indennità o emolumenti in qualsiasi forma siano essi percepiti, come già prevede da oltre un anno l’articolo 5, comma 7, della legge 122/2010; mentre per tutte le altre cariche amministrative della miriade di enti ed entini territoriali, dei quali non si sa con certezza l’entità, l’identità e la finalità, si fanno salvi gli emolumenti (spesso anche molto sostanziosi) degli organi elettivi, fino al rinnovo delle cariche. Dimenticando, per altro, che la gran parte della spesa di questi enti polvere spesso non discende dalle cariche elettive (quelle che ai sensi del comma 22 dell’articolo 23 della manovra-Monti, debbono essere gratuite), ma da quelle amministrative: consorzi, autorità d’ambito e di bacino, consorzi imbriferi e tutte le altre indeterminate tipologie di enti simili sono molto generosi nell’attribuire compensi da top manager di multinazionali ad amministratori delegati e consiglieri d’amministrazione, direttori generali, segretari generalil, cariche assunte molto spesso da politici in erba o di lungo corso, al tramonto della loro epopea.

Inutile soffermarsi troppo sull’altro correttivo che:

a) impone alle regioni a Statuto speciale di adeguare i propri ordinamenti alle previsioni dei commi da 14 a 20 dell’articolo 23 della manovra: anche in questo caso la penna eccessivamente frettolosa o ottimisticamente persuasa dell’onnipotenza della legge ordinaria statale ha trascurato il piccolo particolare che le province delle regioni a statuto speciale sono disciplinate appunto dai loro statuti. Che hanno il valore di legge costituzionale. Difficile che una legge ordinaria possa ledere o incidere l’autonomia speciale delle regioni, imponendo un assetto istituzionale fissato da una legge regionale di valore superiore;

b) chiarisce che le disposizioni di cui sopra non si applicano alle province autonome di Trento e di Bolzano. Anche in questo caso, non ci voleva un grandissimo esperto per capire che le norme sulle province non potevano riguardare quelle autonome di Trento e Bolzano, che godono un’autonomia e svolgono funzioni sostanzialmente identiche a quelle di regioni a statuto speciale.

 


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6 COMMENTI

  1. In questo post si leggono ragionamenti seri e non butade di chi apre la bocca solo per dar fiato e chiede abolizioni solo per placar il furor di popolo montato ad arte dai media.
    Credo che il livello di area vasta rappresentato dalle province sia indispensabile.
    Bene razionalizzare i confini e le dimensioni, ma non solo di province, ma anche di reGioni intere.
    Ha ancora senso mantenere una regione come il Molise di 300000 abitanti e pochi Km, decisamente più piccola e per pololazione e per dimensione di molte attuali Province.
    Che ne dice l’onorevole Di Pietro che da lì prende i voti!
    Perchè non raccoglie anche le firme per l’abolizione di Regioni a dir poco ridicole!
    E che dire degli scandalosi compensi dei Consiglieri Regionale.
    Dimezzando questi soli stipendi si otterrebbero economie decine di volte superiori che dall’abolizione delle Provincie (se mai ce ne saranno di economie).
    E i consorzi e tutte le poltrone che i politici assegnano ad amici ed amici degli amici! Non sarebbe meglio assegnare tali competenze alle province in modo da avere una decina di amministratori votati dal popolo e che rendono conto al popolo in luogo di centinaia di nominati e strapagati che rendono conto solo ai partiti.
    E che dire dei rimborsi elettorali sempre superiori alle spese sostenute.
    Svegliamoci.
    Cominiciamo a reagire contro coloro che ci vogliono far credere che i mali stanno nelle province pre distoglierci da argomenti come quelli sopra sintetizzati. Cominciamo a scandalizzarci con chi ci propina soluzioni che non stanno in piedi!
    Non beviamo (e firmiamo) tutto ciò che ci dicono. Ragioniamo sulle cose ed informiamoci a fondo.

  2. Giusto ridefinire e ridisegnare gli enti locali ma totalmente ingiusto abolire le province.
    Davvero ridicola sta storia dell’abolizione delle province. Sembre che il problema dell’Italia siano le Province. Un governo tecnico a mio modesto giudizio non può imporsi in una scelta così importante, trovo sconcertante la posizione della politica italiana, molti politici nel tempo hanno dichiarato la contrarietà ma oggi votano la manovra per senso del dovere, responsabilità e voto cd. “politico”, cioè siamo alla frutta. Come se il fallimento di questo Paese sia colpa dei tanti disoccupati o dei lavoratori onesti, dov’era la politica di destra e sinistra? Cosa facevano i vari governi di destra e di sinistra? Sono di sinistra, ma sempre più deluso e scontento, in Italia non esiste una classe politica seria, inutile girarci intorno. In ogni caso si fa di tutto per abolire un ente come la Provinca e non si parla proprio di migliaia di enti consorzi e quant’altro di inutile c’è in questo Paese, non si parla di Regioni, dove davvero occorrerebbe fare pulizia, altro che le province.
    Concordo con la linea dell’UPI. Inoltre se davvero si voleva fare un qualcosa di serio, non dalla sera alla mattina, si convocavano tutti e con tutti si decideva il dar farsi per un migliore risparmio della spesa di comuni, province e regioni oltre agli enti inutili.
    Nessuno ha parlato o pensato ai 60.000 quasi, dipendenti provinciali, gente costretta a cambiare tutto, magari uno ha comprato casa, contratto un mutuo, mono-reddito etc. e dovra spostarsi 100 km perchè dalla sera alla mattina si è deciso così…intanto i soldi che prebnde un dipendente in un anno li prende un parlamentare in un mese. Questa è l’Italia.

  3. ritengo che abolire le Provincie sia necessario in quanto Enti inutili e carrozzoni politici e questo potrebbe far risparmiare un sacco di euro all’Italia ,il personale delle provincie potrà essere meglio utilizzato se collocato nei Comuni ormai a corto di personale –
    Purtroppo in Italia ritengo che la “politica” tutta italiana non abolirà le Provincie ,perchè manca nel popolo la cultura dello spirito della politica ,perchè i programmi scolastici delle scuole elementari e medie sono carenti di insegnamenti del ruolo del cittadino nella società e del ruolo dei suoi rappresentanti politici .
    Per cui si è instaurato nel cittadino medio italiano il convincimento che il Politico debba essere la longamano per acquisire piccoli privilegi o favori a scapito degli altri ,convincendosi sempre di più che si legittimo leccare il culo ai politicanti di turno che non rivendicare a pieno titolo la fruizione dei propri diritti .
    Questo è il motivo per cui oggi il cittadino medio che è la stragrande maggioranza degli elettori vota il politicante di turno anche senza conoscere o pretendere un programma politico .
    Per cui è diventato haimè comportamento comune votare non per un programma ma per una fazione politica ,a cui il cittadino è disponibile a leccare il cu… per mantenersi aperto un varco a chiedere favori.
    Non capisco per quale motivo un cittadino eletto debba pretendere e avere un vitalizio ,visto che non ha vinto nessun concorso ,ma è stato solo chiamato a svolgere un incarico pubblico limitato nel tempo .

  4. Il Governo Monti ha preso un fortissimo abbaglio. Sembra che il problema dell’ITALIA siano le province. E’ridicolo, anticonstituzionale e soprattutto privo di qualsiasi risparmio l’argomento “abolizione delle province”. Sarebbe stato molto più credibile per tutti, mercati esteri compresi, attuare una graduale forma di ridisegno istituzionale. Non si possono fare certe modifiche per altro, a mio giudizio, palesemente in contrsto con i principi costituzionali, modifiche da attuare in tempi brevi (pochi mesi) e licenziate con quattro paroline indecifrabili, rinviate ad una legge dello Stato in caso di inadempienza delle regioni. Davvero ridicolo. Se oggi facciamo un sondaggio è chiediamo agli italiani qual’è l’istituzione che ritengono più costosa e meno efficiente forse diranno il Parlamento e non la Provincia, ma questo anche per l’onda emozionale che corre sempre più sul filo del rasoio. Sulle province si sta solo buttando fango, esistono realtà provinciali di indiscusso valore con efficenza assolutamente maggiore a quella di comuni e regioni mentre esistono realtà totalmente differenti, basterebbe dare più forza alla province per metterle in riga tutte. Sono di sinistra ma ho apprezzato molto la posizione della Lega in tal senso in specificio quella del Governatore Cota sul ridisegno delle province piemontesi, accorpamenti legittimi e creazione della citta metropolitana al posto della provincia di Torino. A parte che certe riforme semmai dovrebbero essere discusse e meditate da una larga fetta di attori (in primis comuni-province e regioni), poi un governo tecnico credo che si debba interessare a ben altro, non è vero che certe riforme se non li fa un governo tecnico non le farà mai nessuno perchè allora se ciò fosse vero significherebbe che la politica italiana (tutti, nessuno escluso, anche quelli che sembrano i più onesti, sinceri e perfetti) è fallita e non c’è altra soluzione.
    La mia proposta di cittadino è questa:
    – Rimodulare il numero dei consiglieri comunali-prov.li e regionali e rivedere i loro compensi, soprattutto quelli regionali che in alcuni casi sono scandalosi.
    – Passaggio di molte altre competenze alle province, quindi un loro potenziamento, sono gli enti più vicini al cittadino, accentrare le istituzioni porterebbe solo ad inutili spese, anzi aumento esponenziale di queste e allontanerebbe l’utente.
    -Accorpamento di province troppo piccole, non è possibile avere province mini come è successo negli ultimi anni. Là dove ci sono doppioni di città metropolitane, è giusto sopprimere la provincia e dare le funzioni di questa alla città metropolitana, i servizi e le competenze resterebbero invariate, non cambiarebbe nulla, ma in compenso non ci sarebbe un consiglio, una giunta e un presidente di provincia a questo punto veramente superflui.
    – Giunte di regioni, comuni e province. Inutili tanti assessorari, occorrono le deleghe solo per le materie di competenza.
    – Sono contro l’abolizione dei comuni sotto i 1000 abitanti perchè i comuni piccoli non costano e nel contempo forniscono servizi e una presenza dello stato troppo importanti specie in realtà dove lo stato è lontanissimo e magari in territori orograficamente troppo difficili, che senso avrebbe, avrebbe senso invece tagliare mega-stipendi dirigenziali regionali e non e sopratutto tutte le cariche di consorzi ed enti vari che sono migliaia e che nessuno tocca, nessuno.

    INSOMMA LO SPRECO E’BEN INDIVIDUABILE E CHE SI FA? SI CERCA IN TUTTI I MODI DI ABOLIRE LE PROVINCE CHE SONO L’ENTE CHE COSTA MENO ALLOS TATO E CHE CON UNA RIMODULAZIONE POTREBBE PORTARE IL PIU’ GRANDE RISPARMIO…POTENZIANDOLE CON IL TOTALE PASSAGGIO DI FUNZIONI DALLE REGIONI (REALTA’ TROPPO LONTANE DAI TERRITORI) E SOPRATTUTTO DANDO IL CONTROLLO E LA GESTIONE DELLE MIGLIAI DI CONSORZI ED ENTI CHE SONO FUORI OGNI CONTROLLO.

    La mia idea da cittadino è questa per cui sono TOTALMENTE CONTRO L’ABOLIZIONE DELLE PROVINCE e per un loro GRANDE RILANCIO E POTENZIAMENTO.

  5. Veramente pasticciata la questione.
    Bisognerebbe chiedere i danni a chi scrive norme così approssimative. Tecnici e professoroni profumatamente pagati che sembrano dei giuristi analfabeti.
    Poi certo che in Italia le cose vanno male!
    Qui stà la burocrazia da taliare, nei legislatori faragginosi che rallentano qualsiasi procedimento ed intasano la PA.
    Invece si sopprimono enti democraticamente eletti e che democraticamente rapparesentano i cittadini!
    Poche norme, ma chiare. Nei mendri di leggi e leggine, che si contraddicono stà il vero costo della politica.
    Quando apriremo gli occhi e non ci faremo più prendere per il naso da una classe dirigente che pensa che siamo tutti dei pecoroni deficienti (e mi duole constatare a ragione!)?

  6. Non ho incarichi Istituzionali o politici, ma ho fatto il Sindaco per 17 anni e l’Assessore provinciale per 3 e credo di aver maturato un minimo di esperienza e conoscenza del mondo delle autonomie locali da permettermi di svolgere alcune valutazioni di merito su quanto si sta dicendo in questi ultimi tempi sul sistema dei governi locali e in particolare sulle Province.
    Su questi argomenti leggo spesso analisi, giudizi, affermazioni di vari commentatori o editorialisti che, diversamente da quanto avviene su altre problematiche, non sono supportate da un minimo sforzo teso ad indagare, approfondire, comprendere ciò di cui si parla.
    Qualcuno sostiene che le Province non servono e rappresentano solo uno spreco funzionale alle esigenze della politica ed ecco che in tanti prendono l’argomento a simbolo della battaglia per rendere più efficiente la Pubblica Amministrazione e meno costosa la politica.
    Ma è proprio questo ciò che serve al Sistema Istituzionale e a tutto ciò che è riconducibile ad esso, per avere uno Stato Migliore?
    Se mi è concesso, vorrei motivare il mio dissenso nei confronti della vulgata pressappochista che ha preso piede in questo Paese e che sta trovando molti sostegni da persone assolutamente in buona fede, ma anche da chi in buona fede non è.
    1 – Per prima cosa vorrei dire, a proposito del Decreto del Governo, che non è così strano che per abolire un organo dello Stato, previsto dalla Costituzione, tra l’altro composto da persone elette dal popolo, serva quanto meno una legge discussa e approvata in Parlamento. Intervenire con un Decreto che ha come obiettivo il risanamento dei conti pubblici (che è una esigenza assolutamente necessaria), è uno schiaffo alla Costituzione e, mi sia consentito, anche a quella Democrazia rappresentativa che è alla base di uno Stato democratico. Infatti non è certamente un caso che, proprio per questa ragione, sia stato il Presidente della Repubblica a correggere la norma introdotta nel Decreto. E’ stato il Presidente Napolitano ad evitare una figuraccia al Governo e un vero e proprio strappo Costituzionale. Certamente sarebbe stato auspicabile un segnale da parte del Parlamento, ma abbiamo visto che i Parlamentari sono sensibili solamente ai loro stipendi (costituzionali) e purchè non lo si tocchino sono disponibili a passare sopra ad ogni cosa.
    2 – Detto ciò, quello che mi interessa veramente, è entrare nel merito della questione. E lo faccio ponendo una domanda: ma è proprio vero che le Province vadano ascritte tra gli Enti che sprecano il denaro pubblico perché fanno cose che non servono o che fanno già altri? Come ormai sanno tutti, le Province costano circa 12 Miliardi e incidono per l’1,5% sulla spesa pubblica, mentre l’insieme dei suoi organi (Presidenti, Assessori e consiglieri) costa 113 Milioni di euro. Queste risorse sono impiegate (purtroppo non sempre in modo efficiente, come spesso avviene nella Pubblica Amministrazione, dove abbiamo soggetti virtuosi e altri dissennati) per le Politiche territoriali (Urbanistica, Ambiente), per la Scuola, la Formazione, il Mercato del Lavoro e le Strade.
    In base ad un principio di sussidiarietà, termine che pare non interessare molto, gestiscono competenze di “area vasta” che non potrebbero gestire i singoli Comuni.
    Mi sto riferendo ai Piani Regolatori, ai Piani Energetici, al sistema autorizzativo per quanto riguarda insediamenti produttivi o Centrali di vario genere che hanno effetti su scala vasta e non sui singoli territori e per questo serve un soggetto sovracomunale capace di portare a sintesi le esigenze dei privati con quelle del Pubblico e dei cittadini.
    Mi sto riferendo, poi, alla gestione di 125.000 km di strade provinciali. Questa rete viaria (l’ 84 % della rete nazionale) oggi ha una gestione sostanzialmente unitaria, perché c’è un unico soggetto che segue la manutenzione, che fa le gare, che controlla e fa politiche organiche sulla sicurezza stradale. Proviamo ad immaginare se ad ogni Comune venisse attribuito il pezzo di strada provinciale che insiste sul proprio territorio comunale. Ci troveremmo in un quadro di manutenzioni differenziate, con qualcuno che spende e altri no e, soprattutto, con la necessità per ogni Comune (o gruppo di Comuni associati) di allestire uffici tecnici (smantellati da tempo) per progettare, gestire, seguire questa enorme rete viabile. Certo, potrebbero beneficiare del trasferimento del personale delle Province, ma avendo spezzettato le gestioni, questo non sarebbe sufficiente.
    Di fatti i costi RADDOPPIEREBBERO!!!!!
    La stessa cosa si potrebbe dire per altre funzioni che attengono al mercato del lavoro, alla scuola o alla formazione.
    Ed è a questo punto che formulo un’altra domanda: come mai in tutti i Paesi Europei esistano enti parificabili alle Province? Per la precisione tutti i paesi hanno i comuni; 23 su 25 hanno le Province; 17 hanno le regioni. Spesso mancano altri livelli istituzionali che in Italia ci siamo inventati, ma di questi sia la manovra che la politica, non parlano.
    3 – Immagino che non interessi molto quanto si fa in Europa, almeno quando non vengono esempi che confermino le proprie tesi, e allora faccio il passaggio successivo che solitamente si fa quando si affronta questo argomento. Cioè, prendendo atto che non si possono attribuire tutte le competenze delle Province ai Comuni per le ragioni che prima dicevo, c’è chi sostiene con convinzione (peraltro questa era l’ossatura della norma contenuta nel decreto salva Italia) che le competenze dovrebbero passare alle Regioni.
    Ecco, proprio le Regioni. Ma non vi è capitato di leggere che i veri sprechi, i veri costi della politica, in gran parte vengono proprio di li’? I Consiglieri, che come si sa hanno ben poche responsabilità, percepiscono stipendi, nelle Regioni morigerate, che sono 3 volte quelli dei sindaci di medie città; nelle Regioni meno morigerate, cioè la stragrande maggioranza, arrivano a stipendi come quelli dei parlamentari. E il bello è che essendo così distanti dai cittadini, nessuno sa bene cosa facciano, la trasparenza è un optional e il controllo popolare praticamente non esiste.
    Ma questo, evidentemente, non è un argomento che fa battere il cuore. Potrei aggiungere che un’organizzazione dello Stato basata su due centralismi distanti entrambi dai cittadini, quello Statale e quello Regionale, non va bene perché allontana i luoghi delle decisioni e la capacità di controllo dai cittadini stessi. Potrei segnalare che è proprio l’Unione Europea a sottolineare con enfasi “la necessità di attribuire funzioni istituzionali ai livelli bassi della scala gerarchica in attuazione al principio della sussidiarietà”. Attraverso questo principio viene affermato “che il maggior numero di funzioni devono essere attribuite ai livelli più bassi di governo in funzione della maggiore rispondenza ai bisogni ed alle preferenze dei cittadini, proprio in considerazione di una maggiore vicinanza e migliore interpretazione delle loro necessità”. Ma non credo siano argomentazioni così efficaci per chi cerca soluzioni semplici e immediate per dare il segno che si è masso mano ai costi della politica.
    Allora provo a indicare qualche dato per far comprendere che la strada che si è intrapresa non funziona neppure sul piano del risparmio . Lo sapete che cosa significherebbe trasferire il personale delle Province alle Regioni? Dal 15 al 20% in più di costi solamente per pagare gli stipendi. E questo in una delle Regioni più virtuose come l’Emilia Romagna. Se si immaginano altre Regioni, i costi crescerebbero ulteriormente. Vi prego di chiedere informazioni circa i diversi contratti dei dipendenti provinciali e regionali e di verificare chi esercita funzioni di controllo del lavoro in Enti come le Regioni. Comunque, per ritornare ai numeri, se il costo del personale complessivo delle Province è di 2,5 miliardi e solo un 50% passasse sotto le Regioni, credo si abbia chiaro cosa significherebbe in termini di costi per le nostre tasche.
    A titolo puramente informativo segnalo anche che quando le competenze in materia urbanistica erano in capo alle Regioni, per avere approvata una variante per un’attività produttiva, quando andava bene servivano 2 anni; quando andava male oltre i 3.
    4 – Questo significa che non c’è spazio per mettere mano ai costi di un sistema pubblico certamente condizionato dalle esigenze fameliche della Politica? Assolutamente no! Gli spazi ci sono e sono enormi!
    Vi chiedo, a cosa servono le Prefetture in una organizzazione dello Stato Federalista? Vi posso garantire che quel pò che fanno, con strumenti dell’Ottocento e generalmente senza nemmeno applicare le norme sulla trasparenza degli atti, potrebbero essere fatte (come in parte avviene) da Province e Comuni, mentre un’altra parte di cose che fanno, per esempio far perdere tempo alle Questure e alle Forze dell’Ordine in genere (si provi a chiedere in giro per averne un’idea), si potrebbero cancellare proprio.
    A cosa servono poi decine e decine di Consorzi che gravitano sullo stesso bacino idrico e che, oltretutto, salvaguardano gli interessi degli agricoltori e non quelli dei cittadini che rischiano di allagarsi ogni volta che piove un po’ più del solito?
    A cosa servono Enti, Autorità ed Agenzie d’ambito costruiti per essere soggetti terzi rispetto agli Enti Locali nella gestione di certi servizi (trasporti, rifiuti ecc.) quando i Comuni sono proprietari delle Aziende che gestiscono i servizi pubblici, controllano le Agenzie/autorità che dovrebbero controllare le loro aziende e rispondono ai cittadini della qualità dei servizi che gli vengono offerti? In sostanza si spendono soldi, tanti, per tenere in piedi un vero e proprio conflitto di interessi.
    E’ mia opinione che le Province, nel quadro di una riorganizzazione complessiva delle Autonomie locali, dovrebbero smettere di fare cose che non servono e farne altre attribuite a soggetti che non sono eletti e controllati dai cittadini, nonostante gli siano attribuite funzioni pubbliche anche importanti.
    Da domattina si potrebbero tagliare le spese per la cultura e per il sociale, che non rientrano nelle competenze delle Province ma in quelle dei Comuni. Si potrebbero sostenere le Province virtuose e penalizzare quelle che non lo sono. Si potrebbero introdurre per le Province, ma anche per Regioni e Comuni, degli standard oltre i quali si è penalizzati. E’ possibile che ci siano Enti che hanno costi del personale che incidono per il 60/70% e altri che arrivano al 30%. Qui bisogna colpire. E’ ora di finirla con questo atteggiamento di difesa indistinta dei Comuni o delle Regioni o delle Province. Ci sono Enti che funzionano bene, altri che sono un disastro. Occorre, con strumenti coercitivi, introdurre elementi di garantiscano maggior uniformità.
    Poi, si potrebbe intervenire duramente anche sulle spese sostenute per la formazione e il mercato del lavoro, lasciando molto più spazio al valore dei progetti formativi e ai privati che già operano nel settore con risultati importanti. Certo, si andrebbero a toccare molti interessi che gravitano in questo mondo, si provi a pensare agli Enti di Formazione dei Sindacati, delle Associazioni di categoria o degli imprenditori, ma anche qui bisogna liberalizzare. O no?
    Sto parlando di interventi strutturali, che eliminino privilegi consolidati nel tempo e ambiti di sottogoverno della politica e delle diverse componenti sociali; sto parlando di semplificare la nostra organizzazione dello Stato ridefinendo competenze e funzioni con l’obiettivo di lasciarle il più vicino possibile ai cittadini; sto parlando di risparmiare parecchi miliardi di euro.
    Quello che invece si sta ipotizzando, nell’indifferenza più totale, è un risparmio di alcune decine di milioni di euro promosso con tanto clamore per dare un contentino all’antipolitica e distogliere lo sguardo dai veri centri di costo che sfuggono al controllo dei cittadini e alimentano il sottobosco della politica e di ciò che vi gravita attorno.
    Sparare nel mucchio è diventato uno sport di massa, ma non serve coraggio per questo. Serve coraggio, invece, per iniziare a dire cose che paiono impopolari o, ancor peggio, che quasi tutti (spesso in modo bipartisan) tacciono perché attengono a quegli spazi d’ombra dove la politica, le lobbies, il potere (anche quello dei media) coltivano i loro piccoli o grandi interessi.
    Andrea Ricci

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