La sindrome della “madre malevole” comincia anche in Italia ad essere riconosciuta come causa di danno risarcibile.

Molti confondono questa vera e propria patologia con la più nota “PAS” (Parental Alienation Sindrome); in realtà sono comuni solo il risultato ottenuto che è sempre quello di tagliar fuori il padre separato dalla vita del figlio-ostaggio.

Il dato assolutamente e tristemente caratterizzante di questa sindrome è la circostanza che è prevalentemente la madre a porre in essere il processo di alienazione in danno del figlio anche in ragione della ancora prevalente collocamento dei figli pur in presenza di affido condiviso.


E se la PAS focalizza l’attenzione sui comportamenti omissivi del padre (mancato pagamento del contributo al mantenimento, scarso esercizio del diritto-dovere di visita) per farne il fulcro di una vera e propria strategia mirata verso l’annichilimento della figura paterna, giungendo ad ottenere la piena “complicità” del figlio, la sindrome della “madre malevola” non è una forma di manipolazione del figlio ma si esplica in una serie di comportamenti rilevanti penalmente posti in essere dalla madre in danno dell’ex marito.

Anche il frequente ricorso alle aule di giustizia, denunciando abusi sessuali inesistenti ,coinvolgendo altri in azioni dolose, la proibizione di visite regolari e di libere conversazioni telefoniche con il padre, l’impedimento della partecipazione del padre alle attività extracurricolari del figlio, il raccontare menzogne malevole ai figli e/o ad altri , giungendo a violare la legge al solo fine di danneggiare il marito rappresentanno comportamenti che devono essere valutati con attenzione al fine di individuare i comportamenti posti in essere dalla “madre malevole”.

Il Tribunale di Roma ha sanzionato con la condanna al risarcimento del danno per la lesione sofferta dal padre del “diritto alla genitorialità”, riconoscendo l’esistenza in concreto della sofferenza nascente dall’essere stati privati della possibilità di accompagnare il percorso di crescita del proprio figlio.

“S’ i’ fosse morte, andarei da mio padre…

s’i’ fosse vita, fuggirei da lui…

…similmente faria da mi’ madre.

(Cecco Angiolieri)

Qui il testo integrale della sentenza


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4 COMMENTI

  1. Mi piacerebbe che fosse focalizzato il problema sul genitore alienante in generale, non sulla madre, sempre con riferimenti cone genitore che secondo statistiche è quello malefico. Dalla mia esperienza mi trovo in un caso opposto. E da quando è applicato l’ affidamento condiviso con più giorni ai padri ci sono sempre più casi di padri malevoli. Mi è capitato quindi in tribunale di notare un certo eccessivo aiuto verso i padri, proprio perché si diffonde mentalità delle madri cattive. E anche quando una madre ha tutte le ragioni per difendersi, si ritrova alienata perché ormai pochi sono veramente preparati a capire e sono prevenuti.

  2. Quella situazione avente per oggetto la contesa dei figli in affidamento, la privazione da parte di questi di qualcosa di naturale e fisiologico, ovvero rimanere legati affettivamente ed emotivamente verso ambedue i genitori, è un tema sempre più sentito.

    Spesso si assistono a scene che non vorremmo mai né vedere nel reale, né nell’immaginario e sconfinato mondo di conflittualità di genitori separati, tali scene assumono connotati colorati di noir per l’affidamento dei figli. Allora la guerra tra i coniugi nei tribunali senza esclusione di colpi si realizza tra perizie psicologiche dei figli, che diventano le vittime della conflittualità; spesso infatti questi diventano il “redde rationem” di quella guerra.

    Alcune volte, l’affidamento fisico per uno dei due genitori, va di pari passo con un’esclusività di possesso che diventa anche mentale e non condivisibile con l’altro genitore. Un possesso esclusivo di qualcosa che non è un oggetto, ma fa parte del nostro dna.

    La sindrome di alienazione genitoriale (PAS) vero è che non viene riconosciuta come malattia nella psichiatria infantile, ma è nota a tutti, non solo agli addetti ai lavori; essa si trasmette e s’instaura lentamente nei figli contesi da genitori separati, e consiste nella denigrazione di uno dei genitori tramite lavaggio del cervello.

    Non sono necessari trattati di psichiatria infantile per capire che chi agisce in tale modo si sente in colpa per una rottura di un’unione matrimoniale, sia pure quando vi siano state motivazioni gravi.
    I figli in tale contesto instaurano una conflittualità, sia pur inconscia, verso il genitore denigrato, questo comporta spesso un’ipereattività, un’insoddisfazione, una carica di violenza intrinseca non mitigata dall’affetto naturale verso entrambi i genitori.

    L’insoddisfazione affettiva dei figli diventa così la causa della privazione di un affetto.
    La PAS infatti è considerata una situazione di maltrattamento del bambino che attenta alla sua incolumità psichica, fisica e affettiva: è un non riconoscimento del suo diritto a essere se stesso.
    Una violenza che va punita, una violenza sebbene talvolta sottesa ed involontaria ad un conflitto che non potrà mitigarsi. Non si può negare una sindrome, sia pur negata dalla medicina, che diventa reale in molti casi; una sindrome che spesso è nota nei tribunali minorili anche se non è riconosciuta come una malattia, ma in questo caso la malattia maggiore è dei genitori, quella possessività esclusiva, l’affetto che non deve e non può essere condiviso, gelosia sebbene naturale, ma morbosa che nuoce e che diventa fatale allo sviluppo adolescenziale.

    La non violenza psicologica sui figli dovrebbe necessariamente essere il leitmotiv per considerare una attenta revisione di qualcosa di reale che si verifica sempre piu spesso tra genitori separati, un qualcosa di non bello che scaturisce dalla fine di un unione il cui tempo ha inesorabilmente reso reale.

    L’amore finito tra i coniugi non deve riflettersi sui figli, musica innocente di un mondo contaminato. L’amore per i figli consiste anche nel far donare e nel permettere di donare amore all’altro genitore separato, di non farlo sentire in colpa agli occhi dei figli anche quando esiste una colpa, di non rendere appariscente né un qualcosa che lo è, né un qualcosa che non lo è.

    Solo così quell’amore senza la possessività sarà completo interamente, un amore che deve obbligatoriamente essere condiviso anche quando non c’è più niente da condividere.

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