Ne è passato di tempo da quando, giovane giurista, guidai con neve e nebbia su per le colline di Rastignano, poco sopra Bologna, per celebrare, insieme a migliaia di (più o meno) coetanei, il rito annuale degli esami scritti per l’accesso all’avvocatura. Da allora mi sono ritrovato, in due occasioni, “dall’altra parte della barricata”, come commissario d’esame, a correggere centinaia di compiti scritti e ad ascoltare (e giudicare) decine di candidati alla prova orale.

L’esame scritto da avvocato è, per molti candidati, abbastanza traumatico. Il motivo principale risiede nel fatto che il giovane giurista non è più, oggi, abituato a scrivere. In molti si presentano all’esame con, all’attivo, solamente la redazione della tesi di laurea e qualche atto standard elaborato durante i due anni di pratica, clonato spesso da esempi contenuti in formulari e ben poco creativo. Il foglio bianco, allora, può far paura, soprattutto se è necessario, in poche ore, tratteggiare una soluzione che sia non solo corretta ma che possa dimostrare anche l’atto del ragionare, una sorta di percorso logico seguito dall’esaminando davanti a un caso concreto.

L’esperienza insegna che non è facile comprendere (meglio: prevedere) come un commissario potrà interpretare, e giudicare, a distanza di mesi, un compito; dare consigli, quindi, può rivelarsi non solo inutile, ma anche pericoloso. Penso, però, che ci siano dieci regole di base che, se seguite (cum grano salis, adattandole sempre al caso concreto), possano quantomeno portare il candidato a evitare errori grossolani capaci di condizionare l’esito della prova e che, soprattutto, possano essere adottate anche nella vita professionale quotidiana, al di là dell’emergenza-esame di questi giorni.


1) L’attenzione alla grafia. La seduta tipica di una commissione d’esame si protrae, di solito, per un intero pomeriggio, dalle due alle otto, spesso tutte le settimane, per diversi mesi. Ciò comporta che la commissione debba procedere, nei lavori, abbastanza spedita al fine di garantire la correzione degli elaborati di almeno quattro, cinque candidati a seduta, facendo l’ipotesi, come sovente capita, di lettura a voce alta dell’elaborato da parte di un commissario al cospetto di altri quattro commissari che ascoltano. Dedicare, quindi, attenzione alla grafia, senza giungere all’estremo di scrivere in stampatello ma, semplicemente, scrivendo in maniera comprensibile, già alimenta un’atmosfera più serena in fase di seduta di correzione. Allo stesso modo, tenere i fogli “di bella” puliti, senza cancellazioni, note integrative o rinvii, porta, come conseguenza, a una più facile lettura. La grafia illeggibile causa, in più, una interruzione del discorso, del percorso logico del candidato. Veri e propri casi di tentativi di traduzione di ciò che è stato scritto, realmente occorsi, generano malcontento e tensione. I suggerimenti di “scrivere subito in bella” sono, su una fascia di tempo così ampia per la redazione (diverse ore disponibili), a mio avviso errati. La trascrizione del proprio lavoro in bella grafia consente anche, alla fine della giornata, di “decompensare”, di scaricare la tensione, di rileggere ciò che si è scritto, di sentire come “suona” il parere, se ha una armonia interna oppure no.

2) Attenzione alla sintassi, alla grammatica e alle regole ortografiche. Muovendo dal presupposto che il candidato sappia scrivere in un italiano corretto, sono tre i fattori che essenzialmente portano a brutti errori nell’elaborato: i) la tensione del momento; ii) la costruzione di frasi troppo complesse; iii) la “riduzione” a frase (più o meno discorsiva) del contenuto di una massima o di una sentenza individuata sul codice. La tensione gioca, sempre, brutti scherzi. Il suggerimento è di meditare su ogni frase scritta e di sostituire termini sui quali non si è sicuri al cento per cento con termini più semplici. I brocardi latini o le citazioni a memoria sono, in questo contesto, pericolosissimi/e. Se la memoria, in quel momento, è labile e non si ricorda l’esatta dizione, meglio lasciar perdere (quanti “aliud pro aglio”, “sine quam non”, “aborigine” segnati!). Anche la costruzione di frasi complesse può portare a errori. In questo caso, un approccio cauto può consistere nell’uso di frasi brevi, con poche subordinate, spezzate da “virgole” e “punti e virgola”: la punteggiatura dà la cadenza della frase, del periodo e dell’intero elaborato. Infine, spesso brutti errori sono commessi perché si cerca d’integrare nel proprio parere una frase presa pari pari da una massima, senza curare il coordinamento temporale, la consecutio o il collegamento. Anche in questo caso, una volta effettuata “l’operazione chirurgica” (se proprio necessaria), è meglio rileggere con cura l’intera frase. Si nota infine, durante la correzione, una disattenzione diffusa nei confronti della punteggiatura, soprattutto virgole e punti che, comunque, dovrebbero servire a dar respiro al discorso. Il candidato dovrebbe mettere in conto, come già detto, che può capitare che il suo parere venga letto ad alta voce da un commissario, con altre quattro persone che ascoltano. Ciò comporta che il parere deve anche “suonare” bene: rileggere a bassa voce ma con concentrazione il proprio elaborato prima di consegnarlo consente di comprendere anche la correttezza su questo aspetto, dal momento che la lettura ad alta voce è il metodo migliore per evidenziare errori (ma anche per rivelare, al contrario, la cura nello scrivere del candidato).

3) La costante verifica delle fonti (massime e sentenze). I codici non contengono la verità ma, soprattutto, anche i codici possono contenere errori di stampa. La trascrizione metodica e quasi ossessiva di parti di massime deve sempre essere fatta valutando concretamente cosa c’è scritto, e il senso delle stesse. Vi è stato il caso recente di un errore di stampa, “rivelare” al posto di “rilevare”, contenuto in una massima importante pubblicata su un codice importante, errore che è stato riportato acriticamente da decine di candidati senza che fosse fatta un’analisi del differente significato delle due parole. Si presume che quanto riportato nel codice, o in una legge, sia corretto, ma una bella rilettura diffidente, prima, è sempre utile.

4) Evitare il copia e incolla di massime. L’esame scritto da avvocato è, sulla carta, un esame facile. I pareri sono, di solito, su argomenti noti e in riferimento ai quali c’è giurisprudenza, e il candidato può usare codici annotati con la giurisprudenza. Ma non è tutto così semplice. La tendenza a copiare e incollare, virgolettate, massime e articoli è sempre più frequente. Si compongono, così, intere pagine di parere incollando massime che disegnano il percorso complessivo; in pratica, le “voci” dei vari tribunali, dalle Alpi alla Sicilia, senza aver cura del grado e dell’importanza del giudicante, incollate in sequenza, vanno a costituire l’intero parere e si sostituiscono alla voce del candidato. A mio parere ciò non è corretto, e per diversi motivi. Il primo è che il commissario che legge i pareri è a conoscenza, ormai, della giurisprudenza, perché è chiaro che il 99 per cento dei candidati citeranno la stessa sentenza, presa dallo stesso codice, nello stesso modo. Ora, una o due citazioni di sentenza non fanno male, anzi, soprattutto se evidenziano bene un ragionamento che il giovane giurista sta seguendo, ma sono due gli approcci errati: i) virgolettare numerose massime (perché chi legge si stanca, e sembra che il ragionamento del candidato sia sostituito da quello dei giudici) e ii) non citare una massima per far credere che il ragionamento sia del candidato (anche questo è un comportamento tipico, ma semplice da scoprire: il commissario legge in un pomeriggio quattro compiti di penale che citano la stessa massima tra virgolette, e poi arriva al quinto candidato che la cita senza virgolette, come se fosse “farina del suo sacco”, ma senza citare la fonte e con le stesse, identiche parole…). In questo caso, il suggerimento è una buona via di mezzo: una massima si può anche “spiegare”, citando tra parentesi la fonte, oppure riportare per estratti (usando la forma […], o omissis, per le parti omesse) ma, soprattutto, ogni massima citata deve sempre essere integrata nel discorso. Il fuoco deve essere sul parere (ossia sul percorso che il candidato nella sua mente segue e cerca di esprimere) e non sulle massime “incorporate” che devono servire unicamente a sostenere e rafforzare le convinzioni esposte.

5) Mantenere la concentrazione. Lo scritto da avvocato è un esame fatto di grandi numeri. Ciò porta, spesso, confusione e grande difficoltà di concentrazione. In realtà, il mantenersi lontano da fonti di distrazione alla fine paga, per cui il consiglio è di evitare correzioni di gruppo, comunicazioni con vicini, il parere del classico “assistente bravissimo di penale o di civile” che per l’occasione si manifesta a dispensare consigli di emergenza. Una certa maturità nell’affrontare l’esame paga. Una sana diffidenza nei confronti delle voci che girano e anche, a volte, da eventuali “consigli” dei commissari stessi è l’approccio migliore da mantenere.

6) Evidenziare il percorso seguito. Il parere, ma anche l’atto, devono dimostrare, alla fine, che il candidato è in grado di seguire un percorso che attesti la sua preparazione. Se ci si ferma a riflettere, il titolo della traccia è di solito chiaro, e i codici sono commentati (quindi anche l’orientamento giurisprudenziale, una volta individuato, non pone problemi). Cosa rimane, allora, che possa indicare la capacità di un candidato? Rimane “il far di conto”, dicevano gli antichi, il ragionare su come dare una soluzione al parere facendo vedere, appunto, che si segue un ragionamento. Il percorso di solito procedere per tappe, quindi non è sbagliato indicare su un foglio i punti che il candidato vorrà sviluppare e collegarli tra loro per vedere se il ragionamento fila. Può capitare che il percorso si debba “sdoppiare” (si pensi a orientamenti giurisprudenziali difformi, o al dubbio tra il 2043 e il 2050 del codice civile, o simili) e in quel caso, però, poco dopo è necessario riportare il discorso ad unità.

7) Individuare la soluzione. La richiesta è sempre di un parere, quindi a una soluzione occorre arrivare: non si può lasciare il parere “aperto”. La soluzione va rivolta di solito al cliente immaginario, al quale va prospettato un panorama che sia realistico con un sunto finale dei punti essenziali. E’ un errore, a mio avviso, non chiudere il parere con un paio di paragrafi che siano una sintesi delle questioni esposte. Ciò consente infatti al commissario di comprendere bene l’approccio del candidato. Inoltre, un parere che non conclude dà l’idea di qualcosa redatto negli ultimi minuti, di fretta, appena in tempo per consegnare l’elaborato.

8) Discernere gli istituti cardine e quelli da citare. Ogni parere ruota attorno ad alcuni istituti-cardine che, a loro volta, possono sollevare, a catena, questioni “minori”. È inutile, tranne in casi eccezionali, partire “dalle origini” (il principio di uguaglianza, la differenza tra colpa e dolo, la nozione di contratto), anche perchè questo approccio può irritare il lettore (che conosce il diritto). Anche qui, una buona via di mezzo permette di far partire il discorso da un istituto o da un punto che è comprensibile e non annoia il lettore, e permette di giungere in fretta al punto di discussione. È molto meglio dedicare più spazio a una questione minore ma specifica del caso che a questioni relative ai “massimi sistemi”. Individuare gli istituti/questioni cardine (magari facendo una piccola lista sul foglio di brutta) dovrebbe essere la prima cosa da fare. Ciò consente poi di collegare questi istituti/questioni in un percorso corretto.

9) Cercare di prevedere il momento della correzione. Quando il candidato scrive, deve cercare di prevedere anche come sarà il processo di correzione, ossia come “il nemico” si comporterà all’atto della valutazione del parere, e cercare di “parare” in anticipo tutti i punti deboli del proprio elaborato. Il parere sembra un copia e incolla raffazzonato di sentenze? Aggiungere proprie considerazioni, mettere in evidenza il filo, il proprio ragionamento. È talmente pasticciato e con una grafia che grida vendetta? Dedicare mezz’ora a ricopiare in bella e a portare ordine. Non sembra un parere dato a un cliente, ma un freddo “temino” su un istituto? Limarlo, affinchè sembri un consiglio dato a un cliente, prospettando anche conseguenze, o evidenziando ipotesi alternative. È logorroico, annoia anche chi l’ha scritto, muove dagli istituti generalissimi che di sicuro il commissario conosce, utilizza le prime due pagine del foglio per ripetere la questione della traccia, che i commissari conoscono ormai fino alla nausea? Andare subito al punto, alimentare immediatamente l’interesse verso il proprio scritto. E così via. Insomma, il pensare in anticipo le possibili obiezioni può essere molto utile.

10) Evitare le soluzioni ai pareri diffuse in tempo quasi reale su Internet. Oggi tutti i candidati all’esame sono connessi. Ai miei tempi, ricordo, si recavano agli esami “imbottiti” di bigliettini, le ragazze con ampie gonne e calze autoreggenti sfoggiate per l’occasione al fine di custodire fotocopie, o con pettorali stranamente sviluppati. Oggi lo strumento elettronico permette di collegarsi in pochi istanti a siti web che propongono, dopo poche ore dalla dettatura, le soluzioni ai pareri. Qui il problema che si pone è duplice: i) la soluzione può essere sbagliata, e ii) la soluzione può essere a conoscenza anche del commissario. Il primo punto è chiaro: in alcuni casi, soluzioni apparse su diversi siti, redatte da professionisti “reperiti al volo” e che puntano più sulla rapidità che sulla qualità, hanno sviato decine di candidati proponendo soluzioni non corrette o non complete. Il secondo punto è ancora più semplice da comprendere: i partecipanti all’esame che si collegano dalla sede della prova (solitamente dai bagni) convergono, come è noto, su cinque, massimo dieci siti web di riferimento o forum, che proporranno le soluzioni e che già cominciano ad annunciare questo “servizio” qualche giorno prima. Questo fatto, però, è a conoscenza anche dei commissari che, in occasione poi della correzione, si presenteranno al lavoro di analisi dei compiti con le “stampate” prese da questi siti “più gettonati” per fare un rapido confronto. Il rischio è, quindi, molto alto, toglie concentrazione al candidato e può comportare annullamenti seriali. Meglio comprendere quello che si scrive piuttosto che copiare acriticamente una soluzione spesso superficiale con il rischio, al contempo, di essere individuati.

Come dicevo in esordio, alcuni di questi consigli, che non vanno interpretati come regole assolute e, soprattutto, vanno sempre adattati al caso concreto, possono essere validi anche nell’attività quotidiana di redazione di pareri o atti, o possono suggerire ulteriori punti di riflessione e approfondimento.

In ogni caso, in bocca al lupo… :-D


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9 COMMENTI

  1. Caro Tizio,
    giustissimo. Pensi anche alla “scelta” delle materie da portare all’orale, argomento che richiederebbe un altro articolo e che alla fine, sotto l’illusione di una apparente facilità, porta il candidato a dover studiare, solo per l’occasione dell’esame, materie che non comprende e/o che non utilizzerà mai nella sua vita professionale.

  2. […] non essere d’accordo con i 10 consigli del prof. Giovanni Ziccardi su come redigere il parere dell’esame di avvocato? Se non avessi […]

  3. La Sua guida è molto utile per noi candidati, e mi piace.

    E però, mettendo nel contesto questo esame, l’aspirante avvocato può solo sorridere.
    I colleghi giuristi di tutto il mondo ridono a sentire i racconti di ciò che succede al nostro esame. Allibiscono quando sentono che la data di pubblicazione dei risultati non si conosce in anticipo. Ci guardano con tenerezza mentre accediamo alla professione dopo un’università che non insegna a scrivere, una pratica che si può fare per finta, un esame a cui accede chiunque ma in cui si passa senza un criterio uniforme vero.
    Concordo con ciò che ha scritto Libero Contumace.
    Soprattutto, gli avvocati, con un esame così, vengono fuori sempre più sminuiti e sviliti. La selezione la fa già il mercato (cfr “Gli esami non finiscono mai” di Eduardo De Filippo).

  4. Zik, l’omaggio al libro di Pirsig che scorgo nel titolo è proprio un’adorabile chicca…

  5. Crepi il lupo!

    P.S.: non condivido la considerazione che oggi la pratica non prevede più la scrittura di atti, se non tramite stamponi. io ho scritto svariati atti negli ultimi due anni, a partire da una richiesta di riesame personale dopo 4 giorni di pratica, per la quale non sapevo da dove partire, se non dal codice di procedura penale. gli stamponi mi sono sempre stati preclusi, giustamente, né peraltro li avrei utilizzati.
    il problema, casomai, è che in sede di esame le conoscenze acquisite durante un praticantato “reale” non vengono valorizzate, se è vero che possono tentare (e qualche volta, passare) l’esame anche soggetti che non hanno mai messo piede in un’aula di giustizia.

  6. Leggendo l’articolo, le mie dita sono state solleticate da questa frase nel consiglio n. 5:

    “Una sana diffidenza nei confronti delle voci che girano e anche, a volte, da eventuali “consigli” dei commissari stessi è l’approccio migliore da mantenere.”

    Molto spesso i commissari sono avvocati che approfittano dell’occasione per darsi un tono: ho fatto per due volte la prova e per due volte ho constatato l’infinita ignoranza dei commissari.
    Quando chiedi loro un parere, il primo giorno si dicono tutti penalisti, il secondo tutti civilisti, il terzo – non avendo scampo – tutti principi del foro…ma del loro foro, mica di quello dove sarà effettuata la correzione!
    Detto ciò, mi chiedo, se non sia ora di smetterla con questa farsa e concedere automaticamente l’abilitazione dopo un periodo (effettivo, dando un senso agli ordini professionali) di praticantato: sarà il mercato a dire chi è un bravo avvocato e cesserà l’insana abitudine di tenere per anni un praticante a gratis. Che fa anche schifo.
    Per il resto, che dio – o chi per lui – ce la mandi buona, cari colleghi!

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