Il nuovo Governo non poteva certamente sottrarsi al mantra dell’abolizione delle province. Il tema è da considerare di stretta attualità e di imprescindibile soluzione, perché una fonte autorevolissima, che detta da sempre la linea dei governi, lo richiede. L’Europa, penserete voi? No, Gianantonio Stella che con Aldo Rizzo continua ad insistere che le province vanno abolite, perché “costano dai 14 ai 17 miliardi di euro”.

L’imprescindibile fonte delle iniziative legislative da ultimo si è espressa sul Corriere della sera del 14 novembre scorso, medesimo giorno nel quale un altro giornalista, Roberto Bagnoli osservava che l’abolizione delle province è una misura spettacolare e di alto valore simbolico, ma dal basso impatto economico.

Se nemmeno il Corriere della sera riesce ad essere d’accordo con se stesso, vuol veramente dire che l’abolizione delle province è più un impulso, che non una concreta e, soprattutto, meditata valutazione di opportunità.


D’altra parte, non si può confondere il concetto di “costo”, con quello di “spesa”. E’ un approccio totalmente sbagliato e fuorviante, sulla base del quale, inquinando le informazioni, si lascia credere al sillogismo secondo il quale abolite le province, che “costano” dai 14 ai 17 miliardi di euro, lo Stato risparmierà appunto la medesima somma. E’ un sillogismo falso, esattamente come quello, famosissimo, ai sensi del quale poiché una forchetta ha tre denti e pure mio nonno ha tre denti, mio nonno è una forchetta.

Le province non costano dai 14 ai 17 miliardi di euro, bensì “spendono” una serie di risorse, per svolgere i loro servizi. Sul tema, chi scrive è già intervenuto mesi addietro su La Voce.info[1], spiegando che, stando ai dati forniti dall’Unione delle province italiane (meno “ufficiali” di Gianantonio Stella, per carità, ma occorre talvolta arrangiarsi con ciò che si ha…) le province spendono circa 12 miliardi di euro all’anno, dei quali circa 8 miliardi e mezzo per spesa corrente, circa 3 miliardi per spese in conto capitale e circa mezzo miliardo per rimborso di prestiti (tutte spese con trend discendente dal 2008. I “costi” sono legati al funzionamento delle attività ed è di circa 2,5 miliardi di euro relativi ai circa 54.000 dipendenti, oltre ai 113 milioni di euro connessi ai costi della politica veri e propri, dovuti a indennità e gettoni di presenza per gli amministratori. L’Upi ha ritenuto che, escludendo il personale, i costi veri e propri di funzionamento, oltre a quelli relativi agli organi di governo, non vadano oltre i 750 milioni di euro l’anno. L’abolizione delle province, tuttavia, potrebbe (si sottolinea, potrebbe) comportare minori spese per appalti di servizi finalizzati alla logistica ed al funzionamento degli uffici, sicchè una stima ottimistica potrebbe giungere al risultato di un risparmio non superiore ai 2 miliardi.

In merito a questo, è certo ed incontestabile che comunque se l’obiettivo di un risparmio di questo tipo andrebbe in ogni caso perseguito. Tuttavia:

a) 2 miliardi non sono 17;

b) se l’obiettivo è conseguire risparmi, non è detto che sia un’imposizione cercare di ottenere una minore spesa di 2 miliardi circa proprio eliminando d’emblée le province.

Sul tema, anche chi ha tentato di prodursi in soluzioni istituzionali appare quanto meno incerto. Basterebbe considerare che il disegno di legge presentato in Parlamento dal precedente Governo sulla modifica della Costituzione per abolire le province non contiene, nemmeno nelle relazioni di accompagnamento, la minima stima di quali risparmi deriverebbero dall’iniziativa. Anche perché, il ddl costituzionale abolisce le province, sì, ma demanda alle regioni il compito di costituire al loro posto forme associative comunali, per altro guidate da organi di governo a carica elettiva! Il pericolo evidentissimo è che:

a) il processo di chiusura delle province sarebbe lento, graduale e costosissimo: basti pensare alla quantità immensa di atti per il passaggio del personale, dei beni, dei contratti, dei debiti, del patrimonio da un ente all’altro e, dunque, per non meno di tre anni gli effetti di risparmio potrebbero essere annullati o fortemente pregiudicati dai costi amministrativi micidiali da affrontare;

b) alla fine, si potrebbe spendere tanto quanto prima, se non di più, visto che nulla vieterebbe alle regioni di costituire, laddove v’era una sola provincia, un numero imprecisato di forme associative comunali.

D’altra parte, anche il Governo appena insediato deve (comprensibilmente) farsi un’dea veramente chiara. Nel discorso al Senato il presidente del consiglio ancora designato Monti sul merito ha affermato: “Ritengo inoltre necessario ridurre le sovrapposizioni tra i livelli decisionali e favorire la gestione integrata dei servizi per gli enti locali di minori dimensioni. Il riordino delle competenze delle Province può essere disposto con legge ordinaria. La prevista specifica modifica della Costituzione potrà completare il processo, consentendone la completa eliminazione, così come prevedono gli impegni presi con l’Europa”.

Le affermazioni contenute in questo passaggio difficilmente si tengono insieme. Giustissimo è considerare necessario ridurre le sovrapposizioni tra livelli decisionali e, allo scopo, integrare i servizi degli enti locali di minori dimensioni. Ma, allo scopo, allora occorrerebbe puntare non sull’abolizione delle province, bensì sulla modifica della loro struttura e delle funzioni, in rapporto agli altri enti locali.

Occorre chiedersi se non sia opportuno, prima di abolire le province, porsi il problema della permanenza di consorzi imbriferi, consorzi di bonifica, autorità d’ambito, autorità di bacino, unioni di comuni, consorzi, comunità montane. L’eliminazione di questi (e molti altri analoghi) “livelli decisionali” risulterebbe piuttosto semplice proprio se se ne conferissero, come apparirebbe naturale, le competenze alle province, invece di abolirle.

In secondo luogo, per evitare le sovrapposizioni occorrerebbe compiere un passo decisivo, sin qui solo timidamente perseguito da qualsiasi governo, perché si è dovuto obbedire al “feticcio” dell’autonomia costituzionalmente garantita degli enti locali: la legge deve disporre una griglia di competenze assolutamente tassativa, che privilegi la vocazione dei comuni ad essere enti a competenza generale, chiarendo che le province, al contrario, non debbono e possono esserlo, risultando così indotte ad occuparsi solo ed esclusivamente delle competenze analiticamente loro assegnate dalla legge. Via assessorati alla pace, alla gioventù, ai rapporti con l’estero, alle pari opportunità, alla promozione degli spettacoli, all’immigrazione tutte funzioni già svolte da altri livelli di governo, in particolare comuni e Stato.

Si afferma che l’abolizione delle province potrebbe rappresentare l’opportunità di trasferire il personale verso amministrazioni in carenza di personale, come gli uffici giudiziari o altre amministrazioni decentrate dello Stato.

E’ un’idea valida solo in astratto, simile a quella espressa più brutalmente nella puntata di Ballarò del 15 novembre da Maurizio Belpietro, il quale affermò che adottata la scelta di abolire le province, per ottenere realmente i conseguenti risparmi, ci si sarebbe dovuti guardare dal trasferire il personale alle regioni o ai comuni, dovendo prevedere strumenti per consentire il passaggio dei dipendenti provinciali, invece, nel settore privato.

Ora, a parte la considerazione che licenziare e mettere sul mercato 54.000 persone tutte d’un colpo risulterebbe problematico (nel caso della crisi-Alitalia ci si allarmò, giustamente, tantissimo per il pericolo di licenziamenti per 7.000 lavoratori), le due affermazioni sono figlie di un identico errore di prospettiva: pensare che le province siano lì a non far assolutamente nulla e che, dunque, con della loro abolizione nessuno si accorgerebbe, così che il personale potrebbe facilmente essere mandato presso altre amministrazioni o lasciato nelle onde del mercato del lavoro.

Si tratta di idee frutto della, comprensibile ma non giustificabile, scarsa conoscenza delle funzioni e dei servizi svolti dalle province, molti dei quali, per altro, “sbolognate” loro, ma con un parlar forbito si dovrebbe dire “conferite”, dallo Stato e dalle regioni. Se si vuole affrontare seriamente il problema dell’abolizione delle province, sarebbe il caso di informarsi bene su cosa fanno, per capire che qualche altro ente non può non sostituirsi a loro per continuare a rendere quei servizi e non ledere, dunque, i cittadini che ne fruiscono.

Insomma, le valutazioni d compiere pare oggettivamente dovrebbero esser ben più ponderate di facili articoli di giornale che vellicano il fastidio di tutti i cittadini verso le istituzioni.


[1] Abolire le province? Si risparmia poco, in http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002444-351.html.


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14 COMMENTI

  1. I nostri cari parlamentari non hanno capito che per risanare il deficit pubblico bisogna combattere l’evasione fiscale, io sarei del parere di creare una vera task force di persone incorruttibili che battano a tappeto studi dentistici, grosse imprese, commercialisti, medici, professionisti ecc, ecc, i risultati si vedrebbero subito, e di sicuro si potrebbe fare a meno di eliminare le province. Si calcola che l’80% degli italiani evade in parte il fisco gli unici a non evaderlo siamo noi impiegati statali……..

  2. Il problema dell’inutile presenza delle province e della superflua fauna politica che si dibatte in tali luoghi non è minimamente affrontato. Le competenze sono risibili e naturalmente non debbono essere demandate ad altri nuovi enti, bensì solo accorpati in specifici settori delle Regioni. Con le funzioni utili passerebbe anche il personale necessario.
    La sparizione del ceto politico provinciale, assolutamente parassitario, costituirebbe un vantaggio etico e un risparmio economico significativo.
    Con le province dovrebbero certo sparire anche tutti i consorzi, le comunità montane e i patti territoriali che sottraggono risorse pubbliche senza produrre alcunchè.
    Se cominciamo a difendere anche l’inutile “provincia” allora vuol dire che non si cambierà mai nulla in Italia.

  3. “….a parte la considerazione che licenziare e mettere sul mercato 54.000 persone tutte d’un colpo risulterebbe problematico (nel caso della crisi-Alitalia ci si allarmò, giustamente, tantissimo per il pericolo di licenziamenti per 7.000 lavoratori), le due affermazioni sono figlie di un identico errore di prospettiva: pensare che le province siano lì a non far assolutamente nulla ………”

    Tutto giusto, salvo un piccolo particolare. La crisi Alitalia rappresentò un evento a forte impatto mediatico e subito si pensò a forme di prepensionamento, un po’ come occorso per i ferrovieri e altri, prima assunti molto più a scopo clientelare che per reali esigenze e subito dopo dichiarati soprannumerari e mandati in pensione a 35-40 anni a continuare a fare il secondo lavoro (divenuto quindi il primo) che già facevano quando erano in servizio, ragion per cui adesso gli altri devono lavorare fino a 80 anni. Viceversa, dei dipendenti delle Province e, più in generale, dei dipendenti pubblici, salvo che non appartengano alla lobby della scuola, non gliene importa nulla di nulla a chicchesia e men che mai alla triade sindacale molto più impegnata a perseguire mire politiche che non a tutelare gli interessi degli iscritti che pagano le quote.. Non per nulla gli insegnanti non hanno avuto ridotti gli stipendi e bloccati i contratti e non sono a rischio di perdita del posto di lavoro ; anzi, forse non tutti sanno che mentre si parla di licenziamento dei pubblici dipendenti nella scuola sono stati appena immessi in ruolo 67.000 precari. Sarà forse perchè la scuola è “sacra” come ebbe a dire Prodi allorchè Presidente del Consiglio o perchè nella scuola il monopolio della triade non ha funzionato essendo in tale settore molto forte un sindacato autonomo?.

  4. io ci lavoro che volete che vi dica, certe funzioni hanno più visibilita’: strade, scuole, difesa suola, pulitura fiumi, antincendio boschivo, protezione civile, ambiente, ecologia, cultura, istruzione, sport, agricoltura, promozione, sociale, altre funzioni sono meno visibili, si tratta del coordiamento territoriale in pratica per fare un strada che attraversa 20 comuni c’è bisogno di qualcuno che metta d’accordo i campanilismi dei comuni, che paghi una quota rilevante dei lavori e che organizzi il progetto, è anche vero che molte di queste funzioni provengono da altri enti superiori come le regioni, allora la domanda è questa perchè delegano alle province? che cosa fanno ai livelli istituzionali superiori?

  5. abolire le provincie vorrebbe dire solamente spostare 50.000 persone a regione e comune, cambiare le targhe dei medesimi uffici lasciandoli laddove sono e forse risparmare qualche decina di assessori e politici, robetta

    provate a prendere 50.000 persone e sottoporle a valutazione ,controllare quello che fanno, come lo fanno e vedere che risultati raggiungono nel fare il loro lavoro, vedrete come ne fate fuori 10.000 inutili, non impiegate in alcuna mansione comprensibile o imboscate

    lo stesso lo fate in comune, all’inps, nei ministeri e vedete come gli interessi sono pagati con i risparmi di centinaia di migliaia di fannulloni

    che poi cercheranno un altro lavoro , privato, che dovranno fare per forza senno le cacciano su due piedi

  6. allora costano SOLO 2 miliardi di euro?…evviva allora, facciamone altre 100. Incondivisibile assolutamente.

  7. Fosse per il sottoscritto eliminerei le regioni e terrei le province (circa un centinaio),accorpando molti piccoli comuni presenti ancora oggi.Sulla base di ogni provincia farei eleggere i membri del parlamento,ovviamente togliendo ogni finanziamento pubblico ai partiti e fissando l’obbligo di iscrivere nei loro bilanci (soggetti a controllo come ogni altro soggetto privato) ogni finanzamento superiore ai 500 €.

  8. Vorrei spezzare uno stuzzicadenti contro l’abolizione delle Province, partendo dalla tesi del sig. Ferdinando Chimenti secondo cui “la gran parte del paese” non vuole lo status quo. Per la verità fino a qualche settimana fa “la gran parte del paese” voleva Bruscoloni. Quindi mi sa che sta “gran parte del paese” non è proprio proprio così attendibile. Mentre se si parte dalla tesi dell’articolista, probabilmente si potrebbe capire di più. Quanti di noi/voi conoscono le competenze di questo ente continuamente sopprimibile? Non certo la famigerata gran parte. Ebbene ci sono attività sovracomunali e sottoregionali che qualcuno deve, probabilmente, onorare. Ad es.: la manutenzione delle strade non gestite (?) dai Comuni e malgestite dall’ANAS, gli uffici pubblici per aiutare le persone a trovare/cercare lavoro (CIP), la regia degli sviluppi di territori intercomunali, e poche altre attività. Se poi ci si vuol riferire all’efficacia e quindi di efficienza, allora “l’è tutto da rifare”! Anche le banche, le assicurazioni e tante altre benemerite società “private” pagate con soldi pubblici non funzionano! Tutto il resto delle Province, in effetti, è duplicazione, ridondanza, mercato per far sgambettare politicastri e relativi portaborse. Il problema italiota è sempre quello: riuscire a distinguere l’acqua sporca dal bambinello. Visto che non ci sono le condizioni, gli strumenti gnoseologici, la volontà per siffatto discernimento tanto vale buttiamo tutto! Appunto demagogia gattopardesca.

  9. IO,PARLO,A NOME MIO,PER QUANTO RIGUARDA LA MIA REGIONE:IL FRIULI-V.G.
    IO,ASSERISCO,SE M I E’ PERMESSO….DI ABOLIRE LA PROVINCIA DI TS (LA PIU’ PICCOLA D’ITALIA) PERCHE’ PRIVA DI TERRRITORIO….
    LA COSIDDETTA PROVINCIA DI TRIESTE,VERREBBE COSI’ DI PERTINENZA DEL COMUNE DI TS,CHE CONTA COMPLESSIVAMENTE CIRCA 200 MILA ABITANTI.
    PER QUANTO RIGUARADA IL TERRRITORIO ITALIANO DOVREBBE ESSERE LOGICO,PROCERE SECONDO QUESTA DIREZIONE….CIOE’ ABOLIRE LE POROVINCE PICCCOLISSIME E CONGLOBARE COME AD ESEMPIO IN FRIULI-V.G.
    LE PROVINCE DI UD-PN-GO FORMANDO LA PROVINCIA “DEL FRIULI”
    CORDIALMENTE,
    CUBERLI P.I.LUIGI

  10. Ho trovato l’articolo di una faziosità incredibile.
    Appare infatti un rimprovero nei confronti dell’informazione che ha il dovere di sottoporre al giudizio dei cittadini gli eventi rilevanti. L’abolizione delle province ne è un esempio concreto.
    Scrivere sulla differenza tra spesa e costo è banale e l’ho trovato offensivo per i lettori di questo sito che hanno sufficiente cultura per comprenderlo.
    Il problema dell’abolizione delle province risiede nella eliminazione delle duplicazioni e sovrapposizioni istituzionali esistenti e consentono, infatti, sprechi di ogni genere e fannullonismi superpagati.
    Forse che l’autore dell’articolo trova comodo il mantenimento dello status quo?
    La gran parte del paese no!

  11. Le province avevano un senso quando le istituì Napoleone, fino al 1970 con il via dei governi regionali. Oggi sono enti di spese senza benefici per i bisogni primari dei cittadini….di sicuro non devono essere sostituite da altri enti, ma le loro competenze devono essere trasferite a comuni e regioni. Il fatto che costerebbe di piu’ chiuderLe nei primi anni e’ una tesi di chi ha interesse nel mantenerle …. E’ come se una persona scoprisse di avere una malattia e non si curasse perché nei primi giorni della cura deve rimare a letto e poi muore. Quali sono gli interessi nelle province di scrive articoli in difesa di enti napoleonici ?

  12. Questo tipo di dibattito nasce esclusivamente sull’onda dello scandalo dei compensi dei nostri amministratori superiori financo a quello di un Governatore di uno stato americano, che ha ben altre responsabilità…

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