A proposito delle misure  prospettate dal governo per riformare  il mercato del lavoro,  Fini,  al congresso  regionale di Futuro e Libertà, ha  detto: “Se si tende solo a favorire la possibilità di licenziare c’é il rischio di veder moltiplicare il tasso di disoccupazione che da qualche anno a questa parte sta crescendo e che riguarda in particolare un’area del Paesemi auguro  che il governo non sia così irresponsabile da non confrontarsi con le parti sociali e le categorie economiche per tutelare non solo le imprese ma anche per farle crescere e prosperare“.

Fini, infine, ha rilevato il  rischio di “un autunno caldo che ci farebbe tornare indietro“.

Le  esternazioni del Presidente della Camera, dopo la letterina dei buoni propositi del nostro governo,  confortano, ma non tranquillizzano.


Per esempio, la permanenza di Sacconi, come ministro del lavoro, potrebbe rappresentare la causa di una crisi  isterica, individuale e collettiva.

Si rischia, davvero si rischia,  spingendosi  fino a pretendere che i comuni mortali vivano una serena disperazione.

Per il disperato è difficile recuperare il senno, soprattutto se, come nel nostro caso,  ha impiegato troppo tempo per perderlo.

 

Come minimo viene l’orticaria se si pensa che, fino a poco tempo fa,  Berlusconi ci cantava, tutti i giorni, la nenia di Voltaire “Tutto è bene, tutto va bene, tutto va per il meglio possibile“.


CONDIVIDI
Articolo precedenteCopia privata: in Francia si cambia. E in Italia?
Articolo successivoIl testo della delega al Governo per l’emanazione della Carta dei doveri delle amministrazioni pubbliche

15 COMMENTI

  1. Come ha detto recentemente un noto imprenditore a Ballarò (L. Abete, non Landini della Fiom), molti -politici, professori ecc.- che parlano di licenziamento non sanno neanche di cosa parlano, perchè non sanno niente del mondo del lavoro.
    A mio avviso non sanno niente neanche di diritto, non sanno che, secondo un generale principio di civiltà giuridica, il recesso da un contratto -qualsiasi contratto, che è legge tra le parti- è ammesso solo in presenza di giusta causa e che l’inadempimento (ingiustificato) ha come conseguenza l’obbligo di esecuzione in forma specifica: cioè, per quanto riguarda il contratto di lavoro, la reintegra nel posto di lavoro.
    Del resto, chi si fa promotore della riforma dell’art. 18 non è chi, ad es. -per stare a giorni recenti- aveva partorito una norma ad hoc per privare i precari della scuola del diritto di impugnativa davanti al giudice ed un’altra per annullare gli effetti pensionistici del riscatto della laurea ? Norme che. palesemente incostituzionali agli occhi anche di uno studentello del primo anno di giurisprudenza, sono poi state fortunatamente cassate dallo stesso governo.
    E poi, mi piacerebbe che si spiegasse che cosa vuol dire che la reintegrazione prevista dall’art. 18 non si applicherà più ai (soli) licenziamenti per ragioni economiche.
    La cosa non ha infatti alcun senso logico. Se, come dovrebbe essere ovvio, la reintegra è la conseguenza per il licenziamento nullo/inefficace -e non certo per il licenziamento, anche per ragioni economiche, che sia legittimo per la presenza di tutti i requisiti di legge- i casi sono due: o il licenziamento è appunto legittimo, e allora nulla quaestio di reintegra si pone, oppure il licenziamento è nullo -cioè difettano le pretese ragioni economiche-, e allora automaticamente non è licenz. per ragioni economiche, e dunque l’esclusione della reintegra è inapplicabile! A meno che la norma, frutto dell’annunciato nuovo parto, non dica espressamente -tutto è possibile, visti i precedenti sopra citati- che sia sufficiente per far scattare detta esclusione la mera dichiarazione del datore di lavoro che autocertifichi che il licenziamento è dovuto a ragioni economiche!!!!
    Per finire, credo che nel dibattito in corso sulla questione, solitamente circoscritto tra licenziamento “facile” e licenziamento “difficile”, sarebbe più corretto parlare di lic. “ingiusto” e lic. “giusto”.

  2. CONDIVIDO AL 100% IL LUCIDO COMMENTO DI GIOVANNI LUCIFORA. ANZI INVITO TUTTI I COMMENTATORI A RILEGGERLA CON CONCENTRAZIONE. GRAZIE, GIOVANNI.

  3. A sentire il ministro Sacconi, buona parte dei problemi italiani nascono dalla presenza nella legislazione italiana di un articolo di una legge.
    L’articolo 18 della legge 20/05/1970 n.300 “Norme sulla tutela della libertà e dignità del lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nel luoghi di lavoro e norme sul collocamento”
    Cosa dice esattamente questo articolo 18?
    ”Ferma restando l’esperibilità delle procedure previste dall’art. 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’art. 2 della legge predetta o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.
    Il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno subito per il licenziamento di cui sia stata accertata la inefficacia o l’invalidità a norma del comma precedente. In ogni caso, la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione, determinata secondo i criteri di cui all’art. 2121 del codice civile. Il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al comma precedente è tenuto inoltre a corrispondere al lavoratore le retribuzioni dovutegli in virtù del rapporto di lavoro dalla data della sentenza stessa fino a quella della reintegrazione. Se il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell’invito del datore di lavoro non abbia ripreso servizio, il rapporto si intende risolto.
    La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.
    Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’art. 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
    L’ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l’ha pronunciata. Si applicano le disposizioni dell’art. 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile.
    L’ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.
    Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’art. 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo camma ovvero all’ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l’ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all’importo della retribuzione dovuta al lavoratore.

    In buona sostanza se non esiste la giusta causa o il giustificato motivo (va rilevato che esse sono normalmente codificate) il giudice adito ordina la reintegra del lavoratore sul posto di lavoro.
    Una norma di grande civiltà giuridica posta a tutela della dignità della persona.
    Cosa c’entrano i licenziamenti per motivi economici?
    Cosa significa facilitare l’uscita dal mondo del lavoro?
    Perchè solo in Italia si trova qualcuno che sostiene che per aumentare l’occupazione occorre facilitare i licenziamenti?
    L’Europa non ci chiede questo.
    L’Europa ci chiede di allargare il welfare, garantendo a tutti i lavoratori le stesse opportunità, di diminuire la precarietà, che colpisce soprattutto i giovani, che si è trasformata in precarietà di vita.
    A me hanno insegnato che la politica deve farsi con i sentimenti e non con i risentimenti. Sacconi appare assalito da un furore ideologico, degno di altre e più nobili cause.
    Vorrei ricordare che quando fu votata la legge 30 ci fu spiegato che sarebbe aumentata l’occupazione e che la flessibilizzazione del mercato del lavoro avrebbe comportato benefici per tutti. Stiamo ancora attendendo di vedere gli aspetti positivi.
    Intravedo nei comportamenti del ministro la volontà di alzare il livello dello scontro e del conflitto sociale, fino al punto di evocare il rischio di un ritorno al terrorismo. Sacconi ricordi che ne uccide più la lingua che la spada.
    Penso proprio che di vittime lui ne abbia fatto già abbastanza.

  4. Possibilità di licenziare, flessibilità nel lavoro, in linea di principio non sono elementi da scartare, ma nella nostra Italia, flessibilità, non a caso, fa rima con precarietà! Del resto se l’italiano medio tende alla sicurezza dell’impiego pubblico un motivo ci sarà. Come condannare quindi chi cerca rifugio nell’unico sistema impiegatizio, quello del diritto pubblico, che fin qui ha dato certezze? Il settore privato, specialmente al sud, ha fatto del lavoro in nero e sottopagato un sistema produttivo a parte, infimo e prevaricatore della dignità umana. L’impresa in genere, il commercio ed il terziario (soprattutto) ha tratto e trae profitto abbassando il costo del lavoro. Sovente, infatti, troviamo commesse ed impiegate nelle nostre città che percepiscono redditi reali, paragonabili a quelli dei Paesi del nord Africa o dei Paesi dell’est… Il peccato originale – la rovina – del mercato del lavoro nasce anche, quindi, dalla sperequazione tra lavoro pubblico e privato…da una parte eccessi di garanzie sindacali e orari ridotti, dall’altra poca tutela nel passato e nessuna tutela oggi. Condizioni di diversità assurde: perché un “Ragioniere” impiegato nell’impresa XY dovrebbe essere retribuito per legge (ecco l’assurdo) meno del “Ragioniere” impiegato e irremovibile, fin qui almeno, presso l’amministrazione pubblica? Nel contesto, a mio avviso, inoltre, va segnalata l’anomalia nell’anomalia, costituita nell’impiego pubblico regionale siciliano, retribuito in maniera ampiamente superiore rispetto al resto dell’impiego pubblico a parità di livello funzionale, senza benefici in termini di efficienza o di altro genere per la collettività ma al contrario costituendo un aggravio sulle tasche dei contribuenti.

  5. Credo, dopo le esternazioni di alcuni ministri, sia diventato tutto più chiaro, è palese l’ostinazione del governo nel distruggere i diritti dei lavoratori, il ministro Sacconi pensa che far venire meno le tutele dei lavoratori, aiuti l’occupazione, c’è qualche esempio analogo nel resto d’Europa ?, io sono fermamente convinto, che le tutele dovranno raggiungere tutti i lavoratori e tutti i posti di lavoro, la nostra nazione esige una crescita economica sostenibile, abbiamo bisogno di ricominciare a crescere, ridurre la precarietà, assumere e non licenziare, a tutti i cittadini deve essere riservata pari opportunità e dignità, dobbiamo smetterla di piangerci addosso, vittime molto spesso dell’indecisionismo, occorre cambiare il volto di questa Nazione, per molto tempo sopita ed adulata da governanti capaci di tutelare interessi propri, alimentando favori di casta, elargendo denaro pubblico ad industriali a volte infedeli ai principi di sostenibilità e sviluppo del proprio paese.
    Ci sono le condizioni per rimettersi in cammino, non siamo e certamente non saremo da meno ai nostri colleghi europei.

  6. Angela ma certo che licenziando i lavoratori specialmente al punto quasi di prendere la pensione, si allargherà la maglia della disoccupazzione tu sei un avvocato e sai meglio di me che le leggi ora in vigore, gli permettono senza violare alcun chè; di licenziare le persone bisognose di un tozzo di pane.magari gli italiani perdessero la pazienza,fino al punto di essere così arrabbiati di far succedere una rivoluzzione io sarei la prima a buttarmi in prima linea. Il fattto è uno solo:parole……parole……ne discutiamo e rimaniamo come nel programma televisivo( quello di Floris) che ho visto questa sera , solo e sempre ritornando a parlottare e basta nn si arriva ad una concretezza dei fatti!!! Che brutta faccenda noi poveri Italiani presi ingiro da tutte le parti politiche !!!!!Angela che cosa facciamo noi oltre a parlare, di concreto x aiutare il cittadino che ha bisogno del lavoro per portare avanti la famiglia ??? Nulla poi nn ci lamentiamo quando sentiamo dire tal dei tali si è ucciso disperato x mancanza di lavoro e gli si imputa una fantomatica depressione xchè disoccupato……..EIH è la disperazzioneeeeeeee………………..nn depressioni ipotetiche!!!!!!

  7. E’ bufera su uno dei punti della lettera di intenti presentata dal Governo italiano a Bruxelles. Il punto in questione è relativo alla decisione di facilitare alle imprese il licenziamento dei lavoratori, stralciando così in buona parte i fondamenti contenuti all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
    La motivazione addotta dal Governo è quella di sostenere le imprese nei momenti di criticità. In effetti però a ben guardare, esistono già in Italia altre normative che consentono di procedere al licenziamento individuale per ragioni organizzative (legge n. 604 del 1966) ed anche alla riduzione del personale fino al licenziamento collettivo (legge n. 223 del 1991)
    perciò cari miei che si discute a fare se il lavoro nn è garantito visto che hanno fatto le leggi apposite x i facili licenziamenti questo è la tutela che i nostri giovanni hanno dal nostro governo e dai sindacati, cioè niente futuro niente speranze!!!!!!!che riempiamo affare le teste dei nostri figli lotta pro lavoro scioperiamo x evitare i licenziamenti….quando i giochi già sono fatti??? lasciamo perdere se no vengo sempre criticata ma cosa dico alle mie figlie dopo tanti studi, ora il lavoro ti cade come la manna che viene dal cielo????
    Già oggi quindi è possibile per quelle aziende che si trovino nella situazione di dover cancellare posti di lavoro di farlo ove questo rientri nelle normative vigenti. Punto.

  8. Se solo per un istante provate, voi, ad immaginare il futuro, vi accorgerete che in quella dimensione spazio-tempo non ci sarà Berlusconi, né la Destra e la Sinistra, nemmeno la televisione e i giornali di carta, forse nemmeno i libri, forse nemmeno gli avvocati, né il Capitalismo e il Comunismo, né la fabbrica con gli operai. Nella seconda metà del Settecento, quando cominciarono nei campi ad essere coltivare le patate, nessuno avrebbe immaginato che da lì a poco sarebbe scomparsa la nobiltà, che milioni di uomini e donne si sarebbero trasferiti dalle campagne nelle città, che gli artigiani si sarebbero trasformati in operai, che le leggi sarebbero state fatte dai parlamenti, che sarebbero sorte le scuole e il Welfare State.
    Ci troviamo nel pieno della crisi del mondo occidentale e nella crisi stanno precipitando tutte le nostre certezze, quelle sulle quali abbiamo costruito le nostre aspettative. Noi, che ci credevamo rivoluzionari, oggi ci ritroviamo conservatori perché ci rifiutiamo, per un paradosso inconscio, di migrare nella dimensione del futuro solo perché vediamo in pericolo il nostro status quo, i nostri piccoli privilegi magari acquisiti dopo tanti sacrifici. Siamo attaccati alla “roba”, come gli aristocratici del’Ancien Regime e percepiamo Berlusconi, e tutti gli altri, come il salvatore del nostra condizione. Chi, ci chiediamo angosciati, ci potrà garantire un lavoro sicuro nella pubblica amministrazione senza fare lo sforzo di studiare e di sostenere un concorso? Chi ci lascerà impuniti per avere evaso le tasse, chi ci premierà per avere costruito abusivamente, per avere esportato illegalmente i capitali all’estero? Chi si ostinerà a lasciare intatte le corporazioni e le caste che impediscono ai giovani senza alcuna raccomandazione di sperimentare la via dell’esercizio professionale? Ma è proprio vero che vogliamo le “liberalizzazioni” tanto richieste dall’Unione Europea? Si che le vogliamo! Anzi pretendiamo la libertà di licenziare come e comunque, e non per “giusta causa”, come prevede lo Statuto dei diritti dei lavoratori, ma per il “giusto piacere di farlo”. Così, d’un colpo, ci liberiamo dei sindacati, della concertazione, insomma degli “impicci” che ci costringono a rispettare gli orari di lavoro, a pagare i contributi all’Inps, a pagare gli straordinari, a non discriminare le donne e le persone più deboli. E non è importante il fatto che scienziati ed economisti si affannano a dirci che questo tipo d’impresa non ha futuro, perché l’uomo all’interno dell’azienda ormai è una “risorsa” e non più un’estensione della macchina di cui posso disporre a piacimento, per noi ciò che conta è la competitività e questa va perseguita non con la ricerca e l’innovazione, ma risparmiando sui costi del lavoro, scegliendo furbescamente la scorciatoia.
    Nel 2008, per la prima volta, il costo del petrolio è schizzato a 148 dollari al barile. E’ stato il segnale che ha fatto percepire che l’energia fondata sull’estrazione di materiali fossili aveva oltrepassato la curva di massima criticità, cioè da quel momento ci si deve fare i conti con l’esaurimento sulla Terra di carbone, gas e petrolio, ciò che rende il costo dell’energia sempre più alto, facendo salire vertiginosamente i costi di produzione e i prezzi al consumo. I primi a capirlo sono stati gli investitori, i quali hanno sottratto quote di finanziamento sempre più cospicue alle attività produttive(perché ormai considerate scarsamente remunerative del capitale investito), orientandosi verso i capitali finanziari, in tal modo favorendo l’accesso di massa al credito al consumo, perlopiù orientato all’acquisto della prima casa e di beni tecnologici di più larga presa sui consumatori (come telefonini-computer-televisori) e lucrando, così, sui tassi d’interesse, sicuramente più remunerativi dei titoli di Stato. Certo, non è dato sapere, fino a che punto gli investitori non sono stati capaci di prevedere che la smobilitazione finanziaria sulle attività produttive, soprattutto, nelle aree economiche più a rischio (Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna, Italia) avrebbe creato un aumento della disoccupazione e una restrizione della disponibilità finanziaria delle famiglie, costrette oggi a non potere onorare il pagamento del proprio debito alle banche. Da qui il ricatto, o ci ricapitalizzate con forti investimenti pubblici, o saremo costretti a ridurre il credito alle imprese con il rischio di default, del fallimento delle Nazioni. E che fa Berlusconi? Scrive una letterina e la porta a Bruxelles, impegnandosi a fare, entro il prossimo 31 dicembre, ciò di cui l’Italia non è riuscita a fare nel corso degli ultimi quarant’anni.
    Cosa si ricava da queste premesse. Intanto la consapevolezza che ci troviamo nel mezzo di un cambiamento epocale; che, come è già successo, l’uomo si trova a che fare con la limitatezza delle risorse naturali; che tale situazione lo spinge a nuove migrazioni, non solo geografiche, ma anche verso nuove mete culturali e sociali; che le nuove invenzioni spingono da un lato a sperimentare nuove forme produttive, dall’altro ad introdurre un nuovo sistema di relazioni umane, che Jeremy Rifkin definisce di tipo empatico in contrapposizione al tipo egocentrico individualista di derivazione illuminista. Appare, perciò, al nostro orizzonte, una nuova forma di Capitalismo non più dominato dai padroni del vapore, ma decentrato e con una grande base popolare, non più centrato sulla figura del Padrone ma sulla partecipazione attiva dei produttori, sul modello delle società no-profit, un sistema a rete che, come i neuroni a specchio, sarà in grado di rappresentare il nuovo modo di essere nel mondo di internet, una grande rete capace istantaneamente di collegare milioni di uomini solidali, empatici, che oltre a scambiarsi emozioni e pensieri si scambiano beni e servizi. E fra i beni e servizi ci potrà essere anche lo scambio di energia prodotta sotto casa, sfruttando sole e geotermia, vento e marosi; la fine, cioè delle Sette Sorelle, protagoniste, nel secolo dei lumi, di sfruttamento, guerre, genocidi, perpetrati in nome del petrolio e del benessere dell’occidente. Uno sviluppo, quindi, orizzontale, che porrà fine agli stati nazionali e che porrà al centro l’uomo, non più come individuo ma come genere umano unito dalla necessità di salvarsi dalla fine incombente della vita sulla terra. Ci si rende conto, allora, che in un sistema dove l’energia sarà distribuita, come del resto le attività produttive, la centralità assunta dal lavoro nella precedente rivoluzione industriale, subirà delle trasformazioni: meno lavoro salariato, più lavoro autonomo,meno produzione di beni, più servizi, meno welfare state, più welfare community, meno stato , più società e solidarietà; entro questa nuova prospettiva i giovani dovranno sperimentare il loro percorso di vita. Mi sovviene in questa circostanza il pensiero di Chiara Lubich, allorchè sottolineava come nel secolo delle rivoluzioni industriali i principi sanciti dalla Rivoluzione Francese non si erano del tutto compiuti, perché mentre è del tutto evidente che i principi di uguaglianza e di libertà sono stati ampiamente sperimentati, il principio della fraternità non è stato completamente realizzato; così, nell’era empatica, come viene definita da Rifkin, è probabile che trovi compiutezza lo spirito che animò, all’inizio, la Rivoluzione Francese.
    Concludo proponendovi un bellissimo messaggio di Dario Fo e Franca Rame : “La globalizzazione è bellissima… un’idea meravigliosa sta prendendo piede nel mondo: basta con la guerra, basta con le barriere tra gli stati, un’unica legge valida in tutto il pianeta e interessi talmente intrecciati da rendere impossibile nel futuro lo scoppiare di una guerra. La globalizzazione è una rivoluzione straordinaria, resa possibile da internet…basta con i dazi e le dogane…”

  9. Oggi si parla di lavoro, ma spesso il problema va oltre l’ambito lavorativo, si vive uno stato di impotenza che la parte debole sente più che altri. A prescindere dalle sentenze, fra le quali si leggono anche quelle a a favore del lavoratore, ci si domanda: ma chi è nella possibilità di avventurarsi in azioni legali contro grandi aziende munite di grossi studi ben remunerati? Ci si può rivolgere ai sindacati, qualcuno dirà, mah….!! si matura la convinzione, in uno Stato di diritto ove il diritto è spesso fumo negli occhi, che la situazione sia critica , sicuramente il lavoro è solo una faccia di questa medaglia arrugginita.

  10. Il mondo del lavoro deve essere riformato,con nuove misure di licenziamento,ma contemporaneamente con nuove opportunità di assistenza alla disoccupazione ed aiuti al reinserimento nel mondo del lavoro.Le pensioni possono essere allungate perchè la media della vita allunga,ma contemporaneamente bisogna creare posti di lavoro per i giovani.Inoltre le riforme del lavoro devono essere largamente condivise dai sindacati,onde evitare scontri sociali che possono degenerare.

  11. Gentile Francesco, ci provo.
    Penso, come Fini ed altri, che, allargando la maglia del licenziamento, aumenterà la disoccupazione e la crisi. Il comportamento del governo , in tema di lavoro, sembra essere inversamente proporzionale al bene della Paese. Chi ha un lavoro si porta appresso una storia di tribolazioni , per ottenerlo, e una di pazienza, per mantenerlo. Vedere un governo che affronta questi problemi (senza volerci soffermare su chi vi ha dato causa), prospettandone altri (il licenziamento , per esempio), può far perdere la calma e la pazienza: la troppa sopportazione può fare lievitare la rabbia.

  12. Io non capisco molto di economia e di massimi sistemi, ma non riesco a capire perchè mai per uscire dalla crisi, il principale rimedio deve essere quello di poter licenziare senza rispetto di regole. Riporto uno stralcio del segretario del centro studi degli artigiani di Mestre:

    Cosa sarebbe successo in questi ultimi anni di crisi economica se fosse stato in vigore il provvedimento sui “licenziamenti facili” che il Governo introdurrà nei prossimi mesi?
    “Secondo una nostra stima – esordisce Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA di Mestre – il tasso di disoccupazione nel Paese sarebbe potuto salire all’11,1%, anziché all’8,2% attuale, con quasi 738 mila senza lavoro in più rispetto a quelli conteggiati oggi dall’Istat”.

    UN BEL RISULTATO

  13. AI LAVORATORI NON IMPORTA QUANTO GUADAGNA UN’ AZIENDA , MA PRETENDE UN DIGNITOSO SALARIO E IL LAVORO DA NON PERDERE .
    VI SONO IN UN PRODOTTO DI VENDITA DUE IMPORTANTI MORALI,
    IL PUNTO DI VISTA DEL LAVORATORE E IL PUNTO DI VISTA DELL’AZIENDA
    SE UNO DEI DUE PRINCIPI VIENE MENO, CROLLA LA MORALE.
    A MENO CHE UNA DELLE DUE PARTI SI COMPORTA DA MISERABILE , UNO NASCONDENDOSI DIETRO LA COMPETITIVITA, E L’ALTRO SUL DIRITTO AL LAVORO PRESTANDO MALE LA SUA OPERA

  14. Permettetemi di esortare alla calma! Credo, infatti, che stia facendo molto rumore per nulla. Personalmente ho sentito dire che la celebre lettera farebbe rifermento ai licenziamenti in aziende in crisi, se cosi’ fosse il governo, come per le pensioni, avrebbe venduto merce usata, visto che questa normativa gia’ esiste. Per i licenziamenti tutelati dall’art.18 dello Statuto, hanno gia’ provato con l’art. 8 del decreto sviluppo. In ogni caso, scusatemi, ma mi pare che si discuta solo per ribadire i principi : sono quaranta anni che mi occupo di diritto del lavoro, be’ in tutto questo tempo, non ho mai visto un lavoratore che aveva vinto una causa per licenziamento illegittimo rientrare in azienda! Siamo sicuri che la miglior tutela sia quella attuale? Non sarebbe meglio studiare rimedi piu’ attuali? Mi riferisco, ovviamente, alla soluzione proposta dal professore e senatore del PDF Pietro Ichino.

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here