Ci sono dirigenti e dirigenti. Ci sono quelli chiamati a pagare il contributo di solidarietà (tassa chissà perchè riservata ai soli “manager” pubblici) i quali da civil servant, comunque sono lieti di contribuire al risanamento dei conti dello Stato.

Poi, ci sono quelli che per acquisire la qualifica dirigenziale e divenire dirigenti di ruolo, la tassa – non si sa se finalizzata a “solidarietà” o altro nobile intento – la debbono pagare prima.

Col ddl di stabilità, infatti, si è pensato bene di reintrodurre la tassa per i concorsi, abolita (o comunque rimessa a scelte autonome delle amministrazioni) circa 10 anni fa, ma solo per i concorsi finalizzati all’accesso alla dirigenza.


Strana scelta. E’, in fondo, normale anche se non si sa quanto costituzionale, chiedere sacrifici economici a chi riceva dal pubblico erario trattamenti stipendiali non irrilevanti. Dunque, che i dirigenti pubblici compensati con emolumenti superiori ai 90.000 euro annui possa chiedersi il contributo di solidarietà non desta sorpresa. Forse, però, al propositore del ddl di stabilità è sfuggito un piccolo particolare: chi fa domanda di concorso per un posto da dirigente, non è ancora un dirigente.

Sfugge, allora, la ratio di questo “privilegium” che si intende reintrodurre solo per chi ambisca a divenire un dirigente pubblico.

E’ da escludere una funzione “deterrente” del balzello: il suo importo non è certo tale da poter irretire persone molto determinate, quali sono coloro che partecipano a concorsi da dirigente, persone consapevoli di dover affrontare costi in termini di tempo, studio, sacrificio e logistici (magari per cambio di sede di lavoro), ben superiori all’obolo previsto dal ddl. Nè pare che la gabella abbia il potere di apprestare un significativo aiuto alle esangui finanze pubbliche. Sia perchè il suo importo unitario è piuttosto “popolare”, sia soprattutto – altro dettaglio forse sfuggito al legislatore – perchè se si guarda la IV serie speciale della Gazzetta Ufficiale e la si confronta con una di 15 anni fa ci si accorge che il grande assente, nella P.A., è il concorso pubblico e, in particolare, quello per l’accesso alla dirigenza. Tra spoil system, incarichi fiduciari, cooptazioni varie, progressioni verticali, orizzontali, diagonali, tangenti e coseni, la selezione concorsuale è divenuta merce rara.

Basta, del resto, guardare alle vicende dell’Agenzia delle entrate: sui circa 1200 dirigenti della dotazione organica, meno di 400 sono assunti in ruolo. I posti vacanti, da anni, sono stati coperti nei modi più fantasiosi: prevalentemente “incarichi a contratto”, da ultimo gentilmente offerti in prevalenza a funzionari interni, al di fuori – lo afferma il Tar Lazio – di qualunque limite discendente dai principi enunciati dalla Costituzione e dalle norme sul reclutamento.

Stando così le cose, dunque, purtroppo dalla riscossione del balzello ben poche risorse potranno rimpinguare le casse pubbliche.

A meno che le sentenze del Tar Lazio relative all’Agenzia delle entrate non abbiano, per avventura, convinto le pubbliche amministrazioni ed il legislatore che, stante la perdurante attuale vigenza dell’articolo 97, comma 3, della Costituzione, la strada maestra per reclutare i dirigenti pubblici non è la cooptazione del più contiguo o collaterale all’organo politico “pro tempore” al governo, ma, appunto, il vituperato concorso pubblico.

Che sia, allora, il ddl il preludio ad un’inversione di tendenza e il preannuncio di un’ondata di concorsi pubblici da dirigente?

Se così fosse, ben venga la gabella. Resta, però, senza risposta il quesito in merito a cosa, invece, paghi il dirigente “a contratto” chiamato per cooptazione con contratto a tempo determinato. Visto che non espleta concorsi, c’è da chiedersi quale “tassa” paghi per essere assunto a tale alto incarico: una cena col suo “king maker“?

Come cittadini,  non vorremmo che, a fronte delle tante, troppe, assunzioni “a contratto” vi fosse la deleteria “tassa occulta” della rinuncia all’autonomia e all’obiettività dell’azione del dirigente a contratto, finalizzata a ripagare con la “fedeltà” l’organo di governo che lo abbia beneficiato dell’incarico a contratto, persino col beneficio ulteriore dell’esonero dal balzello che, da domani, sarà privilegio di chi nella dirigenza voglia entrare a far parte per via selettiva e non “fiduciaria”.

Ovviamente, quella “tassa occulta” cui si è fatto cenno prima, la pagherebbe in termini di efficienza ed imparzialità dell’azione amministrativa, ciascun cittadino.

Meglio, dunque, anche un balzello che sa di stantio, come quello che si vuole reintrodurre, purchè si ripristinino regole volute dalla Costituzione e consigliate dal buon senso, per il reclutamento della dirigenza pubblica.


1 COOMENTO

  1. Purtroppo, temo, che i due balzelli coniveranno, così come la mancata consapevolezza del ruolo costituzionale della Dirigenza pubblica. Forse sarebbe il caso che ciascuno si domandasse cosa sia disposto a sacrificare sull’altare dei principi che dovrebbero costituire la spina dorsale del ruolo della Dirigenza (servizio, lealtà, efficienza, efficacia, ecc. ecc.). La realtà quotidiana, infatti, ci mostra (a prescindere dagli aspetti patologici della corruzione, a mio avviso residuali) una Dirigenza dimentica del proprio ruolo gestionale a vantaggio di un atteggiamento teso alla ricerca del compiacimento di coloro che potenzialmente possono mantenere o addiritura migliorare la propria posizione. E questo, purtroppo, non contraddistingue soltanto gli assunti extra concorso.
    A mio avviso, invece, questo è il momento storico in cui la riscoperta del proprio ruolo di Dirigente, potrebbe fare la differenza.

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