Il ministro Brunetta, si sa, ama provocare l’uditorio; pro vocàre più esattamente gli interlocutori, ossia chiamarli in causa, scuoterli, farli anche indignare se necessario. E l’indignazione, talvolta, è un buon viatico per accostarsi alla verità dopo una discussione franca e dura. Il tema della lotta alla mafia in Italia è tra quelli che meriterebbe, ormai, franchezza e un tasso accettabile di sincerità. Il dibattito sulla documentazione antimafia può essere un punto di inizio; uno come tanti. Brunetta ha colto, forse non a caso, proprio il momento dell’entrata in vigore del Codice antimafia (il d.lgs.151/2011 il cui Libro II è dedicato alle informazioni antimafia) per un attacco a fondo. Certo saprà delle nuove regole fresche d’inchiostro della Gazzetta ufficiale, ma sarà anche al corrente del fatto che, affinché entrino in vigore, occorrono almeno due anni e rotti (art.119); nel frattempo tutto resta come prima.

Ma torniamo alla polemica, perché cela un pezzo importante della risposta che andiamo cercando: da oltre quarant’anni la lotta alla mafia è nell’agenda politica del Paese e, tuttavia, molti osservatori denunciano un fenomeno in crescita, con bugdet da decine di miliardi di euro l’anno. Sia chiaro ormai troppa gente percepisce uno stipendio per il solo fatto di essersi iscritta d’ufficio a quel pezzo della società civile che afferma di combattere la mafia e questo, diciamo, non aiuta ad elaborare analisi fredde e a dare prospettive credibili alla battaglia in corso. E’ come chiedere ad un petroliere il futuro dell’energia eolica. Una volta il presidente Ciampi esclamò lapidario: non voglio sapere se si combatte la mafia, vorrei che si stabilisse quando sarà sconfitta. La più grande pro-vocazione dell’ultimo ventennio sull’argomento, subito messa in sordina anche dal fronte antimafia, per così dire, oltranzista.

Da questa prospettiva si potrebbe discutere delle relazioni vere, e non fumose o letterarie, tra mafia e politica e di quali sistemi elettorali e accorgimenti tecnici potrebbero scoraggiarle; si potrebbe parlare delle reali dimensioni dei patrimoni e dei profitti delle cosche; della ndrangheta che si sarebbe lanciata (però con qualche migliaio di accoscati in tutto) alla conquista del mondo. E di altri luoghi comuni del genere. Ma partiamo dalla certificazione antimafia, in fondo un punto vale l’altro per dire ciò che ci preme.


Il primo dato che sconcerta è che a difendere a spada tratta l’istituto (vecchio di alcuni decenni e riformato non a caso da pochi giorni) siano proprio quelle frange del “pensiero antimafia” che descrivono le cosche come una gigantesca Spectre che domina il mondo, l’economia, le banche, la società civile, la politica. Un potere immane e immanente che non lascerebbe scampo ad alcuno e pervaderebbe i poteri legali in ogni loro ganglio. Se così fosse utilizzare la certificazione antimafia per impedire che i mafiosi si aggiudichino gli appalti e conquistino i contratti della PA, sarebbe come sparare con una fionda ad un aereo; tempo perso insomma. Eppure è proprio il fronte catastrofista che difende duramente lo status quo e impreca contro Brunetta e la sua pro-vocazione; per costoro rinunciare alla fionda equivale a consegnare gli appalti e i contratti pubblici alle mafie. E questo viene detto senza cogliere la contraddizione, visto che le cosche, al tempo stesso, sarebbero tanto potenti e ricche da poter certo procurarsi prestanome, conti all’estero, società off-shore, collusioni e connivenze di ogni tipo; per cui non si intende per quale ragione dovrebbero rischiare di vedersi esclusi da un lucroso appalto per colpa della parentela, della frequentazione o dell’amicizia con un mafioso di qualcuno di coloro che operano nelle società e nelle imprese. Delle due l’una: o sono potentissimi in un mondo corrottissimo, e allora la carta bollata serve a nulla, o non è così e allora ben resti la certificazione antimafia.

Le informative del prefetto, sino ad ora, sono state uno strumento indispensabile per il contrasto ad una mafia tutto sommato rurale, preindustriale, quasi arretrata che ancora impiega i propri uomini e i propri parenti nelle ditte incaricate dei subappalti. Niente a che vedere con la Spectre. Ne é un modello l’autostrada Salerno-Reggio Calabria che fin dalla sua realizzazione, negli anni 70, vede all’opera un nugolo di imprese ndranghetistiche «tutte subappalti e trasporto terra», verrebbe da dire. Lo spiega bene Vittorio Mete, I lavori di ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Il ruolo delle grandi imprese nazionali nel volume collettaneo Alleanze nell’ombra. Mafie ed economie locali in Sicilia e nel Mezzogiorno, a cura di Rocco Sciarrone, Roma, 2011; in quarant’anni nessuna evoluzione, nessun cambiamento: cemento, bitume, inerti e camion, in Calabria come in Lombardia in questo settore (negli altri il discorso cambia, è ovvio) Per costoro la certificazione tutto sommato funziona bene. In Sicilia da buoni risultati a macchia di leopardo, in Campania l’entropia dei clan e un’illegalità dilagante aiutano i prefetti nel colpire le imprese di camorra. E’ la Spectre? Non lo so, certo sono organizzazioni feroci, temute, potenti; ma lo Stato-mafia di Derrida è un’altra cosa.

E qui l’aporia: chi vede il mondo in bilico, pronto a cadere nelle mani dei mafiosi dovrebbe, in astratto, gioire della provocazione (senza trattino) del ministro; meglio disfarsi della carta bollata dietro cui si nascondono  “i mafiosi dai colletti bianchi”, ossia la generazione della mafia invisibile, fatta di incensurati, di uomini distanti chilometri da ogni apparente compromissione con le cosche. Sono proprio costoro quelli che sfuggono alle maglie della certificazione antimafia, mentre ad impigliarsi sono sempre i pesci piccoli, gli sprovveduti, i meno attrezzati. Ben venga, avrebbero dovuto dire i catastrofisti, l’abolizione della certificazione (invero Brunetta non ha detto questo, ma ha parlato di una semplificazione del rilascio delle attestazioni prefettizie), si liberanno così forze di polizia, funzionari pubblici oggi, troppe volte, occupati a produrre carte che non servono quasi mai a bloccare le infiltrazioni mafiose; si potrà finalmente mettere al centro della discussione l’accertamento dei nuovi modi con cui la criminalità organizzata sta occupando l’economia pubblica e privata, alle strategie con cui assicura la propria protezione ai mercati legali ed illegali (secondo la lettura rivoluzionaria di Federico Varese in Mafie in movimento). La Sezione specializzata per la ricostruzione in Abruzzo e quella per Expo 2015 sono un modello al riguardo; una via nuova, coraggiosa per battere il fenomeno delle infiltrazioni negli appalti. Un nucleo misto di specialisti, magistrati, uomini dei ministeri che, intorno al prefetto, analizzano la documentazione di gara, fissano le regole, dispongono i controlli.

In conclusione.

Come sempre la verità è in bilico tra la menzogna e il verosimile; è opinabile che le mafie siano così forti da aver ormai conquistato l’Italia e mezzo mondo; ed è verosimile che si siano pesantemente infiltrate nell’economia legale occultando in modo profondo la propria presenza.

Il problema, allora, non è la certificazione antimafia che in sé va benissimo, purché sia preceduta da accertamenti “sul” mercato e “nel” mercato  capaci di individuare e ricostruire la protezione mafiosa (cfr. art.35 del Codice antimafia).

E’ la strada che si è imboccata con il d.lgs. 150/2010 sull’accesso prefettizio ai cantieri (oggi confluito nel C.A.); una scelta innovativa volta a verificare in concreto (e non nei fondi d’archivio delle polizie e delle procure) come funzioni la competizione economica, come siano organizzati i fattori della produzione, come l’impresa si approvvigioni di manodopera, materie prime, denaro, consulenze ect. Se questa strada non verrà praticata, tanto vale buttare l’acqua sporca, tanto il bambino s’è fatto furbo e il bagno, da anni, lo fa nell’idromassaggio.

Alberto Cisterna

Magistrato 


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