Con la oramai famosa manovra d’Agosto, introdotta con il decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, il Governo ha introdotto alcune disposizioni nominalmente destinate a liberalizzare il settore dei servizi professionali, sulla scorta delle richieste esplicitamente pervenute da Confindustria e altri soggetti sociali i quali, evidentemente, ritengono che l’economia del paese sia ridotta allo stato attuale anche per colpa dei privilegi di cui ancora godono i professionisti. È un ragionamento opinabile, a partire dalle sue stesse premesse (quali privilegi?) e l’impressione di chi conosce veramente il settore, da intraneo, è che molti tentino di approfittare della crisi per portare ad estreme conseguenze la loro attività di lobbismo ai danni dei liberi professionisti, per poter godere di prestazioni professionali a prezzi stracciati.

Ciò detto, devo anche premettere, per onestà, di essere da sempre favorevole alle liberalizzazioni, nonostante quanto sopra, a differenza della maggioranza dei colleghi, ancora affezionati ad istituti quali l’obbligatorietà delle tariffe minime e il divieto dei compensi in percentuale.

Ritengo che l’impianto tradizionale della nostra professione forense sia da riformare in profondità e che occorra un nuovo «patto sociale» tra utenti ed avvocati basato sulla massima chiarezza, riconoscimento e rispetto dei reciproci ruoli e più comunicazione possibile tra le parti. Questa è, naturalmente, solo la mia opinione, ma è giusto che il lettore conosca la prospettiva delle osservazioni che seguono, quella di colui che avrebbe sperato di vedere «vere» liberalizzazioni e non, come vedremo, una minestra riscaldata con addirittura nuovi oneri per la categoria.


Andiamo, ora, a leggere insieme le nuove disposizioni, che, si rammenta, sono già in vigore, salvo naturalmente future modifiche da parte delle Camere o addirittura la, al momento improbabile, intera decadenza del decreto.

Il meccanismo utilizzato dal provvedimento è quello della previsione di alcuni principi cui dovranno uniformarsi gli ordinamenti professionali entro un anno. Occorrerà quindi, per la vera entrata a regime di questa riforma, la riscrittura delle relative norme delle singole leggi professionali. Naturalmente, i principi dettati dal decreto avranno una loro efficacia anche nelle more: di linee guida interpretative delle disposizioni vigenti e, probabilmente, almeno a mio giudizio, anche dei codici deontologici.

Un primo principio è il seguente:

b) previsione  dell’obbligo  per  il  professionista  di  seguire percorsi di formazione continua permanente predisposti sulla base  di appositi regolamenti emanati dai consigli nazionali,  fermo  restando quanto previsto dalla normativa  vigente  in  materia  di  educazione continua in medicina (ECM). La violazione dell’obbligo di  formazione continua determina un illecito disciplinare e come tale e’ sanzionato sulla base di quanto  stabilito  dall’ordinamento  professionale  che dovra’ integrare tale previsione;

In questo modo, dovrebbe dunque «salire» al grado legislativo una regola in precedenza spesso riposante su regolamenti di settore. Le perplessità, al riguardo, sono molteplici. Innanzitutto non si capisce cosa abbia a che fare ciò con la liberalizzazione dei servizi, che significa, se la lingua italiana ha ancora un senso, deregulation e non introduzione di norme nuove. Nel caso specifico degli avvocati, poi, l’esperienza dei primi anni di formazione permanente ha evidenziato come lo strumento non sia idoneo a colmare le gravi lacune di preparazione della categoria, risolvendosi spesso nel proporre approfondimenti a professionisti che non sono in grado di leggere correttamente il codice civile. Se si vuole riconoscere, come a mio giudizio si dovrebbe, che c’è un non trascurabile problema di preparazione in molti professionisti, non solo avvocato, credo che si dovrebbe pensare all’Università, al praticantato e all’esame di abilitazione, non a questi corsi estemporanei che, per il momento, sono serviti più che altro a creare un nuovo piccolo business, quello della formazione.

Un altro aspetto riguarda il praticantato:

Al  tirocinante dovrà essere corrisposto un equo compenso di natura indennitaria, commisurato al suo concreto apporto

Si tratta dell’introduzione di una regola su cui in passato si era discusso molto, quella dell’obbligo di retribuire i praticanti. Qui, naturalmente, le opinioni possono essere le più diverse; personalmente ritengo che se il dominus fa svolgere una pratica effettiva e concreta al tirocinante, non utilizzandolo solo per fare le fotocopie ma trasmettendogli dei veri insegnamenti, tali da metterlo in grado di diventare potenzialmente un professionista esso stesso, il dominus non dovrebbe pagar nulla, ma semmai dovrebbe essere il contrario. In questo modo, noi avvocati titolari di studio infatti ci troveremo nella paradossale situazione di dover pagare per la formazione, peraltro raramente davvero utile, che riceviamo, e pagare ulteriormente per quella, che se siamo corretti, onesti e sinceri sarà di prima qualità ed utilissima, che forniamo ai nostri tirocinanti. Per non dire del rischio che, in questo modo, i tirocinanti, visto che devono essere pagati, finiscano davvero a fare solo le fotocopie, una delle poche cose per le quali oggettivamente un praticante può essere utile almeno nei primi sei mesi di pratica, considerando che l’Università non fornisce alcuna preparazione idonea allo svolgimento della professione. Nel mio studio, ad esempio, ci sono due figure amministrative regolarmente retribuite, che fanno il lavoro di tipo appunto amministrativo, mentre i praticanti non ricevono un fisso, ma partecipano alle udienze, agli appuntamenti, allo studio delle questioni, alle telefonate, alla scrittura degli atti e hanno così occasione di vedere veramente come funziona il nostro lavoro. Se, in futuro, dovrò corrispondere un compenso fisso ai tirocinanti, non so se potrò permettermi di retribuire ancora il personale amministrativo: a questo punto le mie scelte potranno essere o di far fare i compiti amministrativi ai tirocinanti, visto che li pago, oppure di tenere il personale e non prendere più tirocinanti, che credo sia la soluzione che adotteranno tutti. Ed ecco trovato un buon sistema per introdurre surrettiziamente, e forse anche inconsapevolmente, una specie di «numero chiuso».

Andiamo avanti:

il  compenso  spettante  al  professionista  e’  pattuito  per iscritto  all’atto  del  conferimento   dell’incarico   professionale prendendo come riferimento le tariffe professionali.  E’  ammessa  la pattuizione  dei  compensi  anche  in   deroga   alle   tariffe.   In caso  di  mancata determinazione  consensuale  del compenso, quando il committente e’  un  ente  pubblico,  in  caso  di liquidazione giudiziale dei compensi, ovvero  nei  casi  in  cui  la prestazione  professionale  e’  resa  nell’interesse  dei  terzi   si applicano le tariffe professionali stabilite con decreto dal Ministro della Giustizia;

A me pare che qui non ci sia molto di nuovo, semmai, come vedremo tra poco, si possono fare interessanti considerazioni sul funzionamento e sulla natura del nostro sistema politico e istituzionale, ma, dal lato tecnico, non mi pare ci sia innovazione rispetto a quanto già introdotto con le riforme Bersani. Sin dalle liberalizzazioni introdotte nel 2006, che hanno abrogato l’obbligatorietà delle tariffe minime, nel nostro studio si è sempre proceduto a firmare un contratto utente – avvocato, al momento del conferimento dell’incarico, dal momento che, venute meno le tariffe minime, era l’unico modo per evitare possibili contestazioni al riguardo. Il contratto, naturalmente, prevede volta per volta l’applicazione delle tariffe professionali oppure un regime alternativo, come ad esempio a forfait o di tipo «flat» per l’incarico.

Per quanto riguarda il nostro sistema politico ed istituzionale, non si può non ricordare quanto segue.

-> Al momento del varo delle liberalizzazioni da parte del ministro Bersani del governo Prodi, la maggioranza che è adesso al governo e che ha confezionato la riforma che stiamo esaminando fece una fortissima opposizione, sostenendo che erano riforme inammissibili, che andavano contro l’interesse sia degli avvocati che dei cittadini, accattivandosi il consenso di molti colleghi. Ora, a qualche anno di distanza, hanno varato un gruppo di disposizioni che rappresenta sostanzialmente la riedizione, peraltro con scarsa qualità di tecnica normativa, di quelle stesse riforme contro cui tanto avevano a suo tempo tuonato. Il cittadino, qui, vorrebbe allora capire chi è che comanda davvero e se ha ancora un senso muoversi per andare a votare a favore di un governo di sinistra o di destra.

-> Come è stato giustamente evidenziato nella nostra Legalit, non è affatto corretto anticipare i contenuti della riforma dell’ordinamento professionale in discussione da tempo alle Camere, stroncandola e superandola brutalmente con un decreto legge. Si noti che, peraltro, su alcuni temi molto importanti i contenuti del decreto legge sono improntati a scelte opposte a quelle già approvate dal Parlamento, come ad esempio nel caso dei minimi di tariffa inderogabili, che la riforma avrebbe voluto ripristinare, mentre il decreto dichiara derogabili… La mia impressione, e quella di molti altri colleghi, è che con questa riforma in tranquilla discussione alle Camere il governo abbia illuso il ceto forense, o almeno quella parte, maggioritaria (cui, come anticipato, non appartengo), che vorrebbe il ritorno delle tariffe minime, per poi andare in direzione opposta.

Ma chiudiamo questa parentesi e andiamo avanti. Al momento dell’accettazione del mandato, poi:

Il professionista e’ tenuto, nel rispetto del principio di  trasparenza, a  rendere  noto   al   cliente   il   livello   della   complessità dell’incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa  gli  oneri ipotizzabili  dal momento   del   conferimento   alla   conclusione dell’incarico

È un principio giusto, sulla carta, tanto che probabilmente derivava già prima dall’obbligo di comportarsi secondo buona fede gravante sulle parti di un contratto e da molte disposizioni, poste esattamente in questo senso, di codici deontologici professionali. Nel caso forense, onorare quest’obbligo non è affatto facile, in un contesto dove è successo ad esempio che la Cassazione, il giudice che dovrebbe insegnare a tutti gli altri come si interpreta il diritto, incaricata per errore della cancelleria due volte di un unico caso lo ha deciso in modo opposto, o dove una causa in primo grado può durare anche 30 o 40 anni. Sia sufficiente, poi pensare, all’esistenza di più gradi di giudizio: come si fa a quantificare gli oneri dell’iniziare una causa che può in primo grado potenzialmente durare 30 anni e condurre ad una sentenza che può essere impugnata ulteriormente per due volte? Probabilmente, questo obbligo informativo per molti casi non potrà ridursi che a richiamare queste stesse considerazioni, sicuramente meglio di niente per l’utente, anche se globalmente poco utili. Piuttosto, io credo che il professionista forense dovrebbe rilasciare, preferibilmente per iscritto, all’utente un breve parere, qualche osservazione, su come vede il suo caso e le iniziative che si potrebbero adottare. La legge non impone l’uso della forma scritta, ma da un lato ciò è facilitato dall’utilizzo sempre più diffuso della posta elettronica, dall’altro se non sappiamo noi che un conto è un fatto accaduto e un altro un fatto che si può provare… Ad ogni modo, anche questo è un nuovo onere, sempre alla faccia dell’intento di «liberalizzare».

Un altro obbligo: l’assicurazione di responsabilità professionale:

a tutela del cliente, il professionista e’ tenuto a  stipulare idonea  assicurazione   per   i   rischi   derivanti   dall’esercizio dell’attività professionale. Il professionista deve rendere noti  al cliente, al momento dell’assunzione dell’incarico, gli estremi  della polizza stipulata per la responsabilità professionale e il  relativo massimale.

E via con le liberalizzazioni… Lo trovo giusto, comunque. Non credo che si possa seriamente pensare di fare la professione, oggigiorno, senza una adeguata copertura assicurativa e comunque la regola per cui se il legale sbaglia l’utente deve essere risarcito è sacrosanta, così come avviene per qualsiasi servizio o trattamento. Ai colleghi consiglio di accertarsi che la copertura comprenda anche gli eventuali errori dei tirocinanti che, pur se titolati a prendere un compenso per il loro lavoro, sicuramente non saranno ritenuti onerati dall’obbligo di risarcire il danno che possano aver cagionato con i propri errori. Per quanto riguarda l’obbligo di informativa, va ricordato che il codice deontologico forense prevede che il legale che abbia un proprio sito web indichi obbligatoriamente nello stesso la propria compagnia di responsabilità civile, naturalmente generalizzando l’obbligo lo si rende efficace anche per chi non ha una presenza su web e l’informazione è più comoda e fruibile per il cliente. Logisticamente, questa informazione sarà contenuta nel contratto scritto che oramai si è visto deve essere stipulato al momento del conferimento dell’incarico, che riguarderà dunque sia il sistema tariffario che le tutele in caso di danni subiti dal cliente. Nel nostro particolare settore forense, comunque, in molti casi questi nuovi obblighi rischiano di non tutelare adeguatamente gli utenti, dal momento che, in una causa civile della durata, poniamo, di sette anni, può darsi che il legale dimentichi, ad esempio, un termine al quarto anno, quando ha già cambiato compagnia assicurativa rispetto a quella che aveva al conferimento dell’incarico. Direi che la regola più importante sia quella dell’obbligatorietà della tutela assicurativa, in fondo.

E dulcis in fundo, la pubblicità:

g) la pubblicità informativa, con ogni mezzo, avente ad  oggetto l’attività  professionale,   le   specializzazioni   ed   i   titoli professionali posseduti, la struttura  dello  studio  ed  i  compensi delle  prestazioni,  e’  libera.  Le   informazioni   devono   essere trasparenti, veritiere,  corrette  e  non  devono  essere  equivoche, ingannevoli, denigratorie.

Il gioco è sempre quello di trovare le differenze con quanto già previsto dalle riforme Bersani, che hanno introdotto appunto la possibilità di fare pubblicità informativa e di indicare le caratteristiche e i costi dei servizi offerti, facendo carico agli ordini di verificare la correttezza delle informazioni fornite dal professionista. Forse l’unico elemento di novità è rappresentato dall’espressione «con ogni mezzo». Alcuni ordini, infatti, avevano dubitato della compatibilità di alcuni media, come la radio e la televisione, con la dignità e il decoro del professionista. Così ad esempio il «mio» Ordine di Modena, con una circolare apposita, aveva avuto occasione di sostenere che (punto 5) «la pubblicità deve essere improntata a dignità e decoro sia per quanto attiene i mezzi di diffusione (opinabile e da valutare l’uso di radio e televisione) che per quanto riguarda i luoghi (affissione di cartelli in esercizi commerciali e in luoghi pubblici o aperti al pubblico)». Sulle specializzazioni, è chiaro che, dopo la clamorosa bocciatura del regolamento del CNF sugli avvocati specialisti, il legislatore avrebbe dovuto dire di più. Anche l’elemento relativo alla «struttura dello studio» può rappresentare un elemento di novità, dal momento che alcuni ordini avevano trovato da dire anche questo, sia pur molto più velatamente. In fondo è giusto che l’utente sappia se conferisce il mandato ad un legale titolare, ad esempio, di uno studio individuale, ovvero ad uno studio di dimensioni diverse, che può avere o meno personale amministrativo, professionisti che si occupano di diversi settori del diritto o altri settori professionali e così via.

In conclusione, nell’intervento in esame ci sono tutti i difetti tradizionali degli ultimi provvedimenti: scarsa, o molto scarsa, qualità tecnico-normativa, scorrettezza politica ed istituzionale dei contenuti, forte sapore di lobbismo.

Credo sia un provvedimento destinato a scontentare tutti, tranne forse grandi industrie e assicurazioni, se non addirittura anche quelli.

Chi è contro le liberalizzazioni, sarà rimasto di sasso nel vedere quello che credeva il «suo» governo fare un provvedimento del genere, che ricopia quasi pedissequamente le odiate riforme Bersani.

Chi, come me, è a favore delle liberalizzazioni sarà rimasto deluso per non aver trovato granché di nuovo, anzi solamente nuovi oneri per noi professionisti: formazione, retribuzione dei praticanti, assicurazione di rc professionale. Il meccanismo adottato di definizione di principi generali con «delega» a riforme successive consente ancora ampi margini di manovra, a partire dalla prossima discussione in Parlamento, ma bisogna capire che cosa vuol fare realmente la maggioranza, cioè se vuol liberalizzare davvero o solo dare qualche pennellata per accontentare le lobbies e i potentati, nazionali e comunitari. Se volesse liberalizzare veramente, ci sarebbe da fare molto di più e molto meglio.


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19 COMMENTI

  1. La liberta di migliorarsi è una priorità del professionista non deve essere in nessun modo dettata da una restrizione normativa.Credo che il decreto sulle liberalizzazioni si stia muovendo in questa direzione,il problema nasce quando si vogliano trasformare professioni non regolamentate quale ad esempio l’odontoiatria,che tutt’oggi è presente nell’ordine dei medici-chirurghi,in professioni pro-mediche senza averne il diritto ne la qualità professionale di esercitare una materia medica.Speriamo che l’accesso libero alle professioni basato sull’autonomia del professionista, voglia intendere l’abrogazione di leggi che fino a ieri bloccavano l’esercizio da parte dei medici-chirurghi di esercitare la professione odontoiatrica perchè branca della medicina e non voglia in nessun modo permettere il contrario: che il medico non possa esercitare l’odontoiatria e quet’ultimi possono praticare una escamotage per fare i medici.

  2. Il sistema prima o poi si riformerà da solo perchè già il trend sta cambiando.
    Il costo della vita e la situazione economica non è più quella di trenta o quarantanni fa. Il problema è la scarsa informazione che avevamo allora, come studenti neolaureati in giurisprudenza.
    Non è escluso che sia finita la manna per i titolari di studi legali e si dovranno adeguare alla domanda laddove i neolaureati in giurisprudenza cominceranno ad iscriversi meno agli ordini e a fare colloqui per entrare in azienda, ad esempio, dove per non saper nulla di come funziona un’azienda o quasi (soprattutto con riferimento ai laureati in economia) ti propongono uno stage quantomeno a 300 euro al mese, spesso a 600 euro e non dura certo due anni.
    La competitività ormai non è più soltanto all’interno del settore della professione legale ma del mercato del lavoro in generale.
    Sono valutazioni di convenienza che ogni neolaureato in giurisprudenza prima o poi farà sempre più frequentemente

  3. In qualità di praticante non retribuita, ma non certo impreparata, non posso che essere d’accordo con quello che è già stato detto dai miei colleghi. Francamente, la filastrocca del “noi ti insegnamo, quindi è questa la tua retribuzione” ha davvero stancato, e non è nemmeno credibile. Come è già stato giustamente puntualizzato, nulla obbliga un avvocato ad avere tirocinanti, o a tenerli presso il proprio studio nel caso in cui fossero così terribilmente impreparati o pasticcioni. E poi, onestamente, tutto questo fervore didattico e preoccupazione per la formazione dei giovani praticanti, e nemmeno uno scrupolo su come fa questo povero giovincello a campare?
    Ah, sì, ben formato nella professione forense, ma morto di fame.

  4. Mi associo a chi l’ha criticata per aver parlato in quel modo della categoria dei praticanti.
    I praticanti non sono schiavi, non sono impiegati, non sono addetti contabili.
    I praticanti hanno studiato Giurisprudenza come Lei, e senza dubbio sono più freschi di studi di Lei. E, a maggior ragione, hanno il sacrosanto diritto di apprendere e di non fare le fotocopie.
    Ciò avviene in tutti i Paesi civilizzati che vantano una degna cultura giuridica.
    Lo scandalo dei tirocinanti sottopagati, e spesso addirittura schiavizzati, è un fardello medioevale. E’ un privilegio di casta. Se un imprenditore volesse un apprendista per insegnare la propria professione e aumentare la forza produttiva della propria azienda, dovrebbe per forza di cose concludere un contratto di apprendistato allineato con il contratto nazionale di categoria. Ciò implica un costo. E se non può permettersi di avvalersi della collaborazione di un apprendista, semplicemente: rinuncia, lavora, si tira su le maniche e negli anni successivi, forse, potrà assumerlo.
    Più umiltà Avvocato.

    Marco B.

  5. Quello che Lei ha espresso rguardo ai praticanti rasenta lo schiavismo. Se Le è di peso infondere la conoscenza ai giovani professionisti può benissimo non farlo. Probabilmente però si troverà in difficoltà a far redigere una atto di citazione o un ricorso alla segretaria e probabilmente Lei non potrà fare tutto visto che il tempo è limitato per ogni essere umano. Il praticante è un vero e proprio collaboratore a tempo pieno ( oltre le 8 ore di un qualsiasi normale lavoratore dipendete).
    Le sembra giusto non percepire denaro per questa collaborazione spesso produttiva non solo dopo 6 mesi. Anche un ragazzo di 24-25 anni deve mangiare e non può vivere della scienza infusa del suo dominus. D’altronde il suo pensiero rispecchia una generazione che si lamenta dei giovani fannulloni ma non vuole in alcun modo aiutarli a crescere e a diventare autonomi.
    Se un domani sua figlia o suo figlio decideranno di intraprendere la professione legale non avranno problemi perchè lavoreranno nel suo studio; ma Le chiedo se lei fosse il genitore di un praticante che torna a casa e gli dice: ” devo vivere con te fino ai 28-30 anni perchè per 6 mesi sarò improduttivo, e per gli altri, beh, il mio dominus mi fa la cortesia di insegnarmi” come si sentirebbe? Ma questo come ripeto a lei non succederà mai e quindi può benissimo non curarsi dell’aspetto umano ma guardare tutto dal punto di vista della produttività.

    Inoltre, per essere completi, ai praticanti viene impedito di guadagnare qualcosa per altra via o in proprio; infatti non è possibile per un praticante abilitato aprire un proprio studio e pubblicizzare la sua attività. Vi sono dei limiti legali ma sopratutto non ho ancora sentito che un dominus lascia del tempo al praticante per le proprie pratiche. Per cui la pratica è inquadrabile come è un vero e proprio lavoro dipendente mentre in alcuni casi non può che inquadrarsi in una collaborazione coordinata e continuativa.

    Provi a dire a un operaio in prova che il suo lavoro sarà retribuito esclusivamente con l’insegnamento e non passerà nemmeno un’ora prima di avere uno sciopero o un corteo sindacale.

    Invece per il praticante che ha studiato molto di più nulla. Anzi la sua unica retribuzione dovrebbe essere il poter godere di insegnamenti del dominus.
    La vera riforma della professione forense sarebbe qualle di imporre agli avvocati l’obbligo di assunzione con un contratto ad hoc i praticanti e retribuirgli un minimo garantito ( non meno di 500 euro) e una somma variabile a seconda della qualità del lavoro svolto.
    Io ritengo che la spesa possa perfino essere messa a carico del ciente. D’altronde se il praticante lavora sulla sua causa esercita per una attività professionale in suo favore quindi è giusto che sia lui a pagarlo.

    Ma naturalmente non succederà mai, anche perchè molti degli Onorevoli e dei Senatori della Repubblica sono avvocati. Tuttavia mi pongo un quesito: “Se le dà così peso avere dei praticani o se li reputa comunque inutili per un periodo di tempo di 6 mesi perchè non ne fa a meno? Probabilmente perchè senza il praticante che fa le ricerche o scrive le lettere o gli atti o che va a fare i depositi o ritirare gli atti probabilmente non potrebbe seguire tutti i suoi clienti.
    Quindi il praticante è necessario e il non pagarlo è solo un modo per aumentare i propri guadagni a scapito di giovani spesso preparati (ma i più preparati di solito vanno in studi grandi dove vengono sicuramente retribuiti perchè nessuno intende lasciarseli scappare) ma deboli dal punto di vista contrattuale.

    L’unica cosa su cui Le dò ragione è sulla Università italiana. Non prepara affatto al mondo del lavoro, almeno per quanto riguarda la professione di avvocato. Una riforma dell’università è alla base per abolire il praticantato. Se un giovane uscisse dall’università pronto per il mondo del lavoro ( e non solo con nozioni teoriche e con voti spesso regalati per aumentare i contributi dello Stato o per incentivare le iscrizioni) sarebbe sicuramente più produttivo anche nei primi giorni di pratica e questa sarebbe qualitativamente migliore.

    Cordialità

  6. Un praticante diventa utile dopo sei mesi? Non mi risulta.
    Tutti i praticanti che che conosco (alcuni oggi sono stimati avvocati, altri hanno avuto meno fortuna) quando hanno iniziato il tirocinio presso uno studio legale sono divenuti produttivi in brevissimo tempo. Chi dopo solo qualche giorno, chi dopo qualche settimana. Non certo dopo mesi.
    Ma anche fosse vero che ci vogliono 6 mesi, il problema è che quasi nessun dominus retribuisce in maniera adeguata i propri praticanti anche DOPO che sono diventati produttivi.
    Quando va bene un praticante (che per inciso ha studiato 23-25 anni come un mulo) presso uno studio legale percepisce 5 o 600 euro al mese, senza contributi previdenziali erogati (da quel che è di fatto il suo datore di lavoro), senza ferie pagate (quindi 11 mesilità all’anno e non 12!), senza malattie pagate, senza alcuna garanzia (da un giorno all’altro può essere lasciato a casa), e tutto ciò per lavorare dalle 9 alle 11 ore al giorno (a volte pure di più), come minimo 5 giorni a settimana, ma nessuno si fa scrupoli a chiedere di lavorare anche al sabato.
    E questo in teoria per due anni. Che però diventano tre, dato che tra scritto e orale passa un altro anno.
    Quindi tre anni, che poi diventano quattro, cinque, sei… perché naturalmente l’esema lo passa SEMPRE il 25% circa degli iscritti, guarda caso…. tutti gli anni ci sono sempre lo stesso numero di preparati ed impreparati.
    La verità è un’altra.
    Il praticantato è lavoro nero a tutti gli effetti.
    E questa vergogna è consentita dalla legge.
    Attendiamo con ansia una vera liberalizzazione delle professioni, in modo che non esistano più caste di privilegiati, ma solo cittadini che lavorano seriamente per il bene loro, della loro famiglia e del loro Paese.

  7. Vorrei capire che significa “Liberalizzare” le professioni, le professioni regolamentate in Italia sono 22 che si possono raggruppare nelle categorie Sanitarie (Medici, Infermieri, Farmacisti, Veterinari, Psicologi, Biologi, Ostetriche,Tecnici di Radiologia Medica), Tecniche (Ingegneri, Architetti, Geologi, Chimici, Geometri, Periti Industriali, Periti Agrari) Giuridiche (Avvocato, Notaio, Dottore Commercialista, Consulente del Lavoro) ed altre professioni quali: Giornalista, Assistente Sociale, Spedizioniere Doganale.
    Può essere che quando si parla di liberalizzazione si ha solamente in mente la professione di avvocato ?.
    Se andate sul sito della Federazione dei Medici e quella degli Infermieri potrete notare che queste categoria da tempo hanno lanciato l’allarme per cui nei prossimi anni mancheranno circa 35.000 medici e altrettanto ne mancheranno come infermieri, ho sentito il Presidente dei Medici dire ad un convegno che è stato chiesto alle Università di allargare il numero di accesso alla professione di medico chirurgo che ovunque è a numero chiuso, le università hanno ribattuto che per allargare il numero degli studenti e mantenere la qualità dell’insegnamento bisogna fare investimenti (aule, laboratori, docenti ecc) e soldi non c’e ne sono. Quindi di che cosa stiamo parlando ??, nella professione medica quando si hanno i titoli (Laurea ed abilitazione) si può iniziare a lavorare NESSUNO lo inpedisce e ne tantomeno l’Ordine professionale.
    Il risultato di ciò e che in Italia si arriverà all’assurdo che mancano delle figure professionali e vi è disoccupazione giovanile e le figure mancanti verranno coperte da lavoratori comunitari ed extra comunitari (senza essere per niente razzista o avere niente in contrario contro tali lavoratori
    Discorso diverso è per le FARMACIE che godono di un regime di concessione governative per cui le Farmacie SONO A NUMERO chiuso o meglio in base alla popolazione. IN QUESTO CASO POSSIAMO PARLARE DI LIBERALIZZAZIONE, cioè rendere l’apertura delle farmacie libera e non contingentata.
    Anche la professione di Notaio è contingetato.
    Allora perchè quando si parla di liberalizzazione delle professioni non si fanno Nomi e Cognomi ? perchè non si dice che si vogliono liberalizzare le Farmacie, ed i Notai, anche perchè non posso pensare che per liberalizzazione si intende che può fare il Medico un soggetto NON LAUREATO (o che non abbia il titolo di studio adatto), e così anche per altre professioni (avvocato, ingegnere architetto ecc).
    Giovanni Campo

  8. Mi permetto di dissentire in maniera radicale con quanto da lei sostenuto in merito alla mancata retribuzione dei praticanti e, più in generale, riguardo alla riforma della professione. Un riassetto degli ordini professionali, tramite l’introduzione di liberalizzazioni che potranno essere più o meno radicali, come ormai auspicato in innumerevoli occasioni dai vertici dell’Unione Europea (da ultimo la famosa lettera congiunta Draghi – Trichet) appare improcastinabile. Per quanto attiene al primo punto le devo fare notare che spesso è facile parlare quando non ci si immedesima nelle situazioni concrete e si scrive sulla semplice scorta di ragionamenti logico-teorici come nel suo caso. Sa cosa significa lavorare a titolo gratuito per 3 anni? vuol dire vivere di privazioni senza che i propri sforzi quotidiani possano avere anche la più piccola gratificazione, ledendo quel principio per il quale ad uno sforzo produttivo debba corrispondere un’equa retribuzione economica, principio che in una Repubblica fondata sul lavoro dovrebbe essere un caposaldo inamovibile. Mi risulta che un manovale quando si presenta il primo giorno in cantiere non sappia fare la malta, ne un elettricista tirare un cavo in un muro, ma uno stipendio viene comunque percepito dai suddetti; ora, perchè non dovrebbe riceverlo un praticante che ha studiato anni? Forse perchè quelli prima di lui non lo hanno ricevuto? perpetrando abusi su abusi, sulla scorta del principio con cui, nella storia, i più forti hanno compresso i diritti dei più deboli: la consuetudine!! Lei scrive che imponendo una retribuzione impediremmo ai giovani di accedere alla pratica….ma a voi dei giovani è mai interessato qualcosa o avete sempre cercato di salvare le vostre rendite (sempre più modeste) di posizione? come crede che un ragazzo possa mantenersi per tre anni senza retribuzione e senza una famiglia solida alle spalle? Ecco che le pari opportunità nell’accesso alla “libera” professione sono totalmente sconfessate, visto che la selezione viene fatta innanzitutto in base al ceto sociale e poi (forse) in base al merito.Un praticante può essere utile e produttivo fin da subito….lei parla di sei mesi, ma stiamo scherzando? Io dal secondo giorno di pratica ho iniziato a scrivere decreti ingiuntivi e atti di citazione al gdp per recupero crediti (atti che non richiedono certo mesi di preparazione) e con la supervisione del dominus mi sono reso produttivo fin da subito!! la verità è che la maggior parte degli studi si regge sullo sfruttamento sistematico della forza lavoro gratuita che permette ai dominus di incrementare i propri guadagni!! d’altronde non ci si poteva aspettare che una categoria di pescecani attaccati al denaro come gordon gekko rispettasse una norma deontologica che prevede una retribuzione. Basterebbe, invece, prevedere delle forme di detrazione irpef delle somme date ai praticanti per venire incontro ad entrambi. Per quanto attiene al secondo punto è palese che il mercato del lavoro è saturo, ma questo dipende dalla miopia della vostra generazione e di quella precedente che, tanto per cambiare, scarica il risultato delle proprie inefficienze su noi giovani. Vogliamo parlare di tutti i suoi colleghi che sono diventati avvocati in maniera automatica dopo essersi abilitati come procuratori legali? ora si vuole restringere l’accesso alla professione, senza considerare che il concorso non comporta una retribuzione fissa, come avviene per i dipendenti pubblici, ma la semplice abilitazione a poter esercitare, quindi solo il diritto a stare sul mercato. Non mi soffermo sui problemi del concorso in se, criticato da tutte la parti e inadeguato a selezionare i migliori….ne sui numerosi problemi della vostra categoria che si muove con come un dinosauro in un negozio di cristalli, voglio solo far notare che se si vuole limitare l’accesso bisogna farlo all’inizio, con un numero chiuso all’università, di modo che un ragazzo possa scegliere altre strade, non porre un imbuto alla fine di un percorso, a 25-26 anni quando non è facile rigenerarsi in un campo diverso….cosa ne sarà di tutti quei ragazzi che non avranno mai nemmeno la possibilità di cimentarsi sul mercato?? Avremo una categoria di uomini e donne illuse e po disilluse. Di fronte ad una crisi che morde le fasci più deboli della popolazione le posizioni di rendita di determinate categorie (in primis l’ordine dei notai che andrebbe smantellato per primo) appaiono ormai inaccettabili!! Cordiali saluti. Un giovane precario del nuovo millennio

  9. Dottor Solignani, non ritiene che le attività di lobbismo siano da considerarsi incostituzionali? E non ritiene che ciò che non è espressamente consentito dalla legge dovrebbe essere vietato? Io credo che in questo modo le liberalizzazioni avrebbero più senso. Ad oggi tutto ciò che può costringere la grande impresa a comportamenti corretti viene dissolto, credo si debbba operare per ridare potere reale all’individuo se si vuole realmente parlare di liberalizzazioni. Le faccio una proposta provocatoria ma non troppo.
    Spingiamo ancora più in là le liberalizzazioni degli albi professionali aboliamoli completamente accorpando allo stato le professioni di pubblica utilità. Mi spiego medici, notai, avvocati devono diventare tutti dipendenti statali (remunerati adeguatamente come avviene per i magistrati), gli altri albi professionali (poichè non tutte le professioni hanno ottenuto la possibilità di costituire un albo) cancellati definitvamente.
    Diritto all’assistenza sanitaria totale gratuita per tutti, diritto alla difesa gratuito e di stato con selezione dell’avvocato in base a graduatorie, eliminazione della decorrenza dei termini, poichè lo stato sta negando patti esistenti con i cittadini, una volta possibile la difesa gratuita si annullano tutti i condoni e si perseguono coloro che vi hanno fatto ricorso nei casi significatvi (così abbiamo risorse per sostenere queste iniziative), atti notarili non corrisposti al professionista ma allo stato ed utilizzo delle risorse prodotte per la giustizia.
    Cosa ne pensa

  10. @Monica. In realtà non è offensivo dire che l’Università non prepara assolutamente allo svolgimento della professione, può costituire una delusione per chi aveva aspettative diverse, ma di fatto l’Università per come è concepita adesso fornisce informazioni di tipo teorico, mentre è il praticantato successivo che offre la formazione professionale vera e propria, è un fatto abbastanza noto, considerato da molti un problema ma non per questo meno oggettivo.

    Poi dici «D’altro canto però non è neanche giusto che uno studente neolaureato non percepisca stipendio per la sua attività di praticantato. E’ ingiusto non essere retribuiti per un lavoro che si svolge». Posso essere d’accordo, ma, se rimaniamo in questa, peraltro giusta, logica elementare, che cosa dobbiamo dire delle ipotesi in cui lo studente neolaureato cagiona, con un suo errore, dei danni, cosa che peraltro avviene nella quasi totalità dei casi (anche io stesso, a suo tempo, ho avuto occasione di dare a riguardo)?

    Se è giusto essere pagati per il lavoro che si fa, è anche giusto risarcire i danni che si cagionano. Perchè questo punto non viene affrontato? Anche perchè chi inizia la pratica vuol essere un professionista, è già un professionista in erba, non è un lavoratore dipendente che va a svolgere le sue mansioni presso un datore, ma un lavoratore autonomo che guadagna quando ha occasioni di lavoro ed è responsabile degli sbagli che fa. Se non gli piace questo, significa che non vuol essere un professionista ed è meglio che si metta a fare qualche concorso.

    Il discorso sarebbe molto lungo ed è un peccato che i giovani non abbiano grande contezza di concetti come questi che sono fondamentali per capire la realtà e il proprio futuro.

    35 anni, poi, mi sembrano esagerati anche per l’Italia, che è un paese dove si va a rilento. Personalmente, da figlio di impiegati, a 25 anni avevo già un piccolo studio da patrocinatore e a 26 ero già avvocato, come titolo. Tutto quello che è venuto dopo è stato guadagnato e non regalato da nessuno, ma in fondo sono contento così. Ma il punto di fondo del discorso è un altro e cioè che oggi non è più appetibile la professione: non è che se aspetti decenni poi finalmente quando arrivi trovi una rendita di posizione, come c’era magari una volta. Quindi a questo punto chi te lo fa fare? Anzichè lamentarti ma mantenere lo stesso obiettivo, cambia obiettivo vai a fare altro. Io ho due figli e pur avendo uno studio avviato in un certo modo ho in mente di non lasciarlo a nessuno dei due e spero che entrambi trovino un lavoro migliore.

    In bocca al lupo.

    –
cordialmente,

    tiziano solignani, da  Mac
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    http://blog.solignani.it

  11. Vorrei esprimere la mio opinione riguardo al compenso corrisposto al tirocinante.

    Penso che sia giusto dare un equo compenso al tirocinante, in quanto di fatto sta svolgendo una professione, un lavoro vero e proprio, sebbene sia alle prime armi. Non si potrebbe considerare a tutti gli effetti un apprendistato?

    E’ necessario pertanto che, i titolari di studi e tutti i liberi professionisti, considerati come categoria professionale, ottengano attraverso misure politiche, una riforma radicale del sistema universitario in merito alla pratica della professione e del sistema inerente la formazione professionale avanzata, se reputano queste non sufficientemente efficaci nell’introdurre gli studenti nel mondo della professione.

  12. Carissimi, leggo con attenzione le giuste preoccupazioni circa il metodo con cui si introduce una riforma che delinea (finalmente) dei principi uniformanti per tutti gli ordinamenti professionali. Nondimeno, nel merito, debbo ricordare a chi legge che TUTTE le misure introdotte sono esattamente quelle contenute nel documento di proposta per la riforma delle professioni che TUTTE le professioni (CNF compreso) sottoscrissero ed inviarono all’allora Ministro Alfano nel luglio 2010.
    Onestamente, nel momento più critico per le professioni, quando la principale organizzazione datoriale tenta di sfruttare l’emergenza per lacerare il sistema delle professioni a partire proprio dal profilo costituzionale dell’esame di Stato, l’aver ottenuto il risultato di vedere accolte le proposte per una riforma condivise un anno fa proprio dalle professioni non può non essere accolto con soddisfazione. E ciò deve tener di conto anche che proprio sull’art. 33, comma 5, Cost. è basata la distinzione da ogni altra attività economica. Se non va bene neanche così…
    Piuttosto, non mi spiego ancora perché non sia stata inserita la delega per introdurre le Società di Lavoro Professionale, progetto di legge che i Commercialisti hanno ampiamente diffuso e che Italia Oggi dava per compreso nella disciplina sulle professioni della manovra. Quella sì era modernizzazione! Speriamo in un emendamento…

  13. Sono particolarmente delusa da questa cosiddetta “Riforma delle professioni”, non sono avvocato, ma sono una studentessa che è anche profondamente delusa dall’Istituzione universitaria a cui avevo riposto le mie ambizioni, senza contare della miriade di corsi o cosiddetti master che si vogliono propinare a noi studenti per i quali, da come è evidente, è previsto un futuro di precariato strutturale. Vede, quando lei Dr. Solignani afferma che “l’Università non fornisce alcuna preparazione idonea allo svolgimento della professione”, dato di fatto per tutti gli orientamenti di studio, è qualcosa che sta al limite dell’offesa. Una persona che studia e sa che i suoi studi non serviranno ad alcunché e come un suicidio programmato e mi chiedo, dopo anni di proteste che i ricercatori, alcuni professori, enti ecc. che lavorano e studiano nell’università hanno portato avanti contro le ultime pseudo riforme inutili a che cosa sono servite?A nulla perché non sono state propositive e non sono state radicali. Dove erano i vari laureati diventati liberi professionisti? Perché non si sono opposti anche loro?
    D’altro canto però non è neanche giusto che uno studente neolaureato non percepisca stipendio per la sua attività di praticantato. E’ ingiusto non essere retribuiti per un lavoro che si svolge. Non bisognerebbe accettare il fatto che, dato che l’università italiana non serve per lo svolgimento del lavoro per cui prepara, allora il neolaureato deve continuare a considerare la sua attività, di fatto lavorativa, come una ulteriore formazione e pertanto non soggetta ad un contributo. Le tasse universitarie però si pagano e sono sempre più salate. Noi finiamo di formarci a 35 anni e se non hai un parente che ti permette di usufruire di uno studio o attività propria, ti spetteranno altri 40 anni di lavoro precario, E anche se sai farti strada, sei appassionato, valido e quant’altro, come lei ben sa, il merito non conta in Italia e raramente sarai ricambiato in termini lavorativi per tutto l’impegno dato. Sono queste le liberalizzazioni?E’ questo che dobbiamo accettare noi tutti per i nostri figli e per la nostra società?
    Grazie

  14. Le liberalizzazioni alle vongole…. Guarda caso l’unica cosa che non hanno riprodotto è stata quella norma secondo la quale gli avvocati avrebbero potuto anche stipulare gli atti di compravendita immobiliare per gli immobili aventi un valore catastale inferiore a 200.000 euro. Questa norma, contenuta nelle famose “lenzuolate” di Bersani e poi “in”spiegabilmente accantonata (?!) avrebbe davvero potuto “liberalizzare” il più grande monopolio professionale italiano. Altro che riforma degli ordini e amenità varie. Questa piccola riforma avrebbe avvicinato l’Italia all’Europa (solo da noi esiste il monopolio dei notai), avrebbe fornito agli avvocati nuove opportunità professionali (dopo la mazzata della c.d. mediazione) e, soprattutto, avrebbe fatto abbassare di gran lunga il costo dei rogiti notarili per i cittadini. Questa sarebbe stata una VERA LIBERALIZZAZIONE ma si sa, in Italia comandano le lobby e a quanto pare i Notai, anche se sono poche migliaia, sono -politicamente e non solo- di gran lunga più potenti degli avvocati che anche se sono centinaia di migliaia (è ormai notorio che solo a Roma ce ne sono un numero pari a quelli dell’intera Francia) sono presi a schiaffi da qualsiasi governo. Soprattutto da questi pseudoliberali alle vongole, Quanto all’interesse dei cittadini poi……

  15. Non entro nemmeno nel merito del testo (crederò alla liberalizzazione solo quando sarò certo che riguarda anche il notariato)…
    Ritengo che un articolo di legge che inizia così:

    “In attesa della revisione dell’articolo 41 della Costituzione,
    Comuni, Province, Regioni e Stato, entro un anno dalla data di
    entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto,
    adeguano i rispettivi ordinamenti al principio secondo cui
    l’iniziativa e l’attivita’ economica privata sono libere ed e’
    permesso tutto cio’ che non e’ espressamente vietato dalla legge ”

    sia del tutto incostituzionale.

    Insomma, in attesa della revisione di una articolo costituzionale, si vorrebbero obbligare regioni, province, comuni, tutto lo stato ad applicare leggi inesistenti e, oggi, contrarie alla Costituzione!

    Chi dice a questi “signori” che l’art 41 sarà modificato?
    E, se anche fosse, prima si modifica la Costituzione, poi si applica la nuova norma!

    Così è, se vogliamo continuare a considerarci un popolo civile e libero.

    Diversamente, smettiamo di chiamare democrazia un regime che si mette sotto i piedi la Costituzione.

  16. Ho scoperto da poco questo sito e devo dire che ne sono rimasto entusiasta. Forse mancava nella galassia web dove ci si preoccupa più di rendere un servizio (a pagamento) ai cittadini che non quello di informare correttamente gli stessi sulle modalità e procedure. Alla faccia delle liberalizzazioni e della libera concorrenza in senso stretto! Detto questo, mi presento: sono un architetto di oramai 34 anni di sudata (in tutti i sensi) professione alle spalle. Sono stato quattro anni tesoriere del mio ordine professionale riuscendo nell’impresa ardua di far votare il bilancio anche a moltissimi iscritti che, per principio per come era formulato, esprimevano sempre il loro dissenso. Anche con aumenti della quota in ragione Istat sono riuscito a portare abbondantemente in attivo il nostro piccolo bilancio. Ma da quando sono entrato nel Consiglio dell’Ordine ho sempre pensato che l’Ordine di per sè è una “magistratura” e non, come credono molti iscritti e la quasi totalità della gente, una casta chiusa che fa gli interessi solamente dei propri adepti. Essere una “magistratura”, seppure di secondo grado, vuol dire avere come primario scopo quello di difendere i cittadini (o committenti che dir si voglia) proprio dagli abusi degli iscritti. I quali, detto per inciso, si sentono dei padreterni una volta preso il timbro professionale, convinti di non rispondere a chicchessia. Per questo sono poco convinto che liberalizzare gli Ordini Professionali sia una manovra corretta, sia sotto l’aspetto giuridico (potrebbe venire a mancare il controllo sugli iscritti) sia sotto quello pratico, verso il comune cittadino che, in fondo, è il nostro vero datore di lavoro. Alla fine, non sono gli Ordini che impediscono la liberalizzazione delle professioni perchè – almeno nel nostro caso – superato l’esame di stato e accertati i requisiti tutti si possono iscrivere e sono iscrivibili. Poichè però gli ordini sono numerosi bisognerebbe trovare regole utili e necessarie e condivisibili da tutti, senza dimenticare comunque forme di controllo per reprimere abusi sempre più continui e costanti…

  17. Infatti. Anche nel caso di Bersani si trattò di un decreto legge, ma almeno lui, a posteriori, riconobbe di aver sbagliato completamente il metodo (per quel niente, che, naturalmente, è potuto valere).

    Oggi infatti nonostante quel riconoscimento la storia si ripete, anzi il tutto è aggravato dal fatto che con decreto legge si sono regolati molti temi oggetto di discussione alle Camere da mesi, quindi in totale spregio palese e sotto gli occhi di tutti dei concetti che hai appena enunciato.

    Poi c’è anche un altro aspetto, lo strumento usato è il decreto legge, che come sappiamo si può usare per ragioni di necessità ed urgenza. Il meccanismo legislativo, tuttavia, è quello della «delega» entro un anno, cioè le riforme non entrano in vigore subito ma entro un anno dall’entrata in vigore dovranno essere riformate altre leggi. Allora siamo sicuri che ci siano i requisiti di necessità ed urgenza? A parte questo, il Governo può imporre modifiche legislative entro certi termini, visto che *non* è titolare del potere legislativo e lo diviene solo quando delegato dall’organo che ne è titolare cioè il Parlamento?

    Buone riflessioni e soprattutto buona giornata a tutti.

    –
cordialmente,

    tiziano solignani, da  Mac
    http://ts.solignani.it (splash)
    http://goo.gl/p6Sb0 (libri)

  18. Ho sempre ritenuto inaccettabile che le modifiche delle professioni siano attuate attraverso legislazioni governative. Gravissimo, poi, che riforme di questo tipo siano imposte in periodo feriale!
    A prescindere dai singoli contenuti – sui quali si può essere più o meno d’accordo – è un problema di metodo e di rispetto per categorie che vantano storie antiche e consolidate, ed iscritti di qualità cui sarebbe giusto chiedere – in via preventiva – aiuto ed opinione. Leggi di questo tipo dovrebbero presupporre consensi, dibattiti, studi, incontri; l’esatta antitesi, insomma, di quello che avviene con i consueti decreti legge dittatoriali ormai propinati con scadenza pressoché quotidiana.
    E mi chiedo anche chi, personalmente, ha discusso queste norme e da quale specifico (alto, basso, sottoterra?) pulpito di settore.
    Di questo passo: facciano fare gli avvocati ai semplici iscritti alla camera di commercio. E nessuno si lamenti quando si dice che il livello di qualità degli avvocati italiani è enormemente inferiore rispetto, ad esempio, a quello dei francesi o di tanti altri Stati meno prestigiosi del nostro ….
    Quanto sin qui detto vale per chi fisicamente fa le leggi ma innanzitutto per chi, interno al gruppo professionale gestito manu militari, si fa mettere “felice e contento” i piedi in faccia!

  19. mi chiedo , una volta non veniva erogato il finanziamento ai partiti oggi si tratta di miliardi di euro e si formano partiti come funghi;
    altro errore è il finanziamento della propaganda elettorale , miliardi che volano;
    aggiungo oltre al pagamento dello stipendio ai senatori, onorevoli della camera,presidente della repubblica ecc. eccetera;
    inoltre il finanziamento al vaticano italiano ( i piu ricchi del mondo),
    Ma le tasse questi signori quando le pagheranno? gli italiani sono in crisi,ma solo i dipendenti, gli operai,i poveri discraziati senza reddito altrui.

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