Le chiese rappresentate dalla Tavola valdese sono state la prime a stipulare un’Intesa, ai sensi dell’art. 8 Cost., con la legge 11 agosto 1984 n. 449.

L’art. 11 riguarda specificamente il matrimonio, ed inizia con la formula:

“La Repubblica italiana, attesa la pluralità dei sistemi di celebrazione cui si ispira il suo ordinamento, riconosce gli effetti civili ai matrimoni celebrati secondo le norme dell’ordinamento valdese…


Non è importante tanto il riconoscimento degli effetti civili del matrimonio, quanto:

a) la constatazione della pluralità delle forme di celebrazione del matrimonio;

b) il riconoscimento che si tratta di matrimonio celebrato “secondo le norme dell’ordinamento valdese”.

Il rinvio ad altro “ordinamento” è previsione unica, non presente nelle altre Intese (solo la disciplina del matrimonio canonico contiene previsione analoga).

La chiesa valdese è stata recentemente interessata da una notizia di cronaca: domenica 26 giugno si è celebrato, a Milano un matrimonio tra persone dello stesso sesso.

La notizia non ha avuto, tutto sommato, grande eco, rimanendo confinata, al rango di mera “curiosità”, nelle riviste di gossip (quelle che si leggono dalla parrucchiera).

Ecco cosa prevedeva in materia una norma, che ha compiuto duecento anni proprio in questi giorni.

Si tratta del Codice civile “universale” (perchè valido per l’intero Impero austriaco!) proclamato a Vienna il 1° giugno 1811 da Francesco I, Imperatore d’Austria, che così prevedeva, all’articolo 62:

“§ 62.- Nel medesimo tempo l’uomo può essere unito in matrimonio soltanto ad una donna, e la donna soltanto ad un uomo. Chi avendo già contratto matrimonio volesse passare ad un secondo deve provare legalmente il pieno scioglimento del primo.”

Vi si affermavano in modo netto, due principi:

a) la monogamia,

b) la diversità di sesso degli sposi.

Il legislatore attuale non è invece altrettanto chiaro (ne hanno già parlato su queste pagine Eleonora Cannizzo e Tiziano Solignani).

Si sente dire che il matrimonio, in Italia, sarebbe solo quello definito dalla Costituzione all’art. 29; posizione che appare abbastanza preconcetta, solo se si consideri che l’art. 29 non definisce il matrimonio, ma si limita considera, riconoscendola, la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, lasciando quest’ultimo privo di definizioni di sorta.

In ogni caso, laddove la società muta, spetta al legislatore adeguarsi.

Lo stesso pastore valdese, a proposito del matrimonio celebrato il 26 giugno 2011, ha affermato che “se dovessimo seguire ancora la Bibbia senza tener conto di quando fu scritta, dovremmo praticare ancora la lapidazione dell’adultera”.

E il nostro ordinamento in effetti, fino al 1968 puniva ancora il reato di adulterio (art. 559 c.p. cancellato dalle sentenze Cost. 126/1968 e 147/1969): però solo la moglie (ed eventualmente il correo) poteva essere perseguita.

Si trattava, ovviamente, di fattispecie perseguibile a querela del marito.

L’art. 560 c.p. prevedeva, invece, il reato di concubinato; il marito era punito se teneva la concubina, in casa o “notoriamente” altrove.

Bastava dunque solo un po’ di “discrezione” per non far sorgere la responsabilità penale di lui.

Come si vede, vi era una concezione della famiglia nemmeno tanto lontana da quella tutt’ora disciplinata nella società attuale. Ora, la Chiesa Valdese ci ha dato un segnale … sta a noi decidere se raccoglierlo.


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3 COMMENTI

  1. Mi sia permesso apprezzare l’intervento della diacona Menghini, che apporta una “visione” dall’interno delle Chiese rappresentate nella Tavola valdese. In effetti, quando vi è stata la 1° delle Intese di cui all’art. 8 Cost. (pronta da tempo, ma tenuta in stand-by in attesa delle modifiche al Concordato) si é avuto modo di cogliere un atteggiamento peculiare, nel distinguere tra ambiente “civile” (rappresentato dallo Stato e dai suoi istituti) e ambiente “religioso”, con un’affermazione di indipendenza dei due ordini e in un contesto di reciproco, effettivo, rispetto (rispetto che, altrove, non si coglie sempre, prevalendo spesso questioni “ideologiche”).
    Ora, non si può dimenticare come il matrimonio non abbia una definizione (meglio: qualificazione) univoca: basta consultare i manuali di antropologia per riscontrare quali e quante siano le pluralità di forme. Non si vuole, con ciò, argomentare che debbano adottarsi tutte le forme possibili ed immaginabili, ma solo richiamare alla constatazione di come l’istituto, o gli istituti, siano sempre storicamente e geograficamente determinati.

  2. Sono Simona Menghini, diacona del Concistoro (e ufficio stampa “volontario”) della Chiesa valdese di Milano, e ho letto il suo interessante articolo. Per molti versi capisco e condivido quello che Lei vuol dire, e non voglio certo inficiare il suo ragionamento.

    Essendo però Lei un “esperto” di legge e come tale penso attento alla terminologia, mi permetto di segnalarle una grave imprecisione sui termini da lei usati. La Chiesa valdese celebra, sì, matrimoni con valore civile – da quando nell’84 le è stata riconosciuta, insieme ad altre confessioni non-cattoliche, un’Intesa con lo Stato – ma non di questo si è trattato domenica.

    Come spiegato e detto da più parti (anche nei servizi televisivi TG RAI e La7 andati in onda domenica e lunedì, e NON solo dei giornali di gossip come lei dice: Repubblica, Corriere, La Stampa non sono certo giornali di gossip) infatti, NON di “matrimonio gay” si trattava: ma di una “benedizione di un’unione di vita di una coppia di due nostri fratelli gay”.

    L’ordinamento della Chiesa valdese infatti non contempla la celebrazione di matrimoni di persone dello stesso sesso, né la chiesa ha mai assunto una posizione precisa su questo tema; del resto, lo stesso concetto di matrimonio, in ambito protestante, è molto diverso da quello cattolico: non si tratta infatti di un sacramento, ma di un atto eminentemente civile, sul quale si può e si deve (per chi lo desidera, ovviamente) invocare l’aiuto e la benedizione del Signore. Anche per questa ragione la chiesa valdese non celebra i cosiddetti matrimoni “di coscienza” (ovvero quelli in cui la parte dell’atto civile, per molteplici motivi, non può essere compiuta).

    Ha detto poi, per chiarire ulteriormente, Giuseppe Platone, pastore titolare della chiesa valdese di Milano (in risposta, soprattutto, a chi gli chiedeva se la cosa “susciterà reazioni”)….

    «Stiamo calmi e sereni. Noi come comunità rispondiamo ad una precisa domanda che è stata rivolta, oltre un anno fa, al Consiglio di chiesa (o Concistoro) valdese di Milano. Si tratta di una coppia di credenti, che conosciamo da anni e molto bene, Guido è valdese, Ciro è di famiglia battista, entrambi evangelici: loro non chiedono tanto che venga rispettato un loro diritto – questo spetterebbe allo Stato, che su questa specifica materia è in grave ritardo e sappiamo anche il perchè – quanto piuttosto di poter testimoniare di un dono ricevuto, il desiderio insomma di potere condividere con la comunità di fede che frequentano – e quindi rendere manifesti – il dono dell’amore che li lega l’uno all’altro e la promessa che si fanno reciprocamente, alla luce dell’Evangelo.

    In realtà, Guido e Ciro sono già stati benedetti nella loro vita, ora è giunto il momento in cui lo vogliono esprimere, e ringraziare per questo il Signore, durante il culto. Come comunità – e come Chiesa nazionale – ne abbiamo parlato in varie occasioni, abbiamo fatto un cammino insieme maturando un vasto consenso nel rispondere affermativamente a questa loro domanda. Sicchè siamo ora pronti, in accordo con il Sinodo valdese, ad invocare su questo amore responsabile, reciproco, libero, la benedizione del Signore.

    Nessun espediente si può sostituire alla fede e la fede in Cristo e l’amore che ne discendono vincono ogni ostacolo. Non sacralizziamo nessun rapporto, noi valdesi: semplicemente, lungo questo cammino di ricerca di fedeltà al Signore, chiediamo a Dio di accompagnare e ispirare questi nostri due fratelli che si amano. Il che è una cosa bellissima! Mi scandalizza di più l’ipocrisia o quell’acido spirito “scritturistico” che vorrebbe riaffermare discriminazioni. Voltiamo pagina insieme a tanta parte del protestantesimo nel mondo. I giudizi definitivi noi li lasciamo al Signore: qui tentiamo un cammino di fedeltà all’Evangelo….»

    Per ulteriori informazioni (o per leggere il sermone intero del nostro pastore, potete consultare il sito http://www.milanovaldese.it

    Sperando di averle fatto cosa utile e gradita a Lei e ai suoi lettori.. La saluto cordialmente, Simona

  3. Sulla base di definizioni generiche, ammettendo il matrimonio tra persone dello stesso sesso, invece che magari una semplice unione di persone sulla base di un contratto notarile e con valore limitato ad alcuni aspetti, si dovrebbe allora ammettere pure il matrimonio tra consaguinei stretti (ad es. fratello e sorella, madre e figlio, padre e figlia), come del resto avveniva nell’antico Egitto dei faraoni. E si potrebbe, viceversa, definire bigamia quella di un uomo già sposato con una donna e che poi si sposi con un uomo ? E non dico delle questioni ereditarie, già estremamente complicate, quali contorsioni dovrebbero esserci se l’uomo in questione è prima sposato con una donna, poi ha dei figli; quindi divorzia e si sposa con un altro uomo col quale ottiene, tramite fecondazione artificiale o altra procedura, dei figli, e così via. Roba da costringere avvocati e magistrati civili al suicidio !

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