Il recente provvedimento in materia di sviluppo ha evidenziato una recente tendenza del legislatore, già avvertita in precedenti provvedimenti (v. ad esempio il registro pubblico delle opposizioni), di limitare la portata del Codice in materia di protezione dei dati personali e rivedere lo stesso concetto di privacy alla luce di considerazioni non proprio “giuridiche”.

Indubbiamente il nostro codice si è sempre segnalato come una delle discipline più garantiste in ambito europeo ed è proprio quest’aspetto, che ha determinato grosse problematiche di carattere principalmente economico ed anche organizzativo a causa delle pesanti sanzioni, previste in caso di violazioni della normativa. Con piccoli e continui interventi di modifica ed integrazione, di dubbia tecnica legislativa, il nostro legislatore sta cambiando completamente l’originario impianto rischiando di rendere l’intero codice un guscio vuoto di contenuti.

Purtroppo si dimentica che tutelando la privacy si tutelano principi di assoluta rilevanza del nostro ordinamento che trovano il proprio fondamento costituzionale negli artt. 14, 15 e 21 Cost., rispettivamente riguardanti il domicilio, la libertà e segretezza della corrispondenza, e la libertà di manifestazione del pensiero; ma si può fare anche riferimento all’art. 2 Cost., incorporando la riservatezza nei diritti inviolabili dell’uomo.


Si dimentica, inoltre, anche un altro importante aspetto e cioè la nuova dimensione del concetto di privacy a seguito dell’innovazione tecnologica.

Difatti il progressivo sviluppo delle comunicazioni elettroniche ha determinato la crescita esponenziale di nuovi servizi e tecnologie. Se ciò ha comportato, da un lato, indiscutibili vantaggi in termini di semplificazione e rapidità nel reperimento e nello scambio di informazioni fra utenti della rete Internet, dall’altro, ha provocato un enorme incremento del numero e delle tipologie di dati personali trasmessi e scambiati, nonché dei pericoli connessi al loro illecito utilizzo da parte di terzi non autorizzati.

Si è così maggiormente diffusa l’esigenza di assicurare una forte tutela dei diritti e delle libertà delle persone, con particolare riferimento all’identità personale e alla vita privata degli individui che utilizzano le reti telematiche. Esigenza che è stata avvertita anche dal legislatore comunitario che già da tempo sta lavorando su una nuova direttiva in materia, mentre il nostro legislatore, al contrario, sta lavorando su una sistematica erosione della privacy a vantaggio dei soliti “poteri forti”.


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3 COMMENTI

  1. Michele, condivido le tue considerazioni sull’inefficacia del Registro. Io, per esempio, mi sono iscritto subito, ma cionostante continuo a ricevere telefonate indesiderate ed oltretutto spesso “anonime”, pur essendoci ormai l’obbligo, per chi fa telefonate a scopi commerciali, di far apparire in chiaro il numero (che, però, vuol dire poco perchè corrisponde per lo più ad un call center esterno all’azienda che propone la vendita). Il problema è che il cittadino dovrebbe ogni volta farsi carico di denunciare la violazione della sua privacy al garante, perchè l’inserimento del suo numero di telefono (ed ora anche dell’indirizzo postale) possa avere un senso pratico, ma non sempre se ne ha il tempo e la voglia e poi magari si scopre che in una circostanza ormai dimenticata si aveva dato il consenso all’utilizzo del numero di telefono a quella determinata azienda (magari partecipando ad un concorso a premi o dando il consenso a ricevere qualche newsletter), consenso che, in questo caso, prevale sull’iscrizione nel Registro. E’ brutto dirlo, ma in tali casi non resta che l’autodifesa: non rispondere alle telefonate quando arrivano da numeri oscurati o con prefissi teleselettivi strani!!

  2. Alfredo, mi preoccupa innanzitutto l’ampia definizione di rapporti amministrativo-contabili data dallo stesso decreto ed ancor di più questa tendenza a rendere tutto più semplice o più superficiale. Sul Registro Pubblico delle Opposizioni concordo pienamente con te e del resto come ANDIP sto facendo una battaglia accesa contro questo Registro che è perfettamente inutile e sta solo creando problemi ai cittadini che una volta iscritti si illudono di non essere più disturbati. I call center in Italia sono circa 2000 ed attualmente si sono registrati un centinaio. Le cifre ovviamente parlano da sole sul fallimento del Registro.

  3. Occorre, però, tenere conto che la normativa italiana in materia di privacy, quando entrò in vigore nel 96, fu una delle più stringenti, a volte anche eccessivamente, per cui alcune semplificazioni scontano la rigidità iniziale (ad esempio, la normativa comunitaria già non considerava necessario tutelare i dati personali delle persone giuridiche). Le attuali semplificazioni riguardanti proprio i rapporti “amministrativo-contabili” fra le imprese e che sono in sostanza riconducibili agli obblighi di informativa e consenso non vengono a depauperare la protezione dei dati personali delle aziende stesse, anche perchè, come ribadito nella relazione illustrativa al disegno di legge di conversione del D.L., riguardano solo le suddette finalità amministrativo-contabili e non si applicano, ad esempio, ai dati delle stesse imprese trattati a fini di marketing diretto.
    Quanto, poi, al liberalizzato uso degli indirizzi postali tratti dagli elenchi telefonici, a mio avviso è una “falsa liberalizzazione”. Da un lato, infatti, già prima, l’uso di tali dati personali che aveva come effetto quello di riempirci la buca delle lettere, avveniva in modo incontrollato, senza l’osservanza degli obblighi imposti dalla legge, ma poteva considerarsi senz’altro meno invasivo dell’uso del telefono. Dall’altro, invece, qualora la nuova normativa venisse realmente osservata, l’obbligo imposto alle aziende di utilizzare tali indirizzi solo previa verifica del Registro delle Opposizioni (dove chi non vuole essere disturbato ha l’onere di inserire il proprio indirizzo, oltre al proprio numero di telefono), potrebbe dissuadere tali aziende dall’uso di questi dati personali, tenuto anche conto dell’aggiornamento decadale del Registro. Ma la domanda è: quante sono ormai le aziende che per fare D.M. si avvalgono dei dati ricavati dagli elenchi telefonici?

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