Per alcuni è stata considerata una ventata di freschezza nell’aria torbida che si respira ultimamente nei palazzi istituzionali, per altri invece un atto di eccessivo e inopportuno interventismo.

Continua a far discutere la nota del Presidente della Repubblica Napolitano  che chiede un dibattito parlamentare sulla nomina dei nove nuovi sottosegretari .

Basta scorrere l’art. 87 della Costituzione per rendersi conto dell’indubbia complessità e delicatezza del mandato presidenziale, carica che ogni Presidente ha esercitato esprimendo la propria personalità e tenendo conto delle situazioni in cui si è trovato ad operare.


Da qui, l’intramontabile diatriba tra chi propugna un Capo dello Stato attivamente interventista (“re Giorgio”), in virtù dei suoi poteri legislativi (limitati, in verità) di autorizzazione dei d.d.l. governativi e di rinvio, e soprattutto del potere di scioglimento delle Camere; e tra chi auspica invece un ruolo del tutto formale di garante dell’unità nazionale e della Costituzione, mero arbitro della partita politica nazionale (“Giorgio il notaio”).

Come spesso accade, in medio stat virtus. La Costituzione assegna al Presidente della Repubblica il ruolo “super partes” di custode delle regole istituzionali e democratiche tracciate al suo interno, per cui, qualora queste regole vengano disattese, e solo in questo caso, è pienamente legittimo e giustificato un intervento del Capo dello Stato che richiami alla correttezza istituzionale.

Nel caso di specie, siamo di fronte ad un provvedimento (quello della nomina di nove nuovi sottosegretari) che potrebbe alterare il rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo sul quale l’art. 94 della carta costituzionale fonda la nostra Repubblica parlamentare. L’infornata dei nuovi sottosegretari, infatti, darebbe luogo ad una maggioranza diversa da quella alla quale il Parlamento avrebbe votato la fiducia nel maggio 2008. E se questo “piccolo ribaltone” ha davvero provocato ciò, non solo potrebbe essere ritenuto un atto di “educazione” istituzionale, ma anche un preciso dovere del Presidente del Consiglio informare le Camere e, se necessario, sottoporsi al voto di fiducia.

Pienamente opportuna dunque la nota del Quirinale. Del resto, sono anche gli ex Presidenti della Corte Costituzionale a reputarla tale.

Valerio Onida, Presidente della Consulta nel 2004, parla delle nuove nomine come un “impatto” con il quale è cambiata la fisionomia politica della maggioranza e reputa la richiesta di Napolitano assolutamente ragionevole.

Antonio Baldassarre
, Presidente della Consulta nel 1995, parla di opportunità di un passaggio parlamentare, venendo con le nuove nomine in gioco il Governo e non l’appoggio parlamentare, e di “prassi corretta” la richiesta del Quirinale.

Più approfondita l’analisi di Piero Alberto Capotosti, Presidente della Corte costituzionale nel 2005, il quale precisa che il passaggio parlamentare sarebbe stata prassi normale durante la cd. Prima Repubblica (nella quale vigeva un sistema elettorale proporzionale), ma che oggi, essendoci un sistema maggioritario più o meno bipolare, rappresenterebbe una sorta di ritorno al passato; tuttavia, stante le crisi e la frantumazione della maggioranza di Governo, la richiesta del Presidente della Repubblica sarebbe da ritenere del tutto corretta.

In conclusione.

Ci siamo abituati ormai alle prassi politiche che modificano l’impianto istituzionale previsto dalla Costituzione (una per tutte: l’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio già durante la campagna elettorale, con tanto di nome inserito nei simboli delle coalizioni, circostanza che rende del tutto vacuo il potere di nomina del Presidente della Repubblica ex art. 92 comma 2 Costituzione), ma auspichiamo che quest’ultima esigenza del governo non porti a ulteriori forzature e distorsioni delle regole istituzionali e democratiche della nostra Repubblica.


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