Commentiamo oggi una recente sentenza, emessa a metà febbraio dal TAR della Lombardia (n. 457 dell’11.02.11) in punto di applicazione dell’art. 100 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, ovvero il Regio Decreto 773/31, in arte TULPS.

La questione dedotta, al di là della specificità del ricorso, pone il proprio ambito di applicazione in una zona intermedia tra il diritto penale, l’attività di prevenzione connessa alla gestione della Pubblica Sicurezza, e l’ambito prettamente amministrativo, per espressa competenza giurisdizionale.

In tale quadro complessivo emergono profili di responsabilità oggettiva che, come si dirà di seguito, si manifestano in misure ingiustamente afflittive per i commercianti.


La vicenda

Il titolare di un locale dell’hinterland milanese impugna il provvedimento di sospensione della licenza per trenta giorni, emesso dal Questore ai sensi dell’art. 100 del T.U.L.P.S., in quanto il locale in questione, nell’arco di tempo di due anni:
a – è stato teatro di una rissa
b – da controlli reiterati è risultato essere abitualmente frequentato da pregiudicati
c – un cittadino extracomunitario è stato sorpreso in flagranza di spaccio di stupefacenti.

La sentenza

Al di là di specifici aspetti impugnativi che per la loro soggettività non destano interesse per l’interprete, il TAR lombardo afferma che la misura è puramente preventiva e discrezionale e l’adozione è legittima laddove all’interno del locale si crei una situazione di allarme sociale a causa dei frequentatori abituali.

E questo poiché la frequentazione ambientale è fonte di pericolo “concreto ed attuale” per la collettività.

Il corollario interpretativo del TAR Lombardia si esprime nel comprensibile assunto in base al quale la sospensione della licenza, frutto di una riconosciuta ampia discrezionalità in capo al Questore, risponde ad un duplice ordine di obiettivi:
– da un lato privare i pregiudicati di un abituale punto di aggregazione,
– dall’altro quello di manifestare “lippis et tonsoribus” che il locale è sotto la stessa attenzione delle Forze dell’Ordine.

Il tutto, al di là della responsabilità dell’esercente.

Una critica

E’ fuor di discussione il valore emblematico della “serrata” di un pubblico esercizio, soprattutto ove si ponga mente all’impatto visivo della “mestizia” di una insegna spenta in forza di un provvedimento timbrato ed affisso su una porta chiusa di un locale deserto. Tuttavia, si pone il problema del rapporto tra questa forma di garanzia dell’ordine pubblico e la tutela del diritto soggettivo del titolare non connivente.

Sul piano del bilanciamento degli interessi contrapposti è doveroso soffermarsi tra la concreta afflittività patita dall’incolpevole gestore, ed il valore “emblematico” di fronte alla pubblica opinione, posto che, mentre i “frequentatori abituali” possono semplicemente spostare i loro “pregiudizi” in altro locale, “l’incolpevole gestore” rischia di essere il solo a patire un concreto danno economico.

D’altronde, è altresì vero che  sono proprio gli “incolpevoli gestori” i primi a patire e subire la presenza di sgraditi frequentatori. Né può richiedersi al pubblico esercente di allontanare dal proprio locale un soggetto perché gravato di precedenti penale, giudiziali o di polizia!

In un quadro così composito, campeggia anche la diffusa perplessità relativamente all’applicazione in capo al gestore di un onerosissimo principio di responsabilità oggettiva.

Altro dato che desta particolare allarme per l’ interprete è quello della ampia discrezionalità riconosciuta al Questore, in punto di applicazione dell’art. 100 T.U.L.P.S.

Questo aspetto genera rilevantissime perplessità, e certamente non per prevenuta sfiducia nei confronti degli organi che istruiscono ed emettono tali provvedimenti.

Il primo aspetto di problematicità è legato al rapporto tra i parametri valutativi che sottengono l’adozione e la quantificazione della sospensione della licenza ed il danno economico in concreto arrecato al terzo extraneus, titolare della licenza.

Il secondo, e forse più rilevante problema è connesso a modi e forme di impugnabilità, da parte dell’unico legittimato, ovvero il commerciante incolpevole e non connivente.

Infatti, a parere di chi scrive, la competente sede amministrativa non pare la più idonea a garantire la piena tutela di istanze strettamente soggettive.

In altre parole, l’incolpevole commerciante, attinto da responsabilità oggettiva, dovendo necessariamente accedere al Tribunale Amministrativo per mezzo di onerosissime sospensive, si vede legittimamente contrapporre uno spatium deliberandi e dei parametri valutativi che fisiologicamente sono pregiudizialmente sbilanciati verso gli interessi legittimi di carattere generale, piuttosto che sul proprio particulare.

Infatti, il provvedimento impugnato, pur se lodevolmente dotato di valenza “pubblica” di preventiva tutela, esprime in concreto una sanzione soggettivizzata verso il gestore “terzo” e, per di più, si concretizza tangibilmente come gravemente afflittiva sul piano economico.

Unico modo per superare tale iniquità e consentire ai Questori una serena e codificata prassi applicativa su criteri “condivisi” sarebbe una espressa modifica dell’art. 100 del T.U.L.P.S., con la indicazione di specifiche ed espresse circostanze di applicazione, unitamente ai parametri della quantificazione delle sospensioni.

In tale maniera il provvedimento sarebbe ancor più efficace in punto di prevenzione, consentendo al gestore una espressa modalità di intervento preventivo nella propria clientela.

Nello stesso tempo, una più esplicita formulazione normativa offrirebbe anche al giudice amministrativo lo spazio per una valutazione impugnativa delle esigenze del singolo.

In questo modo verrebbe definitivamente allontanata la fastidiosa alea di casualità che allo stato grava sulla adozione di questi provvedimenti.


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2 COMMENTI

  1. Con tutto il rispetto!
    Quella di Giuseppe Campanelli sembra più una … memoria difensiva che non una valutazione oggettiva.
    Gabriele non sarà un Avvocato, ma ne ha la stoffa: oltrechè esemplare senso civico ed equilibrio riflessivo.
    Complimenti (Gabriele)!

  2. Egregio Avvocato,

    Non sono un avvocato, nè ho letto la sentenza del Tar (ma solo il Suo articolo).

    Lei dipinge il titolare del locale come un “incolpevole gestore”, “colpevole” solo di possedere un locale in una zona malfamata di Milano.

    Tuttavia in due anni il locale, come Lei ha scritto, è stato teatro di una rissa, è diventato luogo abitualmente frequentato da pregiudicati e soprattutto una zona di spaccio, come prova il fatto che un cittadino extracomunitario è stato sorpreso in flagrante.

    Allora, mentre concordo con Lei per quanto concerne il fatto che non si può chiedere al “pubblico esercente di allontanare dal proprio locale un soggetto perché gravato di precedenti penali, giudiziali o di polizia” (c’è, a questo scopo, la forza pubblica), penso che se un extracomunitario arrivi a spacciare, coram populo, della droga, significa che l’atmosfera che si respira in quel locale è quella di una profonda illegalità, più che tollerata dal gerente stesso (evidentemente soddisfatto di una simile clientela).

    Se il gerente voleva difendere il buon nome della ditta, ed evitare che si trasformasse in un porto franco del malaffare, poteva installare delle telecamere, che hanno sempre un pregevole effetto dissuasivo. Oppure poteva chiamare la polizia quando era testimone di qualche atto illecito (chi ha chiamato la polizia in occasione della rissa da Lei menzionata ? Pensa davvero che l’atto di spaccio perpetrato dall’extracomunitario fosse un unicum in un siffatto locale ?). La responsabilità oggettiva non solo c’è, ma è corroborata da una condotta soggettiva che, benchè non sanzionabile, è senz’altro meritevole di ogni biasimo.

    Cordiali saluti,
    un lettore

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