Secondo il Tribunale di Palermo le società per azioni partecipate dal comune, pur essendo istituite sotto forma di impresa di diritto privato, non possono fallire poiché sono mancanti del requisito oggettivo previsto all’art. 1 della legge fallimentare, ossia perché non sono imprenditori commerciali. Allo stesso modo ne è escluso l’accesso all’amministrazione straordinaria ai sensi dell’art. 2 dlgs 270/1999.

Più precisamente, l’esclusione opera quando l’ente societario in questione è qualificabile come organismo di diritto pubblico, cioè quando 1) svolge un’attività diretta a soddisfare un’interesse generale 2) tale attività viene finanziata in tutto o in parte da un organismo pubblico 3) ha personalità giuridica.

In base a questi criteri, il decreto del Tribunale Fallimentare di Palermo, datato 8 gennaio 2013, ha rigettato l’istanza di fallimento presentata da Gesip Palermo spa, società con capitale detenuto al 100% dal comune di Palermo, alla quale erano stati affidata vari servizi pubblici, tra i quali la pulizia e la manutenzione degli spazi pubblici, e che aveva ormai superato i 1800 dipendenti(!). A questo punto sarà il comune, le cui finanze sono già in pesante difficoltà, a doversi fare carico dei debiti delle utilities, dato che i debiti delle partecipate sono debiti del comune.

Sembra chiaro che la pronuncia, sposando una nozione concreta ed allargata di pubblica amministrazione, sia nel senso di responsabilizzare gli enti locali nella gestione delle partecipate. Secondo il Tribunale, nel momento in cui l’ente si propone di perseguire l’interesse pubblico affidandolo ad una società partecipata, ciò comporta implicitamente assumersi il rischio del suo dissesto. In altre parole, l’utilizzo di enti formalmente di diritto privato non può essere un escamotage per disinteressarsi del buon andamento della partecipata, attraverso la scorciatoia delle procedure fallimentari.


1 COOMENTO

  1. Bravo Andrea! E del resto, tale padre ….
    Il tema delle “partecipate” è cruciale, anche perché è quello in cui convivono (e purtroppo confliggono) difficilissime tematiche di natura tecnica e raccapriccianti constatazioni di ordine fattuale e diretto interesse per la collettività.
    Basterebbe scoperchiare il pentolone delle malefatte commesse dalle migliaia e migliaia e migliaia di società partecipate sparse in tutta Italia per scoprire il “tutto e di più”.
    La società partecipata rappresenta il top delle potenzialità criminogenetiche: libertà degli strumenti civilistici; spregiudicatezza della logica del profitto a carattere privatistico; “protezione” pubblicistica; totale assenza di rischio imprenditoriale per acquisizione certa ed indiscussa di monopolio e/o oligopolio del mercato di riferimento.
    Tutti gli italiani sono sull’orlo della bancarotta? Gli imprenditori falliscono e sono costretti a lasciare sul lastrico un popolo di padri di famiglia? La partecipata “ingrassa” felice e contenta, e quando è in crisi è sempre per i latrocini commessi al suo interno.
    Vi ricordate il detto popolare “botte piena e moglie ubriaca”? Probabilmente l’autore si sarà liberamente ispirato ad una delle nostre amate “partecipate”.
    Personalmente lancerei una scommessa: io scommetto che se mettiamo insieme tutti i soldi illecitamente “drenati” dalle società partecipate, forse riusciamo a tappare un bel po’ di buchi sparsi del debito pubblico. Accetto eventuali contro-scommesse.
    Rimedi? Innanzitutto, bisognerebbe iniziare a controllarle veramente (sarei proprio curiosa, ad esempio, di sapere quante hanno adottato i modelli di organizzazione 231 ed affidato il sistema dei controlli interni ai relativi organismi di vigilanza). E poi bisognerebbe cominciare a denunciarle .. a tappeto: in sede penale (tenendo, tra l’altro a mente che gli amministratori delle partecipate sono a tutti gli effetti, e per la maggior parte dell’attività espletata, pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio); in sede amministrativa e dinanzi alla Corte dei Conti; in sede civile; in sede mediatica; in sede sociale; nelle chiese e ad ogni angolo della strada …
    Se oggi siamo con il culo per terra è anche per colpa loro – questo dobbiamo gridarlo a viva voce – o meglio, per chi li lascia liberi di fare a disfare a loro piacimento.
    Una speranza? Forse la nuova 190 sull’anticorruzione …
    Chi lo sa. Ci sto lavorando. Ne riparleremo a presto.

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