Se davvero la pressione fiscale nel 2013 aumenterà di oltre mezzo punto – dal 44,75 al 45,3% – gran parte di questa fetta sarà dovuta all’arrivo della Tares, la nuova imposta sui rifiuti.

Quando ancora dovevano esaurirsi gli effetti dell’Imu, al primo e contestato anno di esistenza, con un debutto nient’affatto apprezzato dai contribuenti italiani, che hanno visto prosciugarsi le tredicesime per completare il pagamento dell’imposta sugli immobili, ecco che arriva il nuovo spettro fiscale.

Con una manovra da molti definita elettorale, il governo ha disposto nelle ultime battute prima delle dimissioni del premier Mario Monti, la facoltà, per i sindaci di procrastinare ad aprile la quota che dovrebbe essere riscossa già a partire da gennaio.

Una decisione che, indubbiamente, molti primi cittadini sceglieranno per non gravare ulteriormente sulle spalle dei contribuenti e che consentirà alle forze politiche nazionali, in primis quelle che hanno sostenuto il governo, di non avere una valida, e freschissima, ragione in più di vento avverso nell’urna.

Nata in principio con l’ormai sepolto – almeno per ora – federalismo fiscale di calderoliana memoria, la tassa è arrivata, così come l’Ivie, nel pacchetto di misure del decreto salva Italia varato dal governo Monti a poche settimane dal suo insediamento a fine 2011 al fine di finanziare in toto il servizio di igiene ambientale, sostituendo, così, sia la Tarsu che la Tia.

A differenza dell’Imu, però, questo balzello non ricadrà sulle spalle del mero proprietario dell’immobile, bensì su quelle del residente, e ciò è dovuto al fatto che l’imposta pende su quei servizi ritenuti a domanda individuale, cioè basati solo su chi usufruisce di un tale bene e non chi lo possiede, in teoria anche senza sfruttarlo.

Per questa ragione, i canini della Tares dovranno sfamare le amministrazioni in materia di manutenzione strade e illuminazione pubblica e, naturalmente, non lascerà indenni, oltre alle case, anche negozi, attività produttive, imprese e altri siti di carattere non prettamente economico.

Valutata nella stima di un miliardo di euro all’anno, la Tares nasce per fornire un copertura completa alle utenze domestiche garantite dai Comuni, riguardando tutti quei soggetti che, in qualsiasi misura, possiedano, occupino o detengano locali atti a produrre rifiuti, ivi inclusi i cosiddetti “servizi indivisibili”, proprio come la luce e la manutenzione stradale.

Una delle novità meno sottolineate è che, per la prima volta, verranno calcolate nel computo della Tares anche quelle aree delle aree appartenenti a realtà produttive, ma lasciate inutilizzate: insomma, siamo in presenza di un nuovo macigno fiscale dai connotati finora sconosciuti. Non stupisce, a questo proposito, che i sindacati abbiano stimato l’impatto della nuova tassa sui rifiuti come superiore all’Imu.

Comunque, le superfici conteggiate per le quote della Tares faranno riferimenti a quelle già in vigore per Tarsu o Tia, per lo meno nel periodo ponte in vista del’integrazione tra i dati in possesso di Comuni e Catasto, cui andranno, però, aggiunti 30 centesimi a metro quadro per i servizi indivisibili.

Le rate saranno quattro – gennaio, aprile, luglio e dicembre – con la prima che verrà, come detto, accorpata alla seconda, di modo che, ad aprile scatterà l’ora della prima, vera stangata del 2013. A fine anno, poi, toccherà a Comuni, come già avvenuto con l’Imu, deliberare sull’applicazione di eventuali aliquote superiori.

 

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