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    Amministrativo 23 luglio 2012, 18:28

    La spiaggia è un bene pubblico: utopia o realtà?

    E’ possibile coniugare l’esercizio delle attività gestite dalle imprese del settore balneare con il diritto dei cittadini a sostare e passeggiare sulla spiaggia senza essere obbligati ad utilizzare qualsiasi tipi di servizio non richiesto?


    Parliamo di spiagge, prendendo spunto dal dossier WWF “Spiagge d’Italia: bene comune, affari per pochi”, pubblicato in questa calda estate, stagione in cui – forse – si pone maggiore attenzione a questo problema. Si, perché la spiaggia, intesa come bene pubblico, rappresenta ormai un problema di cui non si riesce a scorgere alcun tipo di soluzione adeguata, almeno nel nostro sempre più martoriato Paese.

    Il senso del dossier WWF è quello di fornire una fotografia della realtà delle nostre spiagge, dove una striscia di 12mila stabilimenti balneari – raddoppiati in poco più di dieci anni – per un totale 18.000.000 di metri quadri, occupano qualcosa come 900 km di costa idonea alla balneazione, cioè un quarto di quelle italiane. Scorrendo rapidamente il documento del WWF si “scopre” quindi che si tratta di un giro di affari che interessa circa 30000 aziende e 600000 operatori , con – e questo è il vero problema! – canoni irrisori rispetto ai profitti derivanti dalla struttura.

    Il sistema attuale vede una grande difformità di norme regionali in materia di aree del demanio marittimo, provocando disomogeneità e contraddizioni complessive. Spesso la materia è delegata ai comuni che, con nuove gare, affidano in concessione i litorali, con problemi che si ripresentano ciclicamente. Da un punto di vista generale, l’art. 822 del cod. civ. riconduce sia la spiagge che il lido del mare al demani pubblico. Si tratta di una appartenenza demaniale necessaria, cui corrisponde la non alienabilità degli stessi nonché la inusucapibilità di tali beni.

    L’unica possibilità concessa dall’ordinamento è quella di poter formare oggetto di diritti a favore di terzi, entro i limiti e modi stabiliti dalle leggi di riferimento. Al riguardo, lo strumento principale per sviluppare le utilità che possono essere ritratte dalle spiagge è sicuramente la concessione amministrativa che consente dunque alla P.A. di affidare ai privati la gestione di parti del lido marittimo contro il pagamento di un canone mensile, potendo lucrare sui servizi offerti agli utenti.

    Per i costituzionalisti la concessione in questo caso rappresenta uno strumento con cui l’Amministrazione pubblica attua i precetti contenuti nell’art. 9 della Carta fondamentale dello Stato – per la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico dello Stato – e nell’art. 41 , secondo comma – per la libertà dell’iniziativa economica non in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana.

    Il problema evidenziato dal documento WWF è in definitiva proprio questo: coniugare l’esercizio delle attività gestite dalle imprese del settore balneare che, lo ricordiamo, sono titolari delle concessioni ed il diritto di ognuno di noi cittadini a sostare e passeggiare sulla spiaggia senza essere obbligati ad utilizzare qualsiasi tipi di servizio non richiesto o, persino, pagare l’ingresso ad uno stabilimento per poter raggiungere la spiaggia.

    Non vi è chi non veda dove si sta ormai indirizzando la situazione dove le spiagge – beni demaniali destinati all’uso promiscuo di ogni persona – corrono il rischio di limitazioni irreversibili con compressione dei diritti e di libertà non tollerabili dall’ordinamento giuridico. Il pregio del dossier WWF è quello di mostrare una mappatura della realtà attuale delle nostre spiagge , dove in molte parti del Paese non si riesce a garantire neppure una percentuale minima di costa realmente accessibile e fruibile liberamente.

    Molto dunque c’è ancora da fare in termini di previsioni dell’utilizzazione delle aree del demanio marittimo e/o con l’indicazioni di parametri da rispettare per la salvaguardia degli aspetti paesaggistici e naturalistici coinvolti. Ciò che potrebbe formare anche condizione per l’affidamento di concessione delle spiagge. Sorge il dubbio che manchi ancora la volontà politica di attuare tali condizioni minime di rispetto e di libertà per ognuno di noi di poter fruire liberamente di un bene comune che comune ormai non è più, come recentemente dimostrato anche dall’episodio di Alassio, dove una signora incinta di sette mese è stata costretta ad allontanarsi con il bimbo di cinque anni dalla zona di battigia, misteriosamente dichiarata inaccessibile.


    Pubblicato da il 23 luglio 2012 alle 18:07 in Amministrativo
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    Alessandro Ferretti

    funzionario ministeriale e docente universitario

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