Il Tribunale di Cosenza, con l‘ordinanza 1 febbraio 2012 emanata all’interno del procedimento n. 5299/20111, ha sollevato la questione di legittimità costiruzionale davanti alla Corte Costituzionale nei confronti dell’articolo 9, commi 1 e 2 del decreto legge “liberalizzioni” n.1/2012, inerente all’abolizione delle tariffe forensi.

I dubbi manifestati dal giudica a quo consisterebbero nella circostanza che l’abrogazione del decreto ministeriale con i compensi per gli avvocati ha creato una sorta di vuoto normativo, non colmabile neanche con una pronuncia di equità da parte del giudice. Quest’ultima infatti provocherebbe una discriminazioni tra i cittadini, oltre che limitare il diritto di difesa sancito dall’art. 24 della Costituzione.

Nel caso di specie, il giudice del Tribunale di Cosenza, accogliendo un provvedimento di urgenza, si accingeva a liquidare le spese a favore della parte vincitrice. E lì è sorto il ragionevole dubbio. Infatti mentre prima del decreto liberalizzazioni n. 1 del 2012 era possibile ricorrere alle tariffe forense, adesso questa possibilità viene meno. Lo stesso decreto liberalizzazioni stabilisce tuttavia che i giudici, nel liquidare le spese, potranno fare riferimento a determinati criteri stabiliti con decreto ministeriale, decreto che ovviamente ancora manca. Come procedere, dunque, al momento, nel caso di liquidazione giudiziale dei compensi o nel caso di autoliquidazione dei compensi nei precetti?

Il giudice, non ravvisando riferimenti normativi utilizzabili, ha così mandato tutto alla corte costituzionale, reputando come le nuove previsioni si pongano in contrasto con il principio costituzionale della ragionevolezza della legge, nella parte in cui non prevedono la disciplina transitoria limitata al periodo intercorrente tra l’entrata in vigore della norme e l’adozione da parte del ministro competente dei nuovi parametri. Parimenti, è stato denunciato il contrasto delle nuove norme con riferimento all’articolo 24 della Costituzione che prevede il diritto di agire e resistere in giudizio; secondo i giudici calabresi, verrebbe infatti reso incerto l’onere delle spese procedimentali con violazione, altresì, del principio di uguaglianza in quanto verrebbe attribuita al giudice, obbligatoriamente tenuto a liquidare gli onorari di difesa, una facoltà del tutto discrezionale.

Qui il testo integrale dell’ordinanza del Tribunale di Cosenza (dott. Giuseppe Greco).


4 COMMENTI

  1. Non mi pare che l’esame per l’accesso alla professione forense sia servito a selezionare professionisti realmente competenti e seri quanto invece a ridurre il numero dei professionisti abilitati e nantenere per anni manodopera a costo zero negli studi già avviati.
    Sostituire questa barriera qualitativamente ineficace con un periodo di formazione teorico – pratico da realizzare con il concorso delle università ed in convenzione con gli ordini e/o le associazioni maggiormente rappresentative degli avvocati e/o con periodi di affiancamento a magistrati potrebbe essere un modo migliore di agevolare i giovani laureati nell’acqisizione delle necessarie competenze per operare in autonomia e con responsabilità.
    L’ipotesi, da affinare, di un affiancamento a magistrati potrebbe avere anche l’effetto di agevolare il lavoro dei magistrati (affidandogli, sotto la loro sorveglianza, alcune attività, per es: di preventiva verifica della regolarità del contraddittorio, di esame della regolarità dei documenti allegati e fino alla scrittura di una bozza di sentenza sulla base delle preventive indicazioni dello stesso magistrato). Quest’ultima ipotesi mi pare quella maggiormente formativa e nello stesso tempo costituirebbe un utile contributo al più celere funzionamento della giustizia. Certo difficilmente saranno daccordo gli avvocati abituati a disporre gratuitamente per se del lavoro dei giovani praticanti.

  2. E’ ora di finirla con la casta degli avvocati, che hanno circa 80 loro rappresentanti pressso le due Camere legislative. Berlusconi voleva abolire l’esame di Stato con il maxemendamento di agosto del 2011 ed è stato costretto dai senatori e parlamentari avvocati del suo stesso partuito a rinunciare, altrimenti non avrebbe ottenuto il loro voto di fiducia. L’esame di Stato, che è una farsa, e la status dei praticanti avvocati sono regolamentati da una norma fascista del 1933, che non è stata ancora abolita. Vergogna!…vergogna!…vergogna!

  3. si devono vergognare. già la classe forense è scaduta, farsi pagare è impresa ardua e loro che fanno? uccidono un lavoro, oppure vogliono far lavorare gratis! VERGOGNA!

  4. assolutamente sacrosanto, condivido in pieno. Solo un asino potrebbe pretendere di abolire dall’oggi al domani la TARIFFA LEGALE (ma non dovevano sparire solo i minimi?) dicendo che sarebbero state applicate le tabelle ministeriali che tuttavia ancora non esistono! Ciò significa che un avvocato – stante il vuoto normativo – non potrà farsi pagaar ein alcun modo? Ma che fesseria è questa? E quale liberalizzazione sarebbe mai infine, imporre – come fa la norma – che le tabelle ministeriali comporteranno la NULLITA’ di accordi sul compenso, presi col cliente? Ma questa sarebbe una LIBERALIZZAZIONE?

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