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Diritto d'autore 23 gennaio 2012, 00:20

Megaupload, cronaca di un sequestro annunciato

L’elenco degli utenti italiani di Megaupload potrebbe essere trasmesso all’Autorità giudiziaria italiana, per l’esercizio dell’azione penale…


Megaupload è uno dei più grandi siti di filesharing. O meglio lo era prima che, lo scorso 19 gennaio, il Grand Jury federale della Virginia disponesse il sequestro del sito e di tutti i siti web ad esso connessi oltre che le proprietà dei soggetti ritenuti i principali responsabili.

In capo a tutti Kim Dotcom (alias Kim Schmitz) eccentrico fondatore di Megaupload che solo qualche settimana fa dichiarava a Torrentfreak la perfetta liceità delle iniziative commerciali di megaupload.

Non dello stesso avviso, evidentemente, l’autorità federale della Virginia. Il Grand Jury – una sorta di collegio di procuratori che redige l’indictment (che potremmo assimilare, sia pur impropriamente, al “capo d’imputazione”) – ha ritenuto di dover perseguire penalmente (“true bill”) una decina di persone (oltre alle società Megaupload Limited e Vestor Limited) per i reati federali di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di violazioni in materia di copyright e riciclaggio di denaro.

I reati contestati agli indagati legati a Megaupload, la cosiddetta Mega Conspiracy, riguardano innanzitutto le violazioni in materia di diritto d’autore (che in USA rappresentano crimini federali e per i quali, in sostanza, è prevista la giurisdizione esclusiva delle corti federali rispetto a quelle statali). Le pene previste arrivano sino a 10 anni di reclusione, poi, per il reato di riciclaggio di denaro, ossia per aver reinvestito i proventi derivanti dall’attività gestita con Megaupload. Ma gli stessi reati per violazione di copyright comportano l’applicazione di pene detentive sino a cinque anni per raccolta di debito illegale e per la diffusione tra il pubblico di opere anche ancora in fase di distribuzione dai copyright holders.

Ma cosa è Megaupload?

Megaupload era un cosiddetto cyberlocker, ossia un fornitore di file hosting, una sorta di hard disk remoto. E Megaupload aveva a disposizione molti server dai quali offrire i circa 30 petabyte di storage.

Possiamo distinguere due utenti-tipo di Megaupload. Il primo è l’utente comune, non registrato, il “free-user” che poteva avere accesso ai file con una capacità ridotta di banda in download e con un limite di 72 minuti alla visione tramite Megavideo.

Dall’altra vi sono gli utenti “premium” ossia coloro che potevano anche trarre un vantaggio economico dall’upload di file sulla piattaforma Megavideo e che non avevano alcuna limitazione di banda o di tempo.

Come il Grand Jury si è convinto della responsabilità dei gestori di Megaupload?

Nell’atto di indictment vengono elencati una serie di elementi a giustificazione della decisione di agire penalmente nei confronti dei gestori di Megaupload. Ciò che i procuratori federali descrivono nell’indictment è teso a rimuovere ogni dubbio circa il fatto che Kim Dotcom e i suoi compagni di sventura fossero pienamente consapevoli che le attività poste in essere attraverso Megaupload violassero le norme a tutela del copyright.

Potremmo riassumere l’obiettivo dei procuratori federali con: “Megaupload non può essere considerato come un semplice fornitore di file hosting. Il suo scopo è quello di creare una rete illecita di distribuzione di opere protette e i gestori erano pienamente consapevoli che, almeno in parte, il materiale diffuso attraverso Megaupload violava le norme sul copyright e, ciò nonostante, continuavano a diffonderli”.

E per giungere a tale obiettivo l’indictment parte da alcune osservazioni:

  1. Il sistema Megaupload prevede che ciascun file uploadato dall’utente “comune” sui server di Megaupload venga automaticamente cancellato se non venga scaricato almeno 1 volta ogni 90 giorni (questo limite viene innalzato solo per gli utenti “premium”). Nelle considerazioni dei procuratori federali questo limite esclude che la funzione di Megaupload fosse quella di offrire un servizio di online file-hosting o di backup remoto. Chi si affiderebbe, infatti, ad uno storage che dopo 90 giorni cancella i contenuti?;
  2. E’ vero che Megaupload non contemplava un motore di ricerca interno ma premiava (con incentivi in denaro) gli utenti “premium” che creassero delle pagine web che riportassero elenchi dei link diretti ai file protetti.
  3. Megaupload prevedeva anche un sistema “Uploader Rewards”: attraverso questo sistema venivano riconosciuti premi in denaro agli utenti che avessero inserito i file “più scaricati”.
  4. Gli indagati nel caso Megaupload avevano interagito con gli utenti dei siti che pubblicizzavano i link al materiale protetto hostato su Megaupload e ne conoscevano, pertanto, il contenuto. Oltretutto gli indagati – così come dimostrato dall’enorme mole di email intercettata e sequestrata ai gestori di Megaupload e riportata sull’atto di accusa stilato dal Grand Jury – avevano scambiato tra loro e più volte link relativi a materiale protetto e ne commentavano la qualità. Le email intercettate alla Mega Conspiracy coprono un vasto arco di tempo: dal 2006 al 2011.
  5. In alcune email i componenti della “Mega Conspiracy” facevano riferimento anche al funzionamento dell’Abuse Tool, uno strumento negoziato con alcune grosse aziende statunitensi dell’entertainment, in base al quale i titolari dei diritti potevano indicare e segnalare e, di conseguenza, far rimuovere il link al materiale ospitato sui server di Megaupload. In alcuni casi lo stesso Kim Dotcom consigliava di limitare il numero di richieste di cancellazione che i titolari potessero inoltrare (il limite previsto era 2500) senza, comunque, consentire una illimitata possibilità di rimozione di materiale protetto ai copyright holders. Pertanto l’Abuse Tool non rispettava il DMCA come i detentori dei diritti d’autore ritenevano.
  6. E ciò perché quando un utente eseguiva l’upload di un’opera già contenuta sui server di Megaupload non ne creava un doppione. Il sistema forniva, invece, un nuovo URL che “puntava” al file già esistente sui server. La cancellazione di un URL con l’Abuse Tool non avrebbe eliminato il file ma solo uno dei link al file.
  7. Sui server di Megaupload veniva inserito altro materiale illecito, ad esempio materiale pedopornografico o video di propaganda terroristica. In questi casi Megaupload riusciva a identificarli ed ad eliminarli del tutto dai server attraverso una verifica dell’hash md5. Ritengono i Procuratori che lo stesso procedimento si sarebbe potuto applicare anche al materiale coperto da copyright. Il fatto che non lo facessero ma tenessero un Abuse Tool inutile dimostrava la volontà della Mega Conspiracy di continuare a violare le norme in materia di copyright.
  8. I componenti della Mega Conspiracy, sempre nelle email portate all’attenzione dei procuratori federali, facevano riferimento ai casi “meno importanti” (o meno rischiosi) di richiesta di rimozione ai quali non si sarebbe dovuto dar seguito per evitare di subire grosse perdite nei ricavi. In un caso, ad esempio, di decise di ignorare la richiesta di rimozione di circa 12.000 opere protette solo in quanto la richiesta proveniva dal Messico.

Poiché i reati contestati alla Mega Conspiracy richiedono che il soggetto attivo sia animato da dolo e che vi sia, pertanto, la consapevolezza di violare il copyright il Grand Jury ha ritenuto di aver sufficiente materiale a disposizione per poter procedere penalmente.

Il Grand Jury ha, quindi, richiesto il sequestro dei beni dei componenti della Mega Conspiracy e il sequestro dei domini web collegati a Megaupload (Megastuff.co, Megaworld.com, Megaclicks.co, Megastuff.info, Megaclicks.org, Megaworld.mobi, Megastuff.org, Megaclick.us, Mageclick.com, Hdmegaporn.com, Megavkdeo.com, Megaupload.org, Megarotic.com, Megaclick.com, Megavideo.com, Megavideoclips.com, Megaporn.com) con azioni che si son svolte in varie parti del mondo: dalla Virginia ad Hong Kong, dalla Nuova Zelanda alla Germania, dall’Olanda al Canada.

Il 19 gennaio settantasei agenti armati, scortati da due elicotteri, hanno fatto irruzione nella mega-tenuta del signor Megaupload nelle campagne nei pressi di Auckland dove hanno prelevato anche le numerose auto di lusso di Dotcom (tra cui una Cadillac rosa!) e quattro degli appartenenti alla Mega Conspiracy (oltre a Kim Dotcom anche Mathias Ortmann, Finn Batato e Bram van der Kolk) per essere condotti davanti al Tribunale che dovrebbe decidere sulla loro estradizione in USA.

L’azione contro Megaupload ha suscitato il timore di un atto di censura globale in nome del copyright ed ha scatenato quella che su twitter è stata battezzata la “prima guerra digitale” della storia.

Le reazioni sul web

Oltre agli utenti Premium che pensano a richiedere indietro i file scaricati lecitamente su Megaupload (http://torrentfreak.com/feds-please-return-my-personal-files-megaupload-120120/), nelle ore immediatamente successive al sequestro di Megaupload, il collettivo Anonymous ha preso di mira i siti web delle autorità governative e dei copyright holders. Una dopo l’altra cadono sotto gli attacchi DDos i siti del dipartimento di giustizia statunitense, della RIAA, della Universal Music Group (UMG), MPAA.org, copyright.gov, EMI, hadopi.fr, fbi.gov, Anti-piracy.be/nl, ChrisDodd.com, Vivendi.fr e Whitehouse.gov.

Il collettivo affida poi alle pagine di pastebin la rivendicazione degli attacchi (http://pastebin.com/WEydcBVV) anzi di quello che viene definito “our largest attack ever on government and music industry sites”.

I possibili esiti

Considerata l’enorme mole di informazioni a disposizione dell’autorità federale statunitense sugli utenti Premium di Megaupload è ben possibile che tali elenchi vengano trasmessi alle autorità competenti territorialmente affinché procedano separatamente. E’ possibile, ad esempio, che l’elenco degli utenti italiani di Megaupload che abbiano diffuso materiale protetto da copyright venga trasmesso all’Autorità giudiziaria italiana, la quale potrebbe decidere di esercitare l’azione penale nei confronti dei soggetti che si trovino sul territorio italiano. Probabilmente verrebbe contestato il reato di cui all’art. 171, lett. a-bis) L. 633/41 (legge in materia di protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio) se non vi sia stato uno scopo di lucro, mentre se l’utente ha diffuso il materiale protetto a fini di lucro (ad esempio sfruttando l’“Uploader Rewards” di Megaupload) potrebbe configurarsi la più grave figura delittuosa prevista dall’art. 171-ter della stessa legge.


Pubblicato da il 23 gennaio 2012 alle 00:01 in Diritto d'autore
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5 Commenti per Megaupload, cronaca di un sequestro annunciato

  1. Aidòs

    Quanto alla sua seconda domanda, bisogna opportunamente distinguere i due tipi di “condivisione” da lei chiamati in causa, poiché differente la rispettiva configurazione normativa (sicuramente anche a partire dalle differenti conseguenze economiche derivabili). La normativa concernente il copyright, sebbene alquanto complessa e sottoposta nel tempo a modifiche ed integrazioni anche di tipo comunitario non sempre chiarissime, presenta alcune regole chiave e basilari. La recente L. 248 del 2000, modificando la L. 633/’41, disciplinante nel complesso la materia del diritto d’autore in Italia, ha introdotto varie e specifiche ipotesi al fine di combattere la pirateria e la contraffazione, compresa quella a mezzo Internet. In via generale, la tutela economica di un’opera dura fino al settantesimo anno dalla morte dell’autore (dopo la quale gli eredi ottengono i benefici economici della stessa, così da divenire i referenti per le relative autorizzazioni). In particolare è consentito l’ “uso privato” (in famiglia, con amici) di CD, DVD e VHS, ma è proibito quello in manifestazioni pubbliche o a titolo oneroso. È possibile riprodurre copia di un’opera originale per sé (per esempio, è permesso realizzare una copia di CD originale per ascoltarla sul proprio PC), mentre è vietato regalare, vendere o riprodurre ulteriormente una copia da una copia precedente. La ratio dell’uso privato è estesa anche alle trasmissioni Tv e radio, purché si paghi il canone (se Tv pubblica) o l’abbonamento (se si tratta di una Pay-Tv). Inoltre, benché questo diritto sia controverso, è possibile registrare su cassetta o computer una trasmissione radiofonica o televisiva sempre solo per uso personale. La distribuzione e lo scambio di materiale sulla rete, invece, sono consentiti solo a condizione che si scarichi pagando i diritti, avendo il permesso dell’autore o operando con materiale non protetto. È da considerarsi illegittimo l’uso non sia espressamente autorizzato dall’autore o da chi detiene i diritti economici dell’opera. La violazione delle norme sul diritto d’autore importa conseguenze sanzionatorie anche penali, tanto più gravi se l’utilizzo illegittimo di materiale protetto da copyright sia svolto a fini lucrativi. E questo – o meglio, così si è letto – è proprio il caso dimostrato nella vicenda della Mega Conspiracy, dove le azioni commesse hanno integrato le fattispecie dei reati di associazione a delinquere, violazione del diritto d’autore e riciclaggio.

  2. Aidòs

    @ Marilisa Contessa

    Quanto alla posizione giuridica della società di file hosting, la risposta, ovviamente, va ricercata nella peculiarità della fattispecie. Al riguardo, l’autore dell’articolo, che ho molto apprezzato per l’esposizione puntuale e oggettiva dei fatti accaduti, chiarisce le motivazioni ragionevoli e condivisibili che hanno condotto i procuratori federali statunitensi a riconoscere i reati di associazione a delinquere, violazione del diritto d’autore e riciclaggio in capo ai gestori del famoso sito web. Cito la parte dell’articolo relativa a ciò a cui mi riferisco:

    “[...] Il sistema Megaupload prevede che ciascun file uploadato dall’utente “comune” sui server di Megaupload venga automaticamente cancellato se non venga scaricato almeno 1 volta ogni 90 giorni (questo limite viene innalzato solo per gli utenti “premium”). Nelle considerazioni dei procuratori federali questo limite esclude che la funzione di Megaupload fosse quella di offrire un servizio di online file-hosting o di backup remoto. Chi si affiderebbe, infatti, ad uno storage che dopo 90 giorni cancella i contenuti?;
    E’ vero che Megaupload non contemplava un motore di ricerca interno ma premiava (con incentivi in denaro) gli utenti “premium” che creassero delle pagine web che riportassero elenchi dei link diretti ai file protetti.
    Megaupload prevedeva anche un sistema “Uploader Rewards”: attraverso questo sistema venivano riconosciuti premi in denaro agli utenti che avessero inserito i file “più scaricati”.
    Gli indagati nel caso Megaupload avevano interagito con gli utenti dei siti che pubblicizzavano i link al materiale protetto hostato su Megaupload e ne conoscevano, pertanto, il contenuto. Oltretutto gli indagati – così come dimostrato dall’enorme mole di email intercettata e sequestrata ai gestori di Megaupload e riportata sull’atto di accusa stilato dal Grand Jury – avevano scambiato tra loro e più volte link relativi a materiale protetto e ne commentavano la qualità. Le email intercettate alla Mega Conspiracy coprono un vasto arco di tempo: dal 2006 al 2011.
    In alcune email i componenti della “Mega Conspiracy” facevano riferimento anche al funzionamento dell’Abuse Tool, uno strumento negoziato con alcune grosse aziende statunitensi dell’entertainment, in base al quale i titolari dei diritti potevano indicare e segnalare e, di conseguenza, far rimuovere il link al materiale ospitato sui server di Megaupload. In alcuni casi lo stesso Kim Dotcom consigliava di limitare il numero di richieste di cancellazione che i titolari potessero inoltrare (il limite previsto era 2500) senza, comunque, consentire una illimitata possibilità di rimozione di materiale protetto ai copyright holders. Pertanto l’Abuse Tool non rispettava il DMCA come i detentori dei diritti d’autore ritenevano.
    E ciò perché quando un utente eseguiva l’upload di un’opera già contenuta sui server di Megaupload non ne creava un doppione. Il sistema forniva, invece, un nuovo URL che “puntava” al file già esistente sui server. La cancellazione di un URL con l’Abuse Tool non avrebbe eliminato il file ma solo uno dei link al file.
    Sui server di Megaupload veniva inserito altro materiale illecito, ad esempio materiale pedopornografico o video di propaganda terroristica. In questi casi Megaupload riusciva a identificarli ed ad eliminarli del tutto dai server attraverso una verifica dell’hash md5. Ritengono i Procuratori che lo stesso procedimento si sarebbe potuto applicare anche al materiale coperto da copyright. Il fatto che non lo facessero ma tenessero un Abuse Tool inutile dimostrava la volontà della Mega Conspiracy di continuare a violare le norme in materia di copyright.
    I componenti della Mega Conspiracy, sempre nelle email portate all’attenzione dei procuratori federali, facevano riferimento ai casi “meno importanti” (o meno rischiosi) di richiesta di rimozione ai quali non si sarebbe dovuto dar seguito per evitare di subire grosse perdite nei ricavi. In un caso, ad esempio, di decise di ignorare la richiesta di rimozione di circa 12.000 opere protette solo in quanto la richiesta proveniva dal Messico.
    Poiché i reati contestati alla Mega Conspiracy richiedono che il soggetto attivo sia animato da dolo e che vi sia, pertanto, la consapevolezza di violare il copyright il Grand Jury ha ritenuto di aver sufficiente materiale a disposizione per poter procedere penalmente”.

    Rimanendo al suo esempio, le rispondo che nel nostro ordinamento, infatti, un locatore che sia a conoscenza e favoreggi le attività criminose del proprio conduttore non è certamente esimio da corresponsabilità penale. E tanto è risultato dalle indagini svolte dall’Autorità federale statunitense relativamente all’operato degli amministratori dei siti di file hosting Megaupload e affiliati; prove ritenute sufficienti per poter procedere penalmente.

  3. Scaramaccai

    Giusto: il problema giuridico del download è questo. Da che mondo è mondo esiste il comodato. Se io possiedo un cd sono libero di prestarlo. Allo stesso modo, nell’era in cui certi beni diventano immateriali, io posso decidere di condividerlo in rete o no?

  4. La risposta alla prima domanda è: no. Almeno da “noi” vige la regola dell’assenza di un tale obbligo. Al riguardo abbiamo la direttiva 2000/31/ce e la legge che la recepisce in italia, il d.lgs 70/2003 (con tutti i se e ma delle norme…)

    Questi giorni si parla spesso del dlgs 70/03 perchè tale onorevole Fava (lega nord) vorrebbe modificare le regole in senso più restrittivo.

    Alla seconda domanda rispondo con un: dipende da che tipo di licenza ha quel file.

  5. Dopo anni in cui si discute sulla liceità o meno del downloading, in questi giorni si inizia a parlare di upload e, soprattutto, di upload remote. Con l’arresto di Schmitz, si scrive esplicitamente – soprattutto sul web -che se milioni di persone in tutto il mondo effettuano il download – e di certo Megaupload non è l’unica società di hosting presente sul mercato mondiale ad offrire un tale servizio – altrettanti utenti, o quasi, effettueranno l’upload!
    Fino a pochi anni fa la condivisione di file tutelati dal copyright avveniva tramite sistemi P2P (peer to peer), e un esempio è Emule, grazie ai quali i computer possono comunicare e condividere i file e altre risorse, invece di passare attraverso un server centralizzato, tipico dei sistemi client-server. Ciò significa che è sufficiente che un utente sia in possesso dell’applicativo P2P sul proprio pc (chi non ha avuto emule sul proprio desktop?) collegandosi al quale può scaricare musica, films, software ecc, ma, al tempo stesso, mette a disposizione dell’intera community tutto cio’ che possiede sull’hard disk del proprio computer. I computer, quindi, fungevano contestualmente sia da server che da client.
    Da un po’ di anni è sempre più diffuso il sistema client-server, ovvero un modello basato sull’uso di un server centrale che dirige il traffico dei client registrati. Il server gestisce un database che mantiene un indice delle risorse condivise dai client. E’ questo, in pratica, il servizio offerto da Megaupload et similia. Più specificamente l’uploader carica su un server – delocalizzato all’estero quasi sempre – ciò di cui dispone. Il contenuto caricato si troverà pertanto sul server dell’host scelto, di cui può essere utente premium o free, e non sul proprio PC. Questo materiale – ipotizziamo essere un album musicale – sarà raggiungibile e scaricabile cliccando sull’apposito link, il quale corrisponde all’URL, ovvero all’indirizzo del FILE sul WEB – es. http://www.megaupload.com/esempio/ .
    Ora, sorvolando sull’aspetto tecnico, ciò che incuriosisce, considerando che questo sito tratta anche degli aspetti legali connessi alle nuove tecnologie, è sicuramente l’aspetto più squisitamente giuridico della “posizione” della società di file hosting, dell’uploader e del downloader. Quanto alla prima, è giusto che risponda di responsabilità oggettiva per non aver controllato pedissequamente ogni file caricato da ciascun utente/uploader loro affiliato? Mi è balzata in mente questa relazione/equazione: l’Host sta all’uploader come il locatore sta al locatario: pertanto, se, ad esempio, il locatario detiene armi abusivamente o compia attività illecite, sarà responsabile il locatore per non aver attuato un controllo costante su ciò che accadeva nella casa di sua proprietà ma data in locazione?
    Quanto ai secondi, invece, mi chiedo, un internauta che detiene sul proprio pc o anche su un proprio server esterno, film, musica e quant’altro dopo averlo acquistato, è legittimato a condividerlo gratuitamente in rete? A sua volta, l’utente che ne è entrato in possesso attraverso il download, che sia scaturito da un sistema di P2P o client-server, sarà parimenti legittimato a “rimetterlo in circolo”?
    Provo a fare un parallelismo, sperando di non allontanarmi troppo… Si consideri il caso che Tizio abbia un abbonamento ad una Tv a pagamento ed inviti ogni sera alcuni dei suoi amici, oggi per vedere un film con gli uni, domani una partita con gli altri ecc… Ora, sarà possibile addebitare a Tizio il mancato guadagno che la pay Tv avrebbe subito su quel determinato numero di amici che non ha acquistato l’abbonamento premium?

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Francesco Paolo Micozzi

avvocato penalista e blogger

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